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Vittime innocenti della ‘ndrangheta: la storia di Domenico Gabriele

Non aveva ancora compiuto undici anni Domenico Gabriele, un bambino che amava il calcio, amava i suoi compagni di scuola e amava aiutare gli altri. Gli piaceva seguire le partite della Juventus e osservare le magie in campo di Alessandro Del Piero. Dimostrava, nonostante la sua tenera età, responsabilità e consapevolezza anche in famiglia, quando papà Giovanni e mamma Francesca dovevano affrontare le difficoltà della vita quotidiana.

Una sera del giugno 2009, per colpa dell’arroganza mafiosa, la vita dei genitori di Domenico Gabriele cambierà per sempre.

Chi racconta è Giovanni Gabriele, padre di Dodò[1]:

«È il 25 giugno 2009. Tra amici abbiamo deciso di andare a giocare a calcetto. Avevamo deciso che ogni giovedì si andava in questa struttura sportiva a giocare. Non era un torneo, ma si andava per divertirsi. Prima che finisse la partita, ho avvertito degli spari, in quel momento ho pensato fosse uno scherzo perché è impensabile pensare che ci fosse qualcuno a sparare dentro una struttura sportiva. Alzo la testa e vedo dei ragazzi a terra, compreso Dodò, corro in campo, metto la mano sotto la testa di Dodò ed era piena di sangue. In quel momento avevo capito che era successo qualcosa di grave.»

«Giunti i soccorsi, Domenico è stato portato subito all’ospedale di Crotone, dove hanno bloccato una perdita di sangue sul fianco. Appena è uscito il dottore mi ha detto che bisognava portarlo a Catanzaro perché è stato colpito alla testa il bambino è grave. Mi ha detto anche che non sapeva se Dodò fosse riuscito ad arrivare a Catanzaro. Quella da Crotone siamo partiti e siamo arrivati a Catanzaro, dove, Domenico ha subito un intervento alla testa. È stato messo in coma farmacologico e per 85 giorni ha lottato tra la vita e la morte. 85 giorni di speranza, 85 di preghiera, 85 giorni in cui Francesca[2] ed io ci aspettavamo un miracolo. Miracolo che purtroppo non è arrivato perché la sera del 20 settembre mi chiamo il dottore dicendomi che il cuore di Dodò aveva smesso di battere.»

«Il 22 settembre si svolgono i funerali, ma il 25 settembre c’è stato da parte dello Stato un riscatto. Lo Stato arresta 14 persone. Quante volte abbiamo sentito dire che questo Stato non funziona, che questo Stato è assente, l’abbiamo sentito dire un sacco di volte. Esiste? Non funziona? Da chi dipende? Non dipende da nessuna delle parti, lo Stato siamo noi cittadini. Se noi ci siamo lo Stato c’è. Se noi siamo assenti lo Stato non esiste. La mafia non si sconfigge con il solo sforzo della magistratura. Per sconfiggere la mafia bisogna, ognuno di noi, dare in il nostro contributo. Quando noi facciamo la nostra parte, lo Stato c’è.»

E ancora: «Francesca ed io andiamo in tutta Italia a raccontare la storia di Dodò, per dire ai ragazzi da che parte stare. Perché la strada della legalità è la migliore strada che possiamo prendere. Domenico ha avuto giustizia, io ho conosciuto la verità. Per questo mi considero fortunato.»

Pietro Marchio – Storia della Calabria e della Sila

Dodò Gabriele


[1] Intervista “ Campo di E-state liberi” Crotone, 29 agosto 2019, a Giovanni Gabriele.

[2] Francesca Anastasio, mamma del piccolo Dodò.

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