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Vita e opere dell’ultimo Negus d’Etiopia

Il famosissimo filosofo tedesco Hegel riteneva che l’Africa fosse un continente senza storia, un luogo dove le uniche manifestazioni dello spirito della Storia erano dovute a chi quella terra la occupava, quindi merito degli europei e degli arabi. Questa affermazione poteva essere vera per vari motivi, non ultimo il fortissimo etnocentrismo con cui gli uomini del XVIII secolo erano soliti spiegare fenomeni che spesso non avevano i mezzi per capire. Ma probabilmente Hegel non aveva mai conosciuto in maniera esaustiva la storia del Regno d’Etiopia, la terra che fu dei Negus, della Regina di Saba, dei patriarchi monofisiti, che popolavano questa regione magica e misteriosa. L’argomento dell’articolo odierno sarà appunto la vita e le opere dell’ultimo imperatore d’Etiopia, l’ultimo sovrano di una tradizione millenaria che affonda le proprie radici addirittura nel tempo del grande re Salomone.

Nascita e formazione

Tafari Maconnen Wuoldemichael nacque il 23 luglio del 1892 a Giarsagorò, nella regione dell’Harar, dal generalissimo vincitore dell’esercito italiano ad Adua Ras Maconnen e da una nobildonna etiope di nome Yeshimabet. A soli due anni Tafari perse la madre, e il padre dovette occuparsi in tutto e per tutto del piccolo. A quattro anni, pochi giorni prima della battaglia decisiva di Adua, Ras Maconnen affidò in piccolo Tafari a due sacerdoti, l’etiope cattolico Samuel e il vescovo gesuita André Jarousseau. L’infanzia di Tafari passò felice e serena tra le paterne cure di due grandi amici, che gli insegnarono la tolleranza religiosa e la passione per la cultura europea. Nel 1906 Ras Maconnen morì improvvisamente a causa della dissenteria, e il giovane Tafari venne relegato a ruolo di governatore di remote province del regno etiope. Nel 1916 Tafari venne elevato alla dignità di co-imperatore, mentre l’impero vero e proprio venne affidato all’imperatrice Zaoditù, figlia del grande Negus Menelik II.

Il periodo di interregno e l’incoronazione

Il periodo che va dal 1916 al 1930 fu un periodo di novità per la nazione africana, infatti il 28 settembre del 1923 l’Etiopia entrò a far parte della Società delle Nazioni. Nel 1924 venne abolita la schiavitù, e nello stesso anno Tafari intraprese un lungo viaggio che lo portò a visitare le capitali più importanti d’Europa e a conoscere papa Pio XI. Il triennio che va dal ’28 al ’30 fu costellato da rivolte di vari Ras locali (ricordiamo che la parola Ras intendeva una figura che aveva un certo potere, o come capo militare o come capo di una provincia o di una regione, anche Tafari aveva il titolo da Ras, preso fin dalla giovinezza). Nel ’28 riuscì a reprimere la rivolta capeggiata dal capo delle guardie imperiali, Ras Weqaw Berru, mentre nel ’30 affrontò e sconfisse l’esercito personale di Ras Gugsa Olié, governatore della città di Gondar ed ex marito dell’imperatrice Zaoditù. Dopo due giorni dalla morte del congiurato, avvenuta il 31 marzo del ’30, anche Zaoditù morì, ufficialmente di crepacuore, causato dal dolore per la notizia della morte dell’amato Gugsa. Dopo otto mesi di preparativi Tafari venne incoronato nella chiesa di San Giorgio il 2 novembre, assumendo il titolo di Negus Neghesti (Re dei Re), e il nome di Haile Selassie (che in Amhara significa Potenza della Trinità).Il suo primo atto da imperatore fu l’emanazione della prima costituzione etiope, una costituzione che i politologi del tempo dichiararono nata morta, a causa dei troppi poteri che lasciava nelle mani del Negus, ma era pur sempre la prima costituzione che aveva l’Etiopia, e una delle prime che si vedeva in Africa.

Il conflitto con l’Italia fascista

Proprio mentre il Negus varava il suo piano di riforme, ecco riprendere dopo quasi quarant’anni le ostilità tra Italia ed Etiopia. Nel 1934 vi fu l’incidente di UalUal, una località famosa per i pozzi e quindi strategica per l’Etiopia. In quest’incidente morirono oltre 100 soldati del Negus e una trentina di italiani. Nel ’35 cominciarono le azioni di guerra vera e propria, e malgrado gli appelli del Negus presso la Società delle Nazioni e la condanna della stessa organizzazione sovrastatale nei confronti dell’Italia, il regime di Mussolini continuò la sua opera di conquista. Il regime fascista fece una guerra “sporca”, infatti utilizzò grandi quantità di Iprite ed altri gas velenosi, allo scopo di fiaccare le resistenze delle armate imperiali e della popolazione civile. Solo dopo molti anni furono svelate le vergogne del regime fascista e del comandante dell’esercito, Pietro Badoglio, il quale ha sulla coscienza migliaia di etiopi, morti a causa dei gas usati durante le operazioni di guerra. Haile Selassie venne convinto dai suoi consiglieri a chiedere asilo in Europa, e il Negus andò a risiedere in Inghilterra, mentre ad Addis Abeba entravano le truppe di Badoglio e Graziani. Nei pochi anni di occupazione italiana l’Etiopia venne “pacificata” tramite punizioni e violenze varie, la più efferata di tutte fu la rappresaglia compiuta dagli italiani nel febbraio del 1937, quando un ordigno esplose e ferì gravemente Graziani. Questa azione vile e violenta, chiamata significativamente “massacro di Debra Libanos”, perché compiuta nei confronti del clero del monastero, causò la morte di 449 prelati, la maggior parte tutti giovani diaconi e vecchi monaci.

La riconquista dell’Etiopia e gli anni del dopoguerra

Quando nel giugno del ’40 l’Italia dichiarò guerra ad Inghilterra e Francia, l’atteggiamento delle nazioni nei confronti del Negus cambiò radicalmente. Il 24 giugno Selassie venne invitato dalle milizie inglesi a recarsi con loro in Egitto, da dove sarebbe partita la riscossa contro gli italiani. Il maggiore inglese Wingate, insieme al Negus, organizzò un piccolo esercito, chiamato Gideon Force, che contava solo 2170 uomini, tra soldati inglesi e partigiani etiopi (i famosi Abergnouch). Il 5 maggio del ’41 Selassie rientrò ad Addis Abeba, dopo cinque anni di occupazione fascista. Il Negus concesse, con un atto che fece scalpore, visto il modo con cui erano abituati a condurre la guerra i suoi nemici. Haile Selassie infatti intimò a tutti i suoi sudditi di non recare disturbo ai soldati italiani, ma disse agli etiopi di disarmare gli italiani e di ospitarli nelle loro case, insomma cercò di non scatenare bagni di sangue nei confronti dei soldati italiani, che non avevano altra colpa che quella di essere comandati da criminali. L’Italia lasciò definitivamente l’Etiopia nel dicembre del ’41, subito dopo la caduta di Gondar. L’ultimo viceré italiano, il Duca d’Aosta, divenne un grande amico del Negus, e continuò a visitare la casa dell’imperatore per molti anni. Gli anni della che vanno dal ’45 al 1960 furono relativamente tranquilli, con il Negus impegnato a far conoscere l’Etiopia al mondo e a modernizzare il Paese. Ma nel dicembre del ’60 una ribellione condotta da tre generali mise a ferro e fuoco l’intera nazione, che non cadde solo per la straordinaria fedeltà delle guardie imperiali. La rivolta finì dopo pochi giorni, ma lasciò strascichi tra il Negus e suo figlio, AsfaWossen, il quale venne accusato dal padre di essere connivente con i congiurati. Non sappiamo se effettivamente il figlio del Negus perse parte alla rivolta, ma quel che è certo è che i rapporti tra i due non tornarono mai più alla normalità.

L’unione con l’Eritrea e la nascita dell’Unione Africana

Nel 1962 Selassie realizzò l’annessione dell’Eritrea, facendo sembrare il tutto una manovra regolare, infatti la decisione fu sostanzialmente presa dal parlamento eritreo. L’annessione fece fare un salto indietro alla ex colonia italiana, come primo atto furono cancellate le libertà di stampa e i sindacati. Ma tutto questo venne oscurato dal più grande successo in ambito internazionale, ottenuto nel maggio del ’63: infatti in quei giorni venne creata l’Organizzazione dell’Unione Africana, una organizzazione sovranazionale sul modello dell’ONU. In quella calda sera di maggio Haile Selassie divenne il presidente dell’Africa unita e libera, e Addis Abeba ne divenne agli occhi del mondo la capitale indiscussa. Ma mentre il resto del mondo rendeva onori al Negus, alla sua lungimiranza, in Etiopia la situazione divenne esplosiva, con continue manifestazioni che venivano represse con violenza dalle guardie imperiali e dalla polizia.

L’avvento di Menghistu e la morte del Negus

Nel 1973 il Derg, il comitato popolare rivoluzionario comandato da Menghistu Haile Mariam, decise di arrestare tutti i dignitari di corte, con l’obiettivo di lasciare da solo il Negus, che infatti gli ultimi mesi di regno li trascorse in compagnia di un maggiordomo e di un vecchio prete copto. Nell’aprile del ’74 Selassie nominò erede al trono suo nipote Zara Yakob, ma ormai era troppo tardi, il Negus era stato ormai completamente esautorato e il 12 settembre dello stesso anno venne arrestato e condotto in una caserma, dove trascorse gli ultimi giorni, pregando e leggendo libri sapienziali copti. Il 28 agosto dell’anno dopo, il Derg con uno stringato comunicato annunciò al mondo la morte di Haile Selassie, l’ultimo imperatore dell’impero più antico del mondo aveva lasciato questa terra. Dopo anni ormai sappiamo che in realtà il Negus morì strangolato da un militare del Derg, questo crimine, condotto contro un uomo che era ormai diventato l’ombra di sé stesso, fiaccato dagli acciacchi e dalla vecchiaia, diventa ancora più crudele e imperdonabile.

La figura di Selassie nel XX secolo

La figura del Negus assunse una grande importanza quando, negli anni ’70, arrivò in Europa la musica Reggae, tramite le immortali canzoni di Robert Nesta Marley. Marley, così come tanti altri artisti afroamericani e caraibici, si dichiarò seguace del Negus e di una nuova religione definita Rastafarianesimo, fondata sul culto di Jah, il dio biblico e di Haile Selassie, riconosciuto come il Cristo incarnato, venuto per la seconda volta sulla Terra. Selassie incontrò i Rastafariani, addirittura nell’aprile ’66 il Negus si recò in Giamaica, dove venne osannato come un dio da tutta la gente che accorse lì per vederlo. Selassie, per quanto cercò di aiutare la neonata religione (donò infatti un appezzamento molto grande di terra sulle colline di Shashamanne, dove si insediò un nutrito gruppo di Rastafariani giamaicani), rigettò con disprezzo l’idea di essere un semidio, ma per molti rastafariani questa fu la prova dell’umiltà divina, che addirittura rifugge la sua stessa natura divina. In questa sede non ci interessa considerare la figura di Selassie come divina, non compete a noi questa decisione, né si può fare un’agiografia del personaggio, visto che ha commesso anche lui i suoi errori. Possiamo però sicuramente dire che la figura del Negus ha anche tanti pregi, fu infatti uno dei primi ad opporsi alla dittatura fascista e a scacciare dal suo regno gli invasori, ma fu soprattutto una figura di spicco del Panafricanismo, di questa dottrina politica che per prima cercò di riaffermare i diritti delle popolazioni africane, schiacciate per secoli dal colonialismo degli europei. Parlare ancora dell’effittiva divinità di questi che non fu altro che un uomo è forse un discorso ormai anacronistico, ma non è assolutamente fuori luogo parlare e scoprire la caratura di quest’uomo, che per la prima volta affermò, di fronte a tutto il mondo:” fin quando il colore della pelle di un uomo sarà più importante del colore della sua pelle, allora sarà guerra”. Credo basti questo per capire quanto sia importante riscoprire questa figura, che tra l’altro è stata studiata benissimo dal più grande storico africanista d’Italia, il novarese Angelo Del Boca.

Giovanni Trotta

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