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Thomas Sankara, il “Che Guevara” africano

Ci sono degli uomini che sembrano destinati a lasciare il segno del loro passaggio su questa Terra, che muoiono giovani e nel fiore dei loro anni solo perché hanno creduto ad un futuro diverso, ad un Paradiso da godere in questa vita. Queste persone sono degli uomini normali, non sono supereroi, ma le loro opere e la bontà delle loro intenzioni li ha fatti diventare immortali, esempi da imitare per tutte le generazioni. E se poi un uomo del genere nasce in Africa, dove la gente muore davvero di fame e i problemi sono insormontabili, è giusto e doveroso che si conoscano le motivazioni e le opere che lo hanno reso l’ultimo vero rivoluzionario; un faro luminoso a cui tutti i giovani del mondo dovrebbero guardare con simpatia e ammirazione.Thomas Sankara è uno di quei personaggi che non si studiano, di cui in pochi conoscono la parabola, la cui breve esperienza alla guida dell’Alto Volta, stato dell’Africa occidentale da lui ribattezzato Burkina Faso,ha rappresentato per molti africani una speranza. Essi intravidero nel giovane statista non solo un leader carismatico, ma anche un uomo pragmatico,capace di tradurre aspettative comuni e richieste di giustizia in realtà concrete.

Nascita e formazione di Sankara

Sankara nacque il 21 dicembre del 1949 a Yako, nel nord del paese, quando ancora l’Alto Volta era una colonia francese, da una famiglia numerosa e molto cattolica. Nonostante le ristrettezze economiche il padre, impiegato presso l’amministrazione coloniale, riuscì a garantirgli una buona formazione, presso una delle tante missioni cattoliche che offrivano un’istruzione a tanti giovani africani. La madre sognava per lui un avvenire da sacerdote, ma il giovane Thomas, attratto dalla vita militare, decise di entrare nell’esercito e di studiare per diventare un ufficiale. Fu in quegli anni, in cui frequentò l’accademia in Madagascar, che Sankara rimase affascinato dall’ideologia marxista, ritenuta dal giovane l’unica che potesse dare una svolta alla cattiva situazione africana. Al ritorno da un viaggio in Francia, durante il quale ebbe modo di approfondire gli studi sul marxismo, conobbe Blaise Compaoré, un altro giovane ufficiale con il quale da allora mantenne un rapporto di fraterna amicizia. Quest’ultimo avrà un ruolo chiave nella sua ascesa come nella sua caduta.

La maturazione della coscienza politica

Una volta in patria, i due giovani ufficiali fondarono il ROC (Regroupement des Officiers Communistes). Tale organizzazione riuscì a riunire, ovviamentein maniera clandestina, un gruppo di ufficiali d’opposizione, i quali proposero una serie di riforme di impronta progressista per porre un freno alla disastrosa condizione in cui versava lo stato.Nel 1960 infatti, l’Alto Volta ottenne dalla Francia l’indipendenza, ma i festeggiamenti per la ritrovata libertà durarono pochissimo. Il Paese si trovò a essere una delle nazioni più povere del mondo, con un tasso di analfabetismo pari al 98%, una mortalità infantile altissima ed una aspettativa di vita media che non superava i quarant’anni. Ben presto gli abitanti della nazione capirono che la debole economia rurale del paese non poteva sfamare tutti. Inoltre la fragile democrazia instaurata subito dopo l’indipendenza non permetteva di fare progetti a lungo termine per migliorare la situazione dei cittadini. Dal 1960 in poi, si successero colpi di stato e governi per i quali il denominatore comune erano l’immensa corruzione e l’inadeguatezza a capire e risolvere il fortissimo malcontento popolare. In questo contesto l’esercito crebbe tantissimo, passando da una posizione super partes a quella di attore attivo, fortemente politicizzato e in grado di prendere il controllo diretto dei vertici dello stato.

I primi passi in politica

Nel 1980 un colpo di stato portò al potere il colonnello Saye Zerbo,il quale cercò di portare subito Sankara dalla sua parte, nominandolo sottosegretario all’informazione. La sua esperienza fu però breve: le iniziative da lui proposte furono infatti ignorate, e bastarono pochi mesi perché Sankara si rendesse conto dell’incompatibilità del suo modo di vivere e fare politica rispetto a quello degli altri esponenti del governo. Sankara non accettò mai lo stile da “Signori della Terra” usato dai politici del suo Paese, a cui lui contrappose sempre una grande umiltà, qualità che piacque molto ai suoi sostenitori. Le successive inevitabili dimissioni e l’arresto del giovane capitano furono accompagnate da una frase, pronunciata alla radio, che lo rese presto celebre: “guai a prendere in giro il popolo”.Anche il governo di Zerbo però durò poco: un ennesimo colpo di stato portò infatti al potere il capitano-medico Jean-Baptiste Ouédraogo, che assunse la carica di presidente della repubblica. Il neo presidente, per placare la situazione incandescente del Paese, nominò Sankara primo ministro nel 1983. In quest’ultimo periodo Sankara riuscì ad allargare notevolmente le simpatie intorno alla sua persona, in forza di un modo di esprimersi semplice, tagliente ed efficace, e di un carattere che ai Burkinabé sembrò davvero sincero, vicino alle richieste della popolazione e ai suoi problemi. Il contrasto tra Ouédraogo e il suo primo ministro, in un clima di crescente malcontento popolare e di manifestazioni di piazza, portòdi nuovo all’arresto di Sankara.L’arresto del giovane ufficiale provocò grandi manifestazioni, che portarono al Golpe e alla successiva caduta di Ouédraogo. Al suo posto, il trentaquattrenne Thomas Sankara divenne Presidente della Repubblica, anche lui tramite un colpo di stato, ma sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione Burkinabé, che finalmente sembrò scegliersi da sola il proprio presidente.

Il “New Deal” del Burkina Faso

Nel periodo che va dal 1983 al 1987 furono molti i cambiamenti e i risultati positivi raggiunti. Sul piano della politica estera, uno dei punti centrali fu il rifiuto di pagare il debito internazionale, nonché la concezione panafricanista che caratterizzò il nuovo governo, sulla scia di importanti figure quali Lumumba e Nkrumah.Tale visione fu espressa in modo lampante nel 1986, in un famoso discorso pronunciato da Sankara al Vertice dell’Organizzazione per l’Unità africana (OUA) svoltosi ad Addis Abeba:

“Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalle sue origini. Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato l’Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito, dunque non dobbiamo pagarlo”.

Questo discorso, tenuto davanti alle televisioni di tutto il mondo, fece conoscere ed accrescere ancor di più l’avversione dei paesi ricchi per il giovane presidente. Non era facile presentarsi di fronte ai rappresentanti degli stati europei e dire quelle frasi, così vere e semplici, ma proprio per questo così taglienti.Sul piano della politica interna, l’obiettivo principale di Sankara fu da un lato l’aumento della qualità della vita della popolazione, dall’altro la riduzione della dipendenza economica del Paese dagli aiuti esteri e la lotta alla corruzione della classe politica. Contro la mortalità infantile venne avviata una massiccia campagna di vaccinazioni che condusse a una sua consistente diminuzione. Fu favorita la contraccezione per evitare il dilagare dell’AIDS, mentre in agricoltura vennero nazionalizzate le terre, avviando programmi pubblici di modernizzazione delle tecniche di coltivazione. Vennero tagliati gli stipendi ai dirigenti, le costosissime Mercedes vennero sostituite con le più economiche Renault 5 e sparirono molti dei privilegi destinati ai politici.

Un nuovo nome per una nuova nazione

Per sottolineare la nuova immagine che voleva dare allo stato, Sankara decise di ribattezzarlo Burkina Faso. Il nome, che in lingua Burkinabé significa “la terra degli uomini integri”, oltre a condensare le istanze di moralizzazione, aveva lo scopo di rimarcare il rifiuto del passato coloniale, richiamando la cultura e le tradizioni locali. Alle donne fu riconosciuto un importante ruolo nella società, attraverso la loro inclusione nella vita politica e il divieto di pratiche quali l’infibulazione e la poligamia.Il Burkina Faso sembrava destinato ad un futuro roseo,tuttavia la politica rivoluzionaria del giovane capitano non piacque a molti, soprattutto ai vecchi colonizzatori francesi. Volendosi sbarazzare di un leader troppo rivoluzionario,che parlava di unirsi per rifiutare il debito imposto dalle ex potenze coloniali,che aiutava gli altri movimenti rivoluzionari, che era amico di Gheddafi ed altri “Presidenti canaglia”, organizzò una fronda interna capeggiata dall’ «amico fraterno» di Sankara: Blaise Compaorè.

La morte del Che africano

Sulla morte di Sankara vennero fatte varie ipotesi, ma la più probabile, anche alla luce delle ultime inchieste condotte è quella che vuole Sankara assassinato, insieme a dodici ufficiali, da un commando di soldati fedeli a Compaorè. Il capitano venne assassinato il 15 ottobre del 1987, e da quel giorno il potere rimase nelle mani del suo ex amico.Compaorè cercò di far dimenticare ai Burkinabé Sankara in tutti i modi, distruggendo i monumenti, scoraggiando inchieste per accertare le responsabilità sulla morte del presidente. Nel 2014 provò in tutti i modi ad evitare una manifestazione per ricordare Sankara, bloccando le porte del cimitero dove riposano i resti del capitano e dei 12 ufficiali morti insieme a lui. Il risultato di questo ennesimo tentativo di reprimere la popolazione fu un colpo di stato, che portò Compaorè a lasciare dopo 27 anni il potere. Questo aneddoto vale come dimostrazione dell’affetto che i Burkinabé provano e continuano a provare per un uomo che aveva tentato davvero di cambiare qualcosa, ma che non aveva fatto i conti con la spietata voglia di potere di gente che credeva sua amica.

L’eredità di Sankara

Sankara è stato per la stragrande maggioranza degli storici africanisti l’ultimo dei rivoluzionari, un presidente giusto e vicino alle istanze della popolazione, un unicum per chi conosce un minimo la situazione africana. Le nazioni africane hanno avuto, o ancora hanno, delle dittature spietate, uomini folli e cleptocrati, buoni solo ad uccidere gli avversari o per rubare risorse. La storia del Continente Nero è piena di uomini senza scrupoli, ladri e assassini, che hanno cercato più di ingrossare i loro conti in banca o i loro personali arsenali, piuttosto che sfamare le popolazioni che hanno governato. Sarebbe riduttivo definire Sankara un rivoluzionario, fu più un patriota, un uomo legato alla propria genteche seppe mantenere come obiettivi imprescindibili il progresso e l’indipendenza della nazione, rispetto agli interessi neocolonialisti delle potenze straniere (in primis la Francia) e alla sfrenata corruzione della classe politica africana. Oggi servirebbero centinaia di Sankara disseminati per il mondo, pronti a difendere gli ultimi, i diseredati, i figli di un continente che sembra ancor di più allo sbando, dilaniato da guerre intestine e da catastrofi naturali. L’Africa oggi è come una grande madre che piange, una signora che singhiozza perché vede i propri figli morire non solo per le gravi malattie, ma soprattutto per mano di altri suoi figli. L’Africa oggi è come una grande madre che negli occhi tra le lacrime nasconde una luce, la speranza che uomini come Sankara le hanno dato. Il seme gettato dal giovane generale non smetterà mai di dare frutti, infatti lui stesso dichiarò, pochi giorni prima di morire “se mi uccideranno, nasceranno altri mille Sankara”. Mille altri figli, mille altri giovani che renderanno l’Africa sempre più fiera e sempre più bella, e speriamo davvero libera di decidere del proprio destino.

Giovanni Trotta

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