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Storie inaspettate: un viaggio verso l’antico Reazio

Ci troviamo in Calabria, trasportati da un carro trainato da buoi a girovagare in cerca di maggiore fortuna. Il paesaggio circostante si distingue per via di interminati spazi verdi costellati da un’infinità di papaveri rossi. I teneri virgulti nati dopo la caduta delle ultime piogge, cercano di attenuare il continuo appetito di un gruppo di pecore, sotto lo sguardo vigile del cane pastore. Ai nostri occhi innumerevoli sentieri conducono dalla costa ionica verso l’entroterra calabrese. Propongo di muoverci lungo una stradina stretta e desolata, dove in lontananza l’orecchio avverte un tono burrascoso e impaziente: sono le acque torrenziali del fiume Nascari. Seduto su un ceppo di ciliegio bevo un sorso d’acqua dalla mia borraccia, mentre lo sguardo si confonde tra il giallo della terra e la prosperità dei suoi uliveti. Alberi secolari circondano un lembo di terra rocciosa in cui sorge la torre più alta del castello della città di Bellumcastrum, sopra la quale, è possibile osservare a ovest Villa d’Aragona[1] e a sud il manto turchese del mar Mediterraneo.

Per reminiscenza degli Achei, quei territori non sono solo fonte di espressione e rinomata bellezza. Oltre quelle vallate, bisogna attraversare montagne inaccessibili e profondi dirupi, fronteggiare tempeste di neve e forti venti di scirocco, per cui meglio dirigersi ad est evitando l’altopiano silano.

Fra case diroccate e calcinacci proseguiamo verso Mesoraca[2]. Lungo il tragitto si incontrano fiumare molto pescose e grovigli di rosa canina. Arrivati all’ingresso delle mura cittadine i miei compagni ed io decidiamo di riposare un pò. All’alba, prima di abbandonare la città, stimolati da un forte senso di curiosità, decidiamo di visitare il castello del Reazio. Costruito dagli Enotri molte epoche addietro, le sue maestose vestigia vengono accerchiate da folti mura fortificate. Quest’ultime sono tra loro unite, concatenate, in modo tale da costituire un robusto antemurale, così forte, da aggiudicarsi l’appellativo «Grecia» in memoria dei valorosi opliti greci. Il Castello consente l’ingresso attraverso la presenza di tre portoni, i quali conducono all’interno della fortezza. Intorno ad esso, vi sono numerose rupi e speroni, alcuni dei quali si possono ancora osservare, altri invece, sono stati sgretolati dalle intemperie o disfatti dalle ostilità dei nemici.

Inoltre la fortezza vanta di essere circondata, non solo dalle già riferite fortificazioni, ma anche da otto monti chiamati rispettivamente, Smeraldo, Forcone, la Croce, Motonteo o Matunto, Varchiere, Colle del Trono, S. Sosto e Giove.

I calabresi sostengono che sul monte Giove vi siano riposti numerosi monumenti dedicati alle divinità degli antichi greci, circondati dalle vestigie di un antico Tempio per adorazione di Giove edificato sulla cima di quel monte. Nello stesso luogo del santuario viene trovata una piccola statua d’oro di Giove a cavallo: «Extat etiamnum supra oppidum hoc mons Jovis appellatus, in cujus vertice rudera illius templi invisuntur ibique imacula aurea equestris praiterito seculo inventa fuit»[3].

Giove, il Dio al di sopra di ogni divinità, venerato in tutta la Calabria, ricordato da innumerevoli medaglie figuranti il suo ritratto o  rappresentato da segni geroglifici, così grande pari al numero dei Templi a lui dedicati, «dei quali però non è rimasta la memoria, che d’uno solamente, tra Mesuraca e Belcastro, detto perciò Monte di Giove.»[4]

Un altro monte chiamato Matonteo, di cui ancor si intravedono alcune rovine dell’antico tempio di Venere, divinità adorata dai popoli antichi al tempo del gentilesimo[5] «e benché oggi si vede tutto rovinato e guasto dal tempo, ben però anche dalle rovine vestigie, si comprende essere stato questo castello ben grande, e popolato come lo è anche al presente, talchè per il  numero di abitanti non cede a qualunque altro dei convicini; era questo anticamente decorato con il titolo di contea, ed ora ha preso quello di marchesato»[6].

Mesoraca ha sotto di se due villaggi, uno chiamato Arietta, formato da gente italiana di cui vanta di aver forgiato noti letterati ed ecclesiastici e l’altro Marcedusa, con popolazione di origine albanese, discendenti del famoso e valoroso capitano Giorgio Castriota Scanderbeg .

È inoltre annesso allo stato di Mesoraca, un giovane villaggio chiamato Petronà. Questo nuovo villaggio viene affidato alla cura spirituale dell’arciprete di Arietta e proclama il suo vassallaggio alla Casa d’Altemps, che possiede con il titolo di «utile signore» il Castello di Mesoraca con tutti i suoi territori annessi.

Oltre ai villaggi di Arietta, Marcedusa e Petronà, di cui pare siano ben popolati, giungono a noi i resti d’altri tre villaggi: Leonato, Tortorella e Vicotrojano. Delle prime due non vi è rimasta alcuna memoria e per qualche motivo sono state annientate, forse dai terremoti, che da queste parti non esistano mica a farsi sentire. Entriamo nel terzo villaggio che sappiamo esser stato distrutto dai Turchi. Durante l’invasione ottomana la gente del luogo non solo ha subìto spietate barbarie, ma è stata derubata d’ogni bene. Le proprie baracche distrutte, il bestiame rubato, gli uomini arrestati e le donne rese schiave. Mai ci saremmo potuti immaginare che nel corso del nostro tragitto, ci saremmo imbattuti in una storia così triste e sciagurata. A Vicotrojano restano epidemie e sudicie locande, dove i pochi rimasti cercano di ripararsi dal freddo e dagli stranieri.

Giunti in una piazza del paesello, ci accoglie una vecchia signora, dalla schiena ricurva e dal volto segnato dal tempo, bassa di statura con una scialle avvolto fra i capelli. Ci invita a mangiare un boccone: una mela, dei fichi e un pezzo di pane di castagno. Siamo affamati e accettiamo. Ci accomodiamo sui margini della strada e mentre cerchiamo di smorzare il brontolio del nostro stomaco, l’anziana donna decide di raccontare una vicenda accaduta a Vicotrojano.

Si narra che, durante le incursioni Turche viene rapita una ragazza di nome Sarra Roffa, «a cui si univano tutte le belle doti dell’animo»[7], che viene condotta da alcuni predoni dinnanzi al gran Sultano di Turchia. Il sultano ottomano, vedendo la giovin donna di così rara e sovrumana bellezza se ne innamora e promette di  lasciarla libera ad una condizione: se lei avesse accettato di  sedere di fianco a lui sul trono.

Inizialmente, Sarra essendo di religione cattolica rifiuta le avance del Sultano, temendo che l’unione coniugale potesse porre fine al credo della sua religione d’origine. Ma, in alcune circostanze, secondo il codice legislativo ottomano, diventare la moglie del Sultano deduce la condizione di poter mantener fede alla propria religione d’origine. Spinta da codeste motivazioni «con preventiva permissione, e facoltà di chi poteva concederla, alla fine prestò il suo consenso e divenuta imperatrice del soglio ottomano»[8], la Regina Sarra Roffa.

Nel frattempo termina il nostro gustoso pranzo, salutiamo la signora ringraziandola per il suo nobile gesto e facciamo ritorno a Mesoraca.

Dopo aver percorso una dura e faticosa salita in grado di affaticare persino i buoi, in prossimità di essa, si intravede un convento. Giunti sul posto, scendiamo. Dinnanzi a noi una scritta «Convento del S.S. Ecce Homo». Mi avvicino verso la sacra porta del convento circondata da fiori di ginestra e di sambuco. Provo a urlare: «c’è nessuno?». Si avverte un rumore stridulo, segno che qualcuno sta aprendo il grosso portone. Due uomini immersi nella penombra indossano tuniche color castano con un grosso cordone che le cinge la vita e, che per stivali, indossano semplici sandali. Sono i monaci francescani.

Ci fanno entrare, invitandoci di legare i buoi con il carro nel retro. Aspettiamo i nostri compagni per poi entrare all’interno di una piccola cappella. L’odore d’incenso è fortissimo. Le sedie in legno circondano l’altare ricoperto di piccoli fiori colorati. Ci sediamo, mentre i monaci si dirigono verso l’altro lato del Convento. Aspettiamo per circa quindici minuti, all’improvviso ci viene incontro un altro frate, dalla folta barba bianca e dal corpo robusto: «Benvenuti viaggiatori, il mio nome è Papa Zosimo. Sarete stanchi e affamati, dunque gradirei che vi fermaste qui, al Convento, per trascorrere la notte».

«Ebbe il pregio Mesuraca, o sia l’atico Reazio, terra coltissima della Calabria, da cui forti ancor io i natali, di produrre al Vaticano un Pontefice, al Mondo un uomo illustre, al torrente dell’eresia che allora inondava la chiesa di Dio, un argine fortissimo, ed al Cielo una dei più glorioso abitatori, le cui prodigiose gente, se non poterono occultarsi alla penna dei più rinomati scrittori, poterono bensì dar motivo bastante, a più Nazioni nel contraddirlo nel suo. Parlo di S. Zosimo, soggetto altamente benemerito della nostra religione, e di zelo eccedente nel propagarla, accrescerla e difenderla.»[9]

Il Pontefice in persona ci offre ospitalità? che storia inaspettata! . Alzo la mano e chiedo di intervenire (Zosimo annuisce con il capo): «Santo padre, accettiamo il suo invito. In effetti non sapremmo proprio dove andare e il sole sta quasi per tramontare».

Della vita privata del quarantunesimo papa della storia della Chiesa romana sappiamo poco o nulla. S. Zosimo nasce a Mesoraca, forse il padre portava il nome di Abramo e alcuni sostengono fosse di origine ebraica, ma anche su questo non vi sono certezze o ulteriori chiarimenti. Prete romano, Zosimo viene eletto papa dopo la morte di Innocenzo I. Papa autoritario sostiene qualcuno, per il suo cattivo carattere e per gli innumerevoli scontri tra le fila della curia romana.

Eletto Papa, interviene in una disputa sulla funzione giudiziale di due parrocchie nelle Gallie e prende una netta posizione a favore del suo amico Patroclo: «Appena quattro giorni dopo la sua consacrazione, egli intervenne in una controversia sorta nelle Gallie tra Patroclo, vescovo di Arles, e Proculo, vescovo di Marsiglia, a proposito della giurisdizione di due parrocchie, Citarista e Gargario, comprese nel territorio del vescovo di Arles e contese tra i due vescovi»[10].

Con noi Papa Zosimo non sì è rivelato autoritario, scortese né tanto meno scontroso. Dopo aver cenato, in tarda serata ci accompagna in quelle che saranno le nostre camere per una notte. Un corridoio centrale cosparso di candele accese in grado di illuminare qualsiasi tipo di alloggio o dimora. Ambo i lati le camere, numerate dall’1 fino alla stanza 111. Ogni camerata ha nel suo interno due lettini, con rispettive coperte e cuscino. Finalmente si dorme su un letto vero.

Fin dalle prime ore del’alba rintona il canto dei monaci attraverso i muri del Convento, la messa in latino è già iniziata. I frati sono gente laboriosa e dedita al dovere sia civile che spirituale. Dopo la messa, si dirigono nell’orto sottostante. Coltivano maiorca[11] e qualche erba aromatica. Bisogna lavorare, zappare, mietere, fino a buoi inoltrato. Un piccolo casolare è posto al centro del terreno dove al suo interno ospita qualche gallina e dieci caprette da latte.

Alle nostre spalle la montagna, che oltre ad essere luogo di forme di cultura popolare, di devozioni e di saperi, costituisce luogo di produzione, economie, culture che hanno consentito  la vita di queste popolazioni. Giunge mezzogiorno, noi siamo pronti per ripartire insieme ai buoi che dopo il riposo notturno, sono pieni di energia. Prima di salire sul carro salutiamo i frati e, in segno di riconoscenza, porgiamo loro un po’ di origano essiccato, profumato e ottimo per l’insalata.

Si parte con tutto ciò che abbiamo: il carro, per noi casa, rifugio magnanimo, e i buoi  nostre coraggiose guide da ormai cinque anni. Si riparte alla ricerca di nuova fortuna, godendo di quello che abbiamo. Passo dopo passo ci avvolge un senso di fiducia che ci spinge ad andare avanti. La consapevolezze di essere soli e indifesi non rattrista i nostri animi in quanto noi siamo liberi di vivere, vivere la giornata, vivere il presente. Questo ci rendi felici, questo ci permette di assaporare le sfaccettatura che ci riserva la vita.

Non possediamo nulla di pregiato o costoso ma siamo liberi dallo scorrere veloce del tempo, liberi dagli egoismi umani.

Pietro Marchio – Responsabile Storia della Calabria e della Sila


[1] Oggi Andali, provincia di Catanzaro.

[2] L’antica città del Reazio, Mesoraca si trova in provincia di Crotone.

[3] Thomas Aceti. In annot. Gabriele Barrio, libr. 4, cap.2, num. 6.

[4] Della Calabria Illustrata, opera varia istorica, del Giovanni Fiore da Cropani, predicatore cappuccino, Tomo secondo, anno 1743.

[5] Paganesimo, società precristiana. Con il termine “gentili”, appellativo derivato dal latino biblico, gentes – gentiles, designa tutte le persone non giudaiche partecipi dei costumi e della cultura greca nel mondo romano.

[6] Ricerche storiche della patria di S. Zosimo, Pontefice romano e i suoi atti, con una breve descrizione preliminare della Calabria, esposte dal sacerdote Gio Andrea Fico, nativo del Reazio ora Mesuraca, dedicate all’Emo e Rino Principe, Andrea Corsini, Roma, 1760

[7] Ibidem

[8] Ibidem.

[9] Ibidem, introduzione al lettore.

[10] Alessandra Pollastri, Enciclopedia dei Papi, 2000.

[11] Segale.

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