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Samora Machel, storia di un rivoluzionario

Milioni di africani, per quasi cinque secoli, sono stati colonizzati da poche centinaia di europei. Per tutto questo periodo l’intero continente africano è stato brutalizzato, spogliato delle proprie ricchezze naturali e della propria popolazione. La storia dell’Africa per anni è stata caratterizzata dal colonialismo, dalle barbarie, dal razzismo, il tutto nell’assoluto silenzio da parte del mondo cosiddetto “civile”. Eppure, anche di fronte a questo perpetuo crimine contro gli uomini e la Storia, vi sono stati esempi di chi ha combattuto questa situazione, chi con lotta armata, chi con la penna, altri ancora con l’esempio. Parliamo di uomini semplici, spesso nati in piccoli villaggi, ma che non hanno mai rinunciato ai loro ideali e da soli hanno combattuto contro la repressione e il razzismo dell’uomo bianco, spesso con esiti tragici. L’uomo di cui parleremo oggi risponde al nome di Samora Moise Machel, rivoluzionario e primo presidente del Mozambico libero dall’oppressione coloniale portoghese.

Nascita e formazione

Samora Machel nacque il 29 settembre 1933 in un piccolo villaggio chiamato Chilembene, in Mozambico, in una famiglia di contadini poveri e sfruttati. Il Mozambico dalla fine del XV secolo era una colonia sottomessa ai portoghesi, che sfruttavano oltre misura gli uomini e le risorse. Gli abitanti del Mozambico erano trattati come bestie da soma, buoni per lavorare nei campi e per scavare miniere, senza nessuna prospettiva di miglioramento. I genitori di Machel lavorarono per tutta la vita nei campi di cotone, ricompensati con paghe spesso insufficienti anche per i bisogni primari. Il giovane Machel cominciò a capire ben presto l’iniquità del sistema coloniale portoghese, la povertà della gente del Mozambico, la durezza del lavoro nei campi, al quale ben presto si abituò anch’egli. Nonostante tutto, la famiglia riuscì a far studiare Samora, che divenne un infermiere professionale presso un ospedale.

La maturazione della coscienza rivoluzionaria

Negli anni ’50, Samora partecipò ai primi moti anticoloniali e si avvicinò al marxismo. La lotta contro l’oppressore coloniale era per lui anche lotta per una società giusta, egualitaria, in cui il socialismo doveva essere la legge per la popolazione. Machel cominciò le sue manifestazioni di protesta contro le disparità di trattamento dapprima nell’ospedale dove lavorava, infatti già qui erano ben lampanti le differenze tra la paga di un africano e di un europeo, e ancora più marcate erano le differenze tra le cure destinate ad un bianco e quelle per un nero. Ma l’adesione al marxismo divenne totale quando la famiglia di Machel fu costretta a lasciare il suo piccolo appezzamento di terra per trasferirsi in Sud Africa, dove li aspettava il duro lavoro in miniera. La stessa sorte dei genitori di Machel toccò quasi a mezzo milione di Mozambicani, e questo portò nella colonia portoghese proteste e tumulti, represse dalla polizia coloniale in maniera cruenta. Il Portogallo di quegli anni era ancora governato dalla dittatura clerico – fascista di Salazar, che non accettava minimamente l’idea di perdere il titolo di ultimo baluardo delcolonialismo lusitano in Africa. Tutto insomma sembrava remare contro le istanze di libertà del popolo mozambicano, ma Salazar non aveva ancora fatto i conti con la forza e la determinazione di Machel.

L’adesione al FRELIMO

La decisione di entrare nel FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico) Machel la maturò dopo la morte del fratello, rimasto ucciso in un incidente in miniera. Il Frelimo era un movimento rivoluzionario di stampo marxista che combatteva per scacciare i portoghesi dal Mozambico, alla stessa maniera del MPLA (Movimento per la Liberazione dell’Angola) per l’Angola. Il movimento fu comandato fin dall’inizio da Eduardo Chivambo Mondlane, il quale scelse con cura i suoi uomini da mandare in Algeria ad addestrarsi sulla tattica della guerriglia. Anche Machel si addestrò con i guerriglieri algerini, e li maturò una sua personale idea su questa guerra di guerriglia: la lotta dei mozambicani non doveva essere solo finalizzata a scacciare i portoghesi, ma soprattutto per portare una società giusta e libera non solo in Africa, ma anche in Portogallo.Anche i portoghesi soffrivano allo stesso modo dei mozambicani, oppressi anche loro a causa della dittatura fascista di Salazar, la rivoluzione quindi avrebbe avuto benefici sia in Africa che in Portogallo. Nel 1966 i guerriglieri del Frelimo riuscirono a conquistare un quinto del territorio mozambicano, ma il 19 dicembre 1969 Mondlane venne ucciso da una bomba, il che causò vari disordini tra la leadership del movimento e di conseguenza una battuta d’arresto nelle operazioni di guerriglia.

La Presidenza del Frelimo e del Mozambico

Subito dopo la morte di Mondlane, Machel assunse la carica di presidente del Frelimo, e grazie a lui la lotta ebbe una decisa svolta. Machel decise di assumere personalmente le decisioni in campo militare, e grazie alle sue conoscenze tattiche i mozambicani cominciarono a vincere tutti gli scontri armati. Finalmente, nel 1974, in contemporanea con la Rivoluzione dei Garofali in Portogallo e la caduta del successore di Salazar, Caetano, il Mozambico ottenne l’indipendenza e l’anno dopo Machel diventò il primo presidente della storia del Mozambico libero. Sotto la sua presidenza Machel cominciò una massiccia opera di nazionalizzazione delle piantagioni e delle poche raffinerie di petrolio presenti nel Paese, mentre cominciò a costruire scuole e ospedali in ogni provincia del Mozambico. In campo internazionale, Machel ebbe ottimi rapporti con l’Urss, che inviò tantissimi aiuti per dare sollievo alla popolazione mozambicana. Nel 1976 accolse una nave italiana chiamata “Amanda”, con aiuti del governo italiano e della città di Reggio Emilia. Machel ebbe sempre parole di gratitudine per il governo italiano e per gli italiani, che si mostrarono sempre generosi nei confronti della popolazione mozambicana. La sua azione di governo e la stabilità della neonata nazione vennero messe a dura prova dalla guerriglia del RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana), un movimento politico-militare di stampo reazionario e conservatore che ingaggiò con il Frelimo una guerriglia lunga e spietata che durò fino al 1992. Il Renamo venne finanziato almeno fino all’80 dal governo della Rhodesia del Sud (attuale Zimbabwe) e dal governo Sudafricano, che mal tollerava una nazione socialista così vicino ai propri confini. La guerriglia produsse moltissimi danni al Mozambico, infatti furono numerosi gli attentati commessi dai miliziani del Renamo contro scuole e ospedali, specialmente nelle città più popolose.

Un’altra morte misteriosa per un presidente africano

Il 19 ottobre del 1986 il sogno di Machel si interruppe improvvisamente. Infatti, mentre rientrava da unmeeting internazionale tenutosi in Zambia, il velivolo su cui viaggiava (un Tupolev Tu-134 sovietico) precipitò nelle prossimità del confine fra Mozambicoe Sudafrica, sui monti Lebombo. Ci furono solo nove sopravvissuti, mentre Machel e altre 24 persone (tra cui importanti membri del governo) morirono. Diverse fonti sollevarono il sospetto che il regime del Sudafrica fosse coinvolto, così come fu posta l’attenzione sul Renamo e sull’UNITA (un gruppo paramilitare conservatore attivo in Angola che fronteggiava l’MPLA), ma le indagini condotte insieme da Sudafrica, Mozambico, l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile e l’Unione Sovietica non giunsero mai a una prova conclusiva in merito, e solo la delegazione sovietica sostenne apertamente il coinvolgimento del Sudafrica. Il governo di Nelson Mandela, all’indomani della caduta del regime dell’Apartheid, riaprì le indagini sull’incidente nel contesto dei lavori della Commissione per la verità e la riconciliazione: anche in questo caso la questione non fu risolta. La vedova di Machel, Graça Machel, sta ancora portando avanti le ricerche, ma questa volta in una nuova veste, quella di compagna di Madiba, infatti nel 1998 Graça ha sposato Mandela, divenendo first lady del Sudafrica.

L’etica del rivoluzionario

Chi ha vissuto una vita come quella di Machel, chi ha scelto coscientemente di non essere servo del potere o schiavo di pochi ha tutte le carte in regola per diventare un rivoluzionario, un uomo che può infiammare le folle e dare speranza ad un intero popolo. Purtroppo vi è da dire che quando questo rivoluzionario darà inizio alla lotta, alla propria personale guerra contro un’autorità cieca e violenta saranno in pochi coloro che lo riconosceranno come tale. Il potere, la parte dominante che ha paura di perdere la posizione comoda, lo dipingerà come un bandito, un terrorista, un criminale. Solo il grande tribunale della Storia potrà dire cosa sarà veramente. L’esito del suo impegno non è prevedibile, non sappiamo cosa riuscirà a fare e con quali mezzi lo farà, ma se dalla suaha la giustizia e la partecipazione delle masse, anche se dovesse morire sarebbe sempre ricordatoe rispettato nel tempo per le sue idee e le sue imprese. Anche a questo uomo tutto sommato normale è capitata la stessa cosa: è morto, come tutti cambiando colore avrebbe detto De André, ma ha dimostrato ai posteri quale dev’essere il destino del vero rivoluzionario, del vero capopopolo che guida un Paese alla rinascita, ma forse dell’uomo che vuole a tutti i costi affermare la propria dignità e che reclama il proprio posto nella Storia: morire da uomini liberi, da uomini che hanno fatto il possibile per cambiare le cose, e che non sono stati a guardare, perché a nessuno piacciono gli indifferenti, soprattutto se in ballo c’è la libertà di un popolo.

Giovanni Trotta

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