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Rwanda, storia di una tragedia annunciata. Seconda parte.

L’eccidio

La sera del 6 aprile 1994 la capitale Kigali si preparò per il ritorno di Habyarimana. Il presidente stava tornando da un incontro a Dar-Es-Salaam con il presidente del Burundi Ntaryamira, quello dell’Uganda Museveni ed altre importanti personalità africane. In questo incontro Habyarimana prese l’impegno solenne di formare il governo di transizione che tutto il mondo gli chiedeva. Alla fine dell’incontro diede un passaggio a Ntaryamira, ma lo rifiutò al ministro tutsi Gasana. Pensò di avergli tirato un bel tiro mancino:” che se ne torni a casa da solo, quel maledetto traditore amico di Kagame”, non immaginava neanche che con quello sgarbo gli avrebbe salvato la vita.  Dopo le 20 l’aereo presidenziale arrivò sopra Kigali, ma improvvisamente venne invitato a non atterrare e subito dopo venne colpito da un missile che lo spezzò in due: una metà del velivolo cadde nel cortile del palazzo presidenziale mentre l’altra metà cadde all’esterno del cortile. Dallaire alle 22 e 30 partecipò ad una riunione con Bagosora ed altri esponenti del governo estremista che lo rassicurarono, infatti dissero che avrebbero formato un governo d’emergenza. Dallaire in realtà voleva che venisse riconosciuta l’autorità del ministro Uwilingiyimana, ma Bagosora e la sua cerchia rifiutarono. La mattina dopo Kigali si svegliò circondata da barriere e da barricate che bloccavano tutte le strade. Il generale cercò di mettersi in contatto con la ministra ed altri esponenti dei partiti moderati ma nessuno rispose ai telefoni. Dallaire capì solo allora che i leader moderati e la ministra erano stati uccisi. La prima ministra era difesa da caschi blu belgi, uccisi barbaramente in una caserma della capitale dalle milizie Interahamwe. Gli assassini capirono di avere finalmente mano libera: la mattanza poteva cominciare e i tutsi non sarebbero stati più un problema. L’8 aprile venne formato un governo provvisorio e al posto del compianto Habyarimana venne insediato un anziano prefetto, Theodore Sindikubwabo, mentre primo ministro divenne Jean Kambanda e ministra della famiglia Pauline Nyiramasuhuko. Dallaire si rivolse immediatamente alle Nazioni Unite per avere indicazioni, ma in quel momento le diplomazie e l’ONU erano impegnate in una missione difficilissima: salvare gli occidentali presenti in Rwanda. Dallaire nel suo libro di memorie si lasciò andare a queste considerazioni: “Non siamo riusciti a trovare 5.000 soldati per fermare le violenze, però riusciamo in un giorno a mandare qualcuno a prendere i bianchi e a combattere contro i serbi. I neri valgono di meno dei bosniaci e dei serbi?”. Il 9 aprile scattò l’operazione Amaryllis, un battaglione di soldati francesi arrivò in Rwanda per salvare tutti i cittadini francesi presenti nel Paese, ma anche estremisti dell’hutu power e Madame Habyarimana. Lo stesso fecero i belgi, con l’operazione Silver Black, gli italiani con la missione Ippocampo Rwanda e gli americani. Nessuna diplomazia pensò di unirsi ai ribelli del Fronte e ai caschi blu per fermare le violenze. Solo poche persone rimasero in Rwanda a salvare vite innocenti: Linda Carroll, diplomatica canadese, Pierantonio Costa, console italiano e Vjeco Curic, prete ortodosso.

La mattanza continua

L’11 aprile gli omicidi cominciarono ad assumere proporzioni enormi e non più massacri selettivi, fu in questo momento che maturò la decisione di mandare via i caschi blu belgi dal Rwanda. L’opinione pubblica belga, rimasta inorridita dall’assassinio dei propri soldati, spinse affinché questi fossero rimandati a casa. Ed è quello che avvenne di lì a poco, infatti le Nazioni Unite non integrarono di altri elementi la UNAMIR, ma mantennero in Rwanda solo 270 caschi blu di alcune nazioni africane, lasciando i ruandesi alla furia dei machete. Il 21 aprile il consiglio di sicurezza dell’ONU decise di far rimanere in Rwanda 454 soldati al comando di Dallaire, intanto le violenze proseguirono senza soluzione di continuità. Anche nelle città più lontane del Rwanda si cominciò ad uccidere facendo leva sul sentimento di paura e di risentimento verso i tutsi della popolazione hutu più povera e meno istruita. Si crearono vere e proprie cellule composte da Interahamwe che uccisero come forsennati, spronati a farlo dagli ammonimenti della radio RTML. Migliaia di giovani poterono finalmente sfruttare il loro lungo apprendistato e la loro ideologia genocidaria imparata dai borgomastri, dagli intellettuali e da chiunque venisse riconosciuto come un’autorità nel Paese delle mille colline. Possiamo sapere come i massacri vennero organizzati dalle voci di due assassini che operarono nella zona di Nyamata. Ecco come Pancrace Hakizamungili parlò dell’organizzazione dei massacri nel suo territorio: “Durante il periodo delle carneficine ci alzavamo più presto del solito per salire al campo di calcio. La regola numero uno era uccidere, la regola numero due non c’era. L’organizzazione non era complicata.”. Lo stesso Pancrace disse riguardo al rapporto con i superiori: “Moltissimi non sapevano uccidere, ma questo non era un problema, visto che i più impacciati erano seguiti dagli Interahamwe che gli insegnavano a fare i primi passi. Erano più bravi, più imperturbabili. Si vedeva che erano più specializzati. Davano consigli su come colpire e sugli itinerari da seguire”. Ecco invece la testimonianza di Elie Mizinge: “Il bastone o la mazza chiodata sono devastanti, ma il machete viene più naturale. In Rwanda tutti sono abituati al machete fin dall’infanzia. È sempre lo stesso gesto, o che tagli un ramo, o che uccidi un animale o un uomo il machete non parla, taglia soltanto!”. La manodopera del genocidio venne reclutata inviando miliziani casa per casa a chiamare i contadini ad una solidarietà tra hutu e a difendere il Paese dagli scarafaggi. Solo nella prefettura di Butare il meccanismo andò a rilento, infatti il prefetto Habyalimana non autorizzò l’intervento degli Interahamwe. Il 17 aprile il prefetto venne messo fuori legge e ucciso, cominciò così il massacro dei tutsi che si concluse con la morte di oltre 43.000 persone in meno di una settimana. La manodopera genocidaria non venne composta da pazzi esaltati che uccidevano in maniera crudele (con machete, mazze chiodate, bastoni, coltelli, martelli ecc.) per il gusto di farlo, ma perché un governo estremista e violento gli ordinò di farlo. Prima del genocidio lavorare significava per gli agricoltori e gli impiegati andare nei campi o in ufficio, ora lavorare significava prendere il machete e disinfestare il Paese dagli scarafaggi. Va segnalato che i massacri non si fermarono neanche dinnanzi i luoghi di culto e in altri luoghi dove si dovrebbe trovare salute e istruzione e non terrore e morte. Divenne tristemente noto il caso di massacri avvenuti nei pressi di chiese, scuole ed ospedali: il 7 aprile, appena 24 ore dopo la morte del presidente, vennero uccisi almeno mille ruandesi nel Centre Christus di Kigali; il 14 aprile nella chiesa di Nyarubuye morirono così tanti tutsi che neanche le autorità arrivarono a rendere definitiva la cifra degli uccisi. La cosa che caratterizza il sito di Nyarubuye e altri siti dove si sono avute tali carneficine è che i cadaveri non sono stati sepolti, ma rimangono come perpetua memoria di come la crudeltà umana non si fermi di fronte a nulla, neanche di fronte alle chiese. Il 16 aprile il pastore Elizaphan Ntakirutimana, direttore del complesso avventista di Mugonero, ricevette una lettera firmata da sette pastori che, insieme a centinaia di persone, si erano rifugiate nella chiesa e nell’ospedale di Mugonero. La lettera recitava così: “Desideriamo informarla che domani verremo uccisi noi e le nostre famiglie. Le chiediamo di parlare con il sindaco per salvarci”. La replica di Ntakirutimana rimase nella storia come esempio di come il male può essere semplice e banale: “Dovete morire, mettetevelo in testa. Dio non vi vuole più”. Ed è ciò che accadde il giorno dopo, quando questi poveri pastori vennero massacrati insieme alle loro famiglie. Nella chiesa di Kibeho, gestita da Augustin Misago, vescovo ruandese, morirono circa 10.000 persone. Il vescovo subì un processo per genocidio dal quale uscì assolutamente pulito. A Kibuye invece, una delle zone più colpite dal genocidio, i morti furono oltre 150.000, e la popolazione tutsi di quella regione si ridusse a meno di 50.000 unità. I religiosi e tutti coloro che difesero la popolazione ruandese (tra cui bisogna ricordare la comunità musulmana ruandese, che decise di difendere i tutsi senza ambiguità) pagarono un carissimo prezzo per il loro coraggio. Nei mesi che vanno dal 6 aprile al 4 luglio persero la vita 3 vescovi, 103 preti, 66 suore e 56 frati, la stragrande maggioranza tutsi. Un anziano frate tedesco, riuscito a scampare miracolosamente alla strage con un esiguo numero di persone disse: “Non ci sono più demoni all’Inferno, si sono stabiliti tutti in Rwanda”. Altri terribili massacri avvennero invece in luoghi molto affollati, nei quali si rifugiarono moltissimi tutsi, convinti dalle autorità che in quei luoghi non sarebbero stati toccati. Altre carneficine si verificarono a Nyarubuye, nella piccola chiesa di Nyamata, dove persero la vita migliaia di uomini e donne. Ma il caso più impressionante fu sicuramente quello di Murambi, dove nella scuola tecnica si rifugiarono e persero la vita almeno 45.000 persone. Intanto in Europa arrivarono i primi echi dei massacri. Libération parlò di atti di genocidio per riferirsi al massacro della chiesa di Gikondo. Due giorni dopo anche Le Monde dedicò le sue colonne al racconto di queste stragi senza però sfiorare il termine genocidio. Secondo la Croce Rossa furono almeno mille i volontari uccisi nei primi dieci giorni di massacri e tale notizia venne ripresa da vari media francesi e belgi. I giornali americani, come New York Times e il Washington Post diedero grande spazio alle notizie dei massacri e riportarono la terribile cifra di 100.000 morti nei primi dieci giorni di genocidio. Ma mentre i giornali davano notizia di queste stragi, in Europa alcuni esponenti del governo estremista fecero un tour nel quale esposero alcune loro teorie sul genocidio: Primo, le violenze sono una conseguenza dell’aggressione del Fronte; secondo, le cifre sono palesemente gonfiate; terzo, si tratta di uno scontro etnico e non di genocidio. Malgrado tali falsità vennero accolti con tutti gli onori all’Eliseo, gli stessi onori che ricevono i capi di stato che si recano in visita in Francia. 

Il genocidio e la guerra civile

Intanto il Fronte Patriottico Ruandese cominciò a riportare le prime vittorie contro le fragili armate dell’esercito regolare ruandese. Avanzando i soldati di Kagame trovarono le tracce del genocidio: villaggi disabitati e distrutti, cadaveri ovunque e cani e gatti che si cibavano dei corpi senza vita. Ma anche i soldati del Fronte utilizzarono la violenza e in alcuni casi in maniera indiscriminata: infatti il 1° maggio una granata lanciata contro la chiesa della Santa Famiglia a Kigali causò la morte di 13 persone, il 9 maggio invece il Fronte colpì addirittura l’ospedale causando oltre 30 morti. Kagame venne più volte rimproverato da Dallaire per queste indiscriminate esplosioni di violenza e per la lentezza con cui stavano conducendo la guerra, infatti Dallaire disse che ogni giorno di guerra in più era un giorno in più di genocidio. Kagame però non volle rovinare la sua strategia con attacchi poco concreti e rispose con parole molto dure che lasciarono attonito il povero generale: “Se ci devono essere dei morti, lo considereremo un sacrificio per il bene del Rwanda”. Dallaire provò addirittura a venire a patti con le forze genocidarie. Si incontrò il 1° maggio con il capo degli Interahamwe Robert Kajuga (il quale era di madre tutsi, questo per dimostrare come alla storia non sia mai mancata una strana ironia) e con due suoi assistenti. Ciò che colpì di questo incontro fu la straordinaria tranquillità di questi criminali che, ancora con le magliette sporche di sangue, dissero di voler collaborare con la MINUAR e con Dallaire per poter portare il Paese alla pace. Dallaire disse qualche tempo dopo di aver avuto la sensazione di aver stretto la mano ad un demone dell’inferno, anche perché sapeva benissimo che le tante parole sulla cooperazione non erano altro che falsità, infatti gli Interahamwe e le milizie genocidarie non avevano altro obiettivo che quello di farlo fuori, come del resto si poteva anche sentire ogni giorno dai proclami di RTML. Si è detto della posizione dei giornali europei circa i massacri del Rwanda, ma la diplomazia che realmente poteva fare qualcosa (la diplomazia americana) non utilizzò mai la parola “genocidio” in sede ufficiale, anche perché la Convenzione del 1948, approvata dalle Nazioni Unite sulla spinosa questione del genocidio prevedeva che, quando un atto del genere si stesse compiendo, le potenze internazionali fossero obbligate ad intervenire. Christine Shelley, del dipartimento di Stato americano, si coprì di ridicolo non utilizzando la parola genocidio per non giustificare un intervento degli USA a salvare la situazione. Il presidente del consiglio di sicurezza Keating a questo punto chiese di ridiscutere ancora una volta la questione ruandese il 29 aprile. Fece quindi circolare una bozza di proposta che definì gli atti in corso in Rwanda come atti di genocidio. Ma al momento dell’approvazione il testo venne modificato dal delegato britannico che furbescamente eliminò il termine dalla bozza appena approvata. Solo un capo di stato utilizzò la parola genocidio senza ambiguità e senza problemi, fu il papa che da Città del Vaticano lanciò il suo anatema contro gli uccisori e chiese alla comunità internazionale di intervenire al più presto per fermare la strage.

Nessun Testimone

A maggio i membri del regime estremista hutu capirono che l’unica soluzione per evitare che nessuno gli potesse presentare il conto per ciò che avevano fatto era quella di non lasciare testimoni. Fu infatti in questo periodo che si registrarono le crudeltà maggiori contro i tutsi, il tutto avvallato e sostenuto dalla radio RTML, che incitò gli Interahamwe a non avere pietà né delle donne e né dei bambini. In tutto questo campionario di violenza si cominciò a vedere la comparsa di uno degli atti più brutali che si possano concepire, lo stupro. Pauline Nyiramasuhuko, ministra per la famiglia e la condizione della donna, organizzò dei veri e propri squadroni dello stupro (a cui mise a capo il figlio 24enne Shalom), che si occuparono di brutalizzare tutte le donne tutsi e persino le donne hutu che offrirono assistenza e protezione. Le donne che subiscono tali atti, pur essendo innocenti in tutto e per tutto, si sentono colpevoli e provano un profondo senso di vergogna. Coloro che rimangono incinte porteranno con sé il figlio dell’odio perché nel cattolico Rwanda non si può abortire. Inoltre i genocidari organizzarono squadre di stupratori affetti dal virus dell’HIV per contagiare e continuare a seminare la morte anche nelle generazioni successive. Ma quando il genocidio arrivò nelle sue fasi più crude, lo stupro divenne solo un diversivo per gli assassini, che uccidevano le ragazze dopo averle violentate. È molto difficile trovare una ragazzina sopra i 12 anni che durante il genocidio non sia stata violentata e si calcola che il 70% delle donne che hanno subito violenze siano state contagiate dal virus dell’HIV. Intanto la macchina degli aiuti internazionali cominciò lentamente a girare. Il governo francese e italiano si offrirono di salvare molti orfani ruandesi. Dallaire l’11 maggio ricevette la visita del ministro della sanità francese Bernard Kouchner, che andò in Rwanda per chiedere di poter portare con sé 50 bambini. Il generale si schierò nettamente contro questa proposta perché sapeva che sradicare dei bambini era ancora peggio di lasciarli orfani, ma il ministro la spuntò ed il 4 giugno questi bambini vennero fatti partire per Nairobi, dove da lì avrebbero proseguito per Parigi. L’aereo rimase esposto alla cocente calura keniota per tutta la giornata e dopo 9 ore e un bambino morto di fame l’aereo partì, di modo che la Francia potesse vedere all’ora di cena il loro governo che salvava i bambini. Anche l’Italia accolse 150 bambini ruandesi che in seguito saranno poi adottati da varie famiglie italiane. Il lago Akagera, al confine tra il Rwanda e la Tanzania, in quei tremendi 100 giorni divenne il cimitero di migliaia di tutsi e il motivo di questa macabra presenza va ricercata nei discorsi degli estremisti hutu. Durante un raduno degli Interahamwe, Bagosora aizzò la folla dicendo che i tutsi erano provenienti dall’Etiopia e per questo motivo dovevano tornarci, ma da cadaveri e attraverso i fiumi che si uniscono al Nilo. I pescatori tanzaniani furono costretti a cambiare lavoro: divennero becchini per l’occasione, una dimostrazione di umanità che in quel momento non deve essere data per scontata.

La UNAMIR II e l’Operazione Turchese

A maggio le Nazioni Unite, sferzate dai discorsi di molti presidenti africani che ne contestarono apertamente l’immobilismo, decisero di farla finita con l’attendismo e vararono una nuova MINUAR, che venne chiamata MINUAR II. Questa missione, sostenuta dal segretario generale dell’ONU Boutros Ghali, venne presentata ufficialmente il 13 maggio e aveva come obiettivi quello di creare zone di sicurezza per i dispersi, proteggere le organizzazioni umanitarie e creare siti protetti per i civili. Per raggiungere tali obiettivi la missione avrebbe avuto bisogno di oltre 5.500 soldati ben armati e assistiti da squadroni di elicotteri, da osservatori militari e anche da una forza di polizia. Tutto ciò che Dallaire chiese già ad aprile. I Paesi africani si misero subito a disposizione delle Nazioni Unite ma il loro entusiasmo venne fermato dagli USA, che non vollero assolutamente mettersi al servizio di una nazione verso cui non avevano alcun interesse né politico e né tantomeno economico. L’unica concessione fatta dal governo americano fu la possibilità di utilizzare il termine genocidio. La situazione venne sbloccata da due senatori, Paul Simon e Jim Jeffords, che conferirono direttamente con Clinton, dopo aver avuto notizie da Dallaire. L’effetto di questa iniziativa fu immediato, infatti gli USA decisero di non porre il veto alla missione, approvata il 17 maggio. USA e Gran Bretagna si dissero disposte a fornire supporto alla missione. I britannici offrirono in affitto 50 furgoni Bedford, ma questi modelli erano molto vecchi e fu lo stesso Dallaire a chiedere se funzionavano a benzina o a spinta. I furgoni arrivarono ma ben presto furono accantonati a causa delle precarie condizioni delle strade ruandesi. Anche gli USA offrirono 50 blindati, ma prima di offrirli il governo americano volle essere assicurato del pagamento dei blindati. Insomma i blindati arrivarono solo nell’agosto 1994 dopo varie discussioni su chi doveva pagarne l’affitto. Ma perché queste discussioni inutili? Gli americani non volevano correre il rischio di far diventare il Rwanda un’altra Somalia? A questa domanda non si può dare una risposta, l’unica cosa certa fu il coraggio dei soldati tunisini e senegalesi che rimasero a proteggere i tutsi durante quei terribili giorni. La personificazione di questi coraggiosi soldati fu il capitano senegalese Diagne Mbaye, ucciso il 31 maggio da una bomba lanciata dall’esercito del Fronte (insomma ucciso dal fuoco amico). Mbaye salvò decine e decine di persone in Rwanda, tra cui anche i figli della prima ministra Agathe Uwilingiyimana. L’allestimento della MINUAR II si arenò e così la Francia decise il 15 giugno di presentare un piano per superare lo stallo. Venne varata la famigerata Operation Turquoise: Parigi mandò in maniera autonoma le sue truppe che si stanziarono nel sud-ovest del paese. L’Eliseo coinvolse anche gli eserciti del Senegal, del Ciad, del Niger, del Congo e della Mauritania. Naturalmente molti intellettuali africani fecero notare l’incoerenza dell’azione francese, ma alla fine la missione il 22 giugno arrivò in Rwanda. Anche in Francia però vi furono molte perplessità: Libération e Le Monde infatti pubblicarono una lunga intervista ad un Interahamwe che dichiarò di essere stato addestrato da ufficiali francesi. Dallaire e Kagame criticarono aspramente le intenzioni francesi, accusando di doppia morale il presidente Mitterrand. Appena arrivata la notizia della nuova missione francese, la radio del regime salutò i nuovi arrivati con questo messaggio: “I veri amici sono rari, le avversità li fanno incontrare. Andate a prepararvi e a farvi belle, giovani ragazze hutu, sono arrivati i francesi e non ci sono più ragazze tutsi! Viva la Francia! Viva François Mitterrand e viva la cooperazione Franco-Africana!”. Il 24 giugno i francesi si stabilirono in una porzione di territorio che va dal lago Kivu al confine con il Burundi e al confine con lo Zaire. In quella zona arrivarono oltre 2.500 soldati armati fino ai denti. Giunse anche un esercito di giornalisti armati di telecamere che però evidentemente erano spente al momento della consegna di armi francesi ai miliziani Interahamwe. Tra le zone poste sotto il mandato dell’Operation Turquoise ci fu anche la collina di Bisesero, l’unico luogo dove vi fu una vera e propria resistenza. Vi si nascosero decine di migliaia di persone che decisero di resistere agli attacchi dei genocidari con archi, frecce, machete e pietre. Il 26 giugno l’inviato di London Times, Sam Kiley, si addentrò nella foresta e ebbe modo di incontrare molti tutsi. Informò subito i francesi che invitarono i superstiti a resistere, promettendo loro che sarebbero tornati nel giro di tre giorni. Ma la notte dopo i tutsi vennero attaccati dalla milizia e massacrati senza pietà. Quando i militari francesi videro con i loro occhi gli hutu uccidere con machete e bastoni uomini e donne innocenti, capirono di essere stati ingannati, sia dai ruandesi che dalla loro patria. Malgrado le tante critiche ricevute, l’Operation Torquoise venne lodata da tante personalità politiche, anche perché fu grazie all’intervento francese che venne fermato il genocidio. È però indubbio che l’operazione permise la fuga all’esercito ruandese verso i campi profughi, che già cominciavano a formarsi al confine con lo Zaire. Il 3 luglio le armate francesi e quelle del Fronte si trovarono uno di fronte all’altro, ci fu addirittura qualche scaramuccia ma entrambi gli eserciti continuarono le loro rispettive missioni. A Kigali il Fronte arrivò il 4 luglio e si trovò di fronte una città spettrale, una capitale trasformata in un enorme cimitero a cielo aperto. I militari estremisti fuggirono a Goma, una cittadina dello Zaire confinante con il Rwanda che si sarebbe presto trasformata in una città-campo profughi. Il 18 luglio Kagame dichiarò la fine della guerra civile e terminò anche il genocidio. I leader dell’Hutu Power cercarono il modo di riorganizzarsi e da radio RTML Jean Kambanda, ministro del governo genocidario, dichiarò con forza: “Abbiamo perso la battaglia ma vinceremo la guerra, anche se questo dovesse significare grandi sofferenze e la morte di tanti nostri soldati”. In meno di tre mesi un intero Paese venne rivoltato come un calzino: su sette milioni di abitanti, due milioni lasciarono il Rwanda per rifugiarsi nei campi profughi allestiti negli stati vicini e un altro milione perì brutalmente. Tra i tantissimi tutsi che persero la vita in quei terribili 100 giorni, vi furono addirittura alcuni che investirono le loro sostanze per comprarsi una pallottola, nel tragico e quasi folle tentativo di assicurarsi una morte indolore e dignitosa.

Continua…

Giovanni Trotta

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