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Rwanda, cronaca di una tragedia annunciata (Parte Prima)

Con Pietro ed altri amici si è discusso tante volte di come una tragedia del genere si sia potuta verificare in un Paese talmente piccolo, quasi sconosciuto e nascosto anche nella carta geografica. La risposta sul perché va innanzitutto cercata nelle responsabilità delle nazioni europee, che malgrado la fine dell’esperienza coloniale non hanno mai effettivamente lasciato l’ex colonia sostituendo il dominio del territorio con un’altra forma, ben più subdola, di controllo: quello dell’economia e della politica estera. Naturalmente anche il popolo ruandese ha le proprie responsabilità, sono stati i ruandesi ad uccidere i loro vicini di casa, ma non si può negare che senza l’infausta presenza francese le cose sarebbero potute andare diversamente. In questa serie di articoli dedicati al tema del Genocidio del Rwanda si cercherà di far luce sui motivi che portarono al massacro dei Tutsi, partendo dall’assetto precoloniale e dalla storia della nazione africana per arrivare alla situazione attuale. Riteniamo che sia giusto parlare di ciò che successe in quel periodo perché non bisogna mai dimenticare di cosa l’uomo è capace di fare ad altri uomini. Sono argomenti difficili certo, un pugno nello stomaco, ma la memoria è essenziale per imparare questa fondamentale lezione: se è accaduto una volta può accadere ancora, per questo dobbiamo sviluppare anticorpi sani e forti che ci guidino quando la situazione sembra sfuggire di mano.

Il Rwanda prima della colonizzazione 

La storia del Rwanda è caratterizzata, nella fase precoloniale, dalla presenza di vari piccoli regni formati sia da BaHutu (o Hutu) che da BaTutsi (o Tutsi) che vivevano e cooperavano assieme in buona armonia, sebbene i BaTutsi avessero una posizione avvantaggiata rispetto agli altri gruppi per via della pastorizia, all’epoca più redditizia dell’agricoltura, destinata solo ai BaHutu.  Una leggenda ruandese può aiutarci a capire la situazione precoloniale: si dice che Gihanga, il primo re del Rwanda, avesse tre figli: Gahutu, Gatutsi e Gatwa. Una sera consegnò a ognuno un secchio di latte. Gatwa lo bevve tutto d’un fiato, Gahutu un po’ lo bevve e un po’ lo rovesciò, Gatutsi invece, a differenza dei suoi fratelli, lo conservò integro e la mattina dopo lo ridiede al genitore. Gihanga decise allora di dare la più grande ricchezza del paese, cioè le vacche, a Gatutsi, Gahutu avrebbe potuto acquisirne alcune solo con il sudore della fronte, mentre il povero Gatwa se le sarebbe dovute scordare a causa della sua avidità. Con questa leggenda si può capire la situazione del Rwanda precoloniale: i BaTwa (o Twa), pigmei cacciatori e raccoglitori, originari abitanti del paese, furono relegati all’ultimo posto della scala sociale e bollati come rozzi e primitivi. Questi pigmei furono trattati senza alcun tipo di riguardo sia dai tutsi sia dagli hutu. I tutsi, durante il periodo dei Mwami (cioè i Re), li trattarono come giullari di corte, mentre gli hutu li utilizzarono nel 1994 per stuprare le donne tutsi, aggiungendo un tocco di scherno tribale alla violazione delle donne. I BaHutu, una popolazione bantu proveniente dal Ciad o dal Camerun che portarono l’agricoltura ed il ferro, divennero la grande massa dei contadini. I BaTutsi, popolo di pastori guerrieri arrivati dal nord, che si insediarono in Rwanda nel XIII secolo D.C., portarono la pastorizia ed erano anche guerrieri che di lì a poco assoggettarono tutto il Paese sotto le monarchie dei Mwami. Fino all’arrivo degli europei le tre etnie si possono assimilare a delle caste, un po’ come quelle indiane, ma molto meno rigide. Col passare del tempo i due gruppi principali, gli hutu ed i tutsi, formarono un vero e proprio meticciato con moltissimi matrimoni misti ed elaborarono addirittura una lingua nazionale detta Kinyarwanda. Nel Paese si organizzò una sorta di stato federale con svariate monarchie, tutte rette da Mwami, dei re divinizzati, i quali venivano coadiuvati da alcuni sommi sacerdoti che avevano il compito di avvelenarli quando questi non erano più capaci di intendere e volere. Il Rwanda fu assoggettato dal Mwami Kigeri IV Rwabugiri solo negli anni ’70 del diciannovesimo secolo, cioè qualche anno prima dell’arrivo dei bianchi. Nel 1884-1885 a Berlino le potenze si spartirono l’Africa in quello che è chiamato nei libri di storia lo Scramble for Africa, una febbre di conquista che coinvolse tutte le grandi potenze europee che si divisero grandi porzioni di territorio africano ignorando deliberatamente le popolazioni che abitavano quelle aree. I tedeschi ottennero un mandato sia sul Rwanda sia sul Burundi, riunendo i due territori e il Tanganika nell’Africa Orientale Tedesca.

Arrivano i bianchi!

I tedeschi raggiunsero molto tardi questi territori e solo il 29 maggio del 1894 il conte Von Götzen, un eccentrico nobile tedesco appassionato di luoghi esotici, si presentò al cospetto del Mwami che lo accolse con gentilezza e comprensibile stupore. L’anno seguente il Mwami morì in battaglia e la lotta per la successione fu abilmente sfruttata dai tedeschi che presero il controllo del territorio e ben presto furono raggiunti dai Padri Bianchi, un gruppo molto importante di missionari cattolici. Insieme ai religiosi arrivarono molti soldati che furono utilizzati per difendere i confini, mentre al comando della colonia i tedeschi lasciarono un’élite di nobili Tutsi che s’impegnarono a dirigere il Paese al posto loro. Nel 1919, subito dopo la pace di Versailles, il regno d’Urundi (composto da Rwanda e Burundi) fu affidato al Belgio che già possedeva l’immenso territorio del Congo. I belgi arrivati in Rwanda portarono bilance, righe e compassi, si misero a misurare crani e nasi e giunsero ad una sconcertante verità, infarcita di razzismo e d’ignoranza: i tutsi erano più alti e più eleganti degli hutu, erano quindi più intelligenti. I belgi si rifacevano all’episodio biblico (Genesi 9, 20-27) in cui troviamo Noè, sopravvissuto al Diluvio, che ha appena bevuto un po’ troppo e si è appisolato. Cam, uno dei figli, lo vide nudo e si mise a ridere. Gli altri due fratelli, Sam e Jafet, lo coprirono senza guardarlo. Noè, appena sveglio, maledì il figlio lanciandogli il seguente anatema: “Sarai servo dei servi dei tuoi fratelli”. Questa teoria, formulata da John Hanning Speke, venne detta “ipotesi camitica” e fu avanzata dall’antropologo britannico nel 1863. Secondo l’ipotesi camitica l’intera cultura e civiltà dell’Africa centrale venne introdotta da popolazioni più alte e fini, che egli considerava tribù caucasiche di origini abissine discendenti dal re David, e quindi di razza superiore agli indigeni negroidi. Con il tempo la convinzione che in Rwanda ci fossero davvero due razze distinte e separate mise radici molto profonde, tanto che l’altezza dei tutsi divenne una sorta di mito popolare che fece il giro di tutta l’Europa. Negli anni ‘50 ormai in tutto il mondo “civilizzato” si fece sempre più strada l’idea che i tutsi fossero i discendenti di una nobile civiltà originaria dell’Abissinia o addirittura dell’antico Egitto, calati molti secoli prima dalle loro terre antiche per educare e civilizzare i rozzi negroidi (gli hutu).

Le carte d’identità etniche

Negli anni ’30 si arrivò al punto di non ritorno. I colonizzatori si impegnarono in un grande censimento che segnò la comparsa di carte di identità etniche riportanti queste tre diciture, che andavano sbarrate per indicare il proprio status etnico: Hutu, Tutsi, Twa. Il censimento diede queste percentuali: Hutu 85%, Tutsi 14%, Twa 1% e il risultato del censimento aumentò ancora di più il risentimento degli Hutu, i quali cominciarono a sentirsi discriminati da una minoranza esigua. La chiesa belga e i colonizzatori non fecero niente per cambiare l’andazzo ed anzi assegnarono quasi tutti i posti di lavoro nel pubblico e l’accesso all’istruzione di secondo grado ai soli tutsi. I missionari inoltre, non contenti, si impegnarono a fondo a far cadere il Mwami Musinga, ritenuto poco idoneo, e lo sostituirono con Mutara IV, molto più incline ad accettare la fede cristiana. Nel 1945 morì padre Classe e nel Paese giunse una nuova generazione di missionari fiamminghi che, avendo anche loro sofferto per le discriminazioni subite dalla minoranza vallona francofona, simpatizzarono per gli hutu concedendogli terreni e la possibilità per molti di loro di studiare nelle scuole cattoliche. Grazie al lavoro di questi religiosi nel 1932 nacque Kinyamateka, una rivista che iniziò ad occuparsi di problematiche sociali e politiche e a difendere il punto di vista degli Hutu. Il 1954 fu un anno molto importante per la storia del Rwanda, infatti Kinyamateka assunse un nuovo direttore, il trentenne hutu Gregoire Kayibanda, che trasformò questo giornale nel più letto della nazione. Il giornale cominciò ad avere un tono più acceso e prese ben presto ad attaccare l’élite tutsi per la loro (presunta) malvagità e per la loro cattiva disposizione a rinunciare al potere. Il 29 marzo 1957 venne pubblicato un articolo molto importante che venne presentato come una sorta di spartiacque nella storia del Rwanda: Kayibanda ed altri otto intellettuali hutu firmarono il Manifesto dei BaHutu. Kayibanda ed i suoi soci riuscirono in una grande operazione di ribaltamento della prospettiva, infatti rovesciarono la cognizione che i belgi avevano delle divisioni sociali ruandesi, caricandole però di rabbia e di risentimento razziale. La comparsa del giornale fu anche la scintilla che diede vita alla nascita di partiti politici e di movimenti per i diritti civili che affermavano il diritto degli hutu a riprendersi quel Paese che belgi e tutsi coalizzati assieme gli avevano tolto.

Verso l’indipendenza

Nel luglio del 1959 morì Mutara IV in circostanze tutt’altro che chiare. Alcuni notabili tutsi molto vicini ai belgi misero sul trono a sorpresa e senza consultare nessuno il giovane figlio del detronizzato Musinga. I partiti hutu pretesero spiegazioni che non arrivarono, mentre il livello di tensione si fece sempre più grave quando un membro di un partito hutu venne attaccato da alcuni tutsi legati all’esercito. Il colonnello Guy Logiest, chiamato a risolvere la difficile situazione si schierò subito dalla parte degli hutu, visti come fondamentali per mantenere l’ordine, mentre per i tutsi la situazione si fece pesante, infatti vennero equiparati ad un elemento perturbatore da tenere sotto controllo. Nel 1960, l’anno passato alla storia come Anno dell’Africa, i gruppi hutu presero il potere e come primo atto ufficiale abolirono la monarchia, ratificata da un referendum per tenere buone le Nazioni Unite. La piena indipendenza arrivò il 1° luglio 1962 (la stessa cosa successe per il Burundi) e Gregoire Kayibanda divenne il primo presidente della repubblica del Rwanda. Tutto sembrò andare per il meglio, ma ben presto Kayibanda venne insidiato da alcuni clan di hutu provenienti dal nord del paese (i Bakiga, ovvero gli uomini delle montagne). Il presidente fece una cosa che ebbero modo di sperimentare molti presidenti sia del passato che ancora in carica, cioè cercò di serrare i ranghi della nazione costruendo un nemico comune: i tutsi.

Il presidente creò un clima di insicurezza e di paura nel quale impose il partito unico ed imbavagliò la stampa (persino il suo Kinyamateka, che venne gentilmente invitato a non occuparsi di politica). Molti tutsi preferirono rifugiarsi in Burundi ed in Uganda, altri invece si diedero alla macchia e alla guerriglia. Qualche giorno prima del Natale 1963 Kayibanda scatenò terribili rappresaglie nei confronti dei tutsi: infatti in meno di una settimana ne vennero uccisi circa 10.000. Le violenze peggiori avvennero nel nord e nel sud del Paese, dove la presenza hutu era particolarmente forte. In definitiva in dieci giorni persero la vita quasi 11.000 tutsi e oltre 250.000 lasciarono il Rwanda per i paesi limitrofi o per l’Europa; ha inizio la cosiddetta “Diaspora Ruandese”. Coloro che fuggirono verso l’Uganda andarono a formare l’esercito di liberazione ugandese, guidato dall’attuale presidente dell’Uganda Museveni, mentre coloro che si rifugiarono in occidente aiutarono i compatrioti in difficoltà o in esilio con ingenti somme di denaro, che servirono anche per finanziare l’esercito del Fronte Patriottico Ruandese.

Il dittatore amato da tutti

Nei due Paesi cosiddetti “fratelli”, cioè Rwanda e Burundi, i colonizzatori, con la loro frettolosa fuga, lasciarono una evidente polarizzazione che in Burundi consentì ai tutsi di avere il potere dell’esercito e del governo. Il partito al governo in Burundi, l’UPRONA, a parole rifiutò le etichette etniche, ma in realtà si servì di questa distinzione per spazzare via dai posti di comando tutti gli hutu. Nel 1965 una piccola cellula di militari hutu tentò un colpo di stato e cominciò a fare vari raid contro molte famiglie tutsi. Il governo, che all’epoca stava già subendo l’infausta influenza del ministro della difesa Michel Micombero, che un anno dopo divenne il primo presidente del Burundi, reagì brutalmente uccidendo circa 5.000 hutu. Nel 1972, a seguito di un tentativo di rivolta, vennero stilate delle liste di hutu da eliminare e perfino molti giovani ed intellettuali burundesi all’estero vennero fatti rientrare e fatti sparire con una formula che ricorda le drammatiche vicende dei Desaparecidos argentini e cileni. Si calcola che in quell’anno vennero fatti uccidere dal governo circa 200.000 hutu, praticando una sorta di genocidio “controllato”, che non attirò l’attenzione della comunità internazionale. In Rwanda le vicende dei fratelli hutu burundesi vennero vissute con grande preoccupazione e il presidente Kayibanda diede inizio, nei primi mesi del 1973, ad una nuova rappresaglia contro i tutsi, che però non venne seguita dalla popolazione. Il 5 luglio dello stesso anno il capo dell’esercito Juvenal Habyarimana prese il potere con un golpe militare, eliminando sia Kayibanda che la sua cerchia. Il nuovo capo di stato provò a ridare forza e slancio all’economia del Paese e per favorire la stabilità politica creò un nuovo partito nominato MRDN, cioè Movimento rivoluzionario nazionale per lo sviluppo, che divenne il partito unico a cui tutti i ruandesi dovevano essere iscritti fin dalla nascita. Il presidente riuscì, nei primi anni ’80, a riportare prosperità nel Paese e a far crescere il prodotto interno pro-capite della popolazione ruandese, che divenne uno dei più alti di tutta l’Africa. Habyarimana provò ad instaurare buoni rapporti con il Burundi ma i massacri contro gli hutu burundesi non si fermarono, anzi tra il 1972 e i primi anni novanta gli hutu vennero attaccati almeno altre sette volte, causando centinaia di migliaia di morti e di profughi che si rifugiarono proprio in Rwanda. Si generò così una situazione perversa che alcuni studiosi dell’epoca chiamarono “sindrome dei massacri asimmetrici”, cioè in Rwanda la maggioranza hutu che schiacciava la minoranza tutsi, mentre in Burundi la minoranza tutsi che schiacciava la maggioranza hutu. Malgrado il governo di Habyarimana si delineasse in tutto e per tutto come una dittatura del partito unico, il presidente riuscì ad instaurare buone relazioni con la chiesa, infatti benché fosse composta da moltissimi tutsi le alte sfere erano tutte dominate da hutu che non fecero mai mancare il loro sostegno ad Habyarimana. La dittatura di Habyarimana non fu estremamente violenta contro i tutsi come quella di Kayibanda, ma li estromise dall’amministrazione, dal parlamento, dal governo delle province e finanche dall’esercito. Come abbiamo visto il Rwanda riuscì a migliorare le proprie condizioni di vita, ma per fare tutto ciò il presidente dovette dare al Paese un efficiente apparato di controllo. In questo modo attirò l’attenzione di varie associazioni umanitarie che denunciarono sparizioni, torture ed incarcerazioni arbitrarie. Ma tutto ciò non offuscò la buona fama del Rwanda negli organismi internazionali, un po’ perché il Rwanda era un Paese all’epoca più o meno stabile, se confrontato con gli standard africani, un po’ perché Habyarimana era un buon diplomatico apprezzato da molti presidenti europei. Molti statisti europei del periodo consideravano Habyarimana cordiale, simpatico e buon promotore del suo Paese. Riuscì ad intrattenere buone relazioni con alti rappresentanti di Germania, Giappone, Svizzera, Italia e Città del Vaticano. Ma il suo più grande sponsor furono i francesi e soprattutto Valere Giscard D’Estaing, con cui siglò un accordo di cooperazione militare che impegnava la Francia ad offrire assistenza militare ed armamenti al Rwanda. Anche Mitterand divenne amico di Habyarimana e grazie a questa amicizia la Francia stanziò vari milioni di franchi per aiutare il Paese africano. Malgrado tutte queste amicizie altolocate, il dissenso era forte contro il presidente, che cominciò a reprimere in maniera sanguinosa le manifestazioni degli insoddisfatti.

L’inizio della guerra civile 

Proprio quando il progresso del Rwanda sembrava ormai inarrestabile il governo ebbe gravi problemi a livello economico. La popolazione ruandese era stata incoraggiata a vivere di una agricoltura di sussistenza che aveva sì sfamato il Paese ma lo aveva bloccato sui versanti dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, puntando tutto sulle coltivazioni di caffè, tè e banane. Quando però i prezzi di questi tre prodotti crollarono nelle quotazioni internazionali il Rwanda si ritrovò a dover accettare la cura del Fondo Monetario Internazionale, che impose un drastico taglio alla spesa pubblica e un conseguente aumento della povertà reale. Centinaia di migliaia di persone andarono ad ingrossare le fila dei nuovi poveri, mentre un 1% della popolazione ruandese continuò ad arricchirsi senza posa. Chi erano questi fortunati? Naturalmente tutti coloro che facevano parte della cerchia di Habyarimana, ma soprattutto quelli che avevano rapporti di parentela e di clientela con la moglie, Agathe Kanziga, proveniente dal nord del Rwanda. I membri della grande famiglia Habyarimana si riunirono in un piccolo clan di persone detto Akazu, che in Kinyarwanda significa “piccola casa”. Di questa piccola società segreta il capo era Madame Habyarimana e tutti coloro che venivano accettati ad entrare lì dovevano essere parenti o del presidente o della moglie. Tra questi trovarono posto Leon Mugesera, teorico ed intellettuale che spiegò il genocidio alla grande massa dei contadini analfabeti che vi presero parte e Theoneste Bagosora, cugino di Madame Habyarimana e ministro della difesa, conosciuto per essere stato il vero architetto del genocidio. Gli uomini vicini ad Habyarimana usufruirono di milioni di dollari di aiuti internazionali, che spesero in shopping e altre spese pazze, mentre la popolazione ruandese moriva di fame. Nel settembre del 1990 arrivò a far visita al Paese papa Wojtyla, che nel suo discorso cercò di dare forza e vitalità al popolo delle mille colline (rimase celebre la frase di Wojtyla “mille colline, mille problemi, mille soluzioni”), ma non risolse niente se non dare ulteriore lustro alla figura di Habyarimana. La situazione economica intanto continuò a peggiorare e il presidente dovette cedere promettendo il multipartitismo e libere elezioni. Ma, mentre si trovava ad un meeting sull’infanzia a New York, Habyarimana venne raggiunto da una notizia che avrebbe cambiato per sempre la storia del Rwanda. Infatti il 1° ottobre 1990 il Fronte Patriottico Ruandese attaccò la frontiera dall’Uganda, dando inizio alla guerra civile. Il Fronte Patriottico Ruandese nacque nel 1987 in Uganda e lo zoccolo duro dell’esercito venne costituito da hutu e tutsi ruandesi che scelsero la via dell’esilio nel corso dei primi pogrom contro i tutsi negli anni ’60. Mal sopportati dai vari dittatori ugandesi e poco tollerati dagli stessi abitanti, si distinsero come l’esercito ribelle che aiutò Museveni a vincere la guerra detta del Bush (la guerra della boscaglia). A guidare i ribelli tutsi era Paul Kagame, uno dei tanti tutsi ad aver lasciato il Rwanda nel 1963, quando era ancora un bambino. Il Fronte Patriottico Ruandese non fu solo un gruppo di ribelli particolarmente arditi, ma si fece conoscere anche come partito politico, infatti il suo progetto prevedeva un piano articolato in 8 punti, tra cui la fine delle divisioni etniche, la richiesta di democrazia e la scomparsa delle carte di identità etniche. Intanto se Habyarimana da un lato accentuò la repressione contro i tutsi, da un altro lato fece larghe aperture nei confronti della democrazia multipartitica. Nel 1991 concesse il multipartitismo e vennero fondati subito tantissimi partiti e movimenti. La guerra civile intanto andava avanti come se niente fosse e dalla loro radio i ribelli del Fronte facevano appello alla volontà dei buoni ruandesi a scacciare questo regime dittatoriale. La Francia si schierò compatta con Habyarimana sostenendo che l’invasione del Fronte fosse una violazione della sovranità ruandese e un pericolo per tutta l’Africa francofona. Intanto altri governi continuarono a rifornire di armi il Rwanda tanto da diventare il terzo importatore di armi del continente. In tutto il Rwanda questo clima di allarme fece nascere vari gruppi armati che vennero detti “movimenti di autodifesa”. Questi gruppi, nati tutti con la benedizione di Habyarimana, si configurarono come degli squadroni della morte. I primi di tutti nacquero nel 1992 con il nome di Amasasu (cioè “i proiettili”), poi nacquero la Rete Zero Network, comandata da alcuni parenti di Agathe Habyarimana. La fama di questa squadraccia raggiunse addirittura Libération che scrisse nel 1992: “La Francia sta supportando dei terroristi. In Rwanda si sta preparando un genocidio della minoranza Tutsi e noi ancora diamo armi”. In strada a Kigali ed in altre città si cominciarono a distribuire armi e chi non le accettava veniva definito ibyitso, cioè complice dei tutsi e dei ribelli. I giovani sfaccendati dei piccoli sobborghi ruandesi vennero tutti inquadrati tra gli Interahamwe, che in Kinyarwanda significa “coloro che attaccano assieme” e tra gli Impuzamugambi, che significa “coloro che hanno un solo obiettivo”. Questi gruppi vennero definiti da Habyarimana come guardie civiche ufficiali, ma in realtà questi altro non erano che gruppi di fanatici estremisti, provenienti dalle file di quei giovani disoccupati, logorati dall’inattività e dalla rabbia. Questi professionisti dell’odio plagiarono i giovani ruandesi facendogli credere che per vivere bene dovevano fare piazza pulita di tutti i tutsi. 

Il ruolo dei mass-media

Dopo la parziale apertura di Habyarimana verso il multipartitismo e la conseguente ventata di libertà di stampa in Rwanda vennero create decine di testate giornalistiche. Nel 1987 nacque Kanguka! che in Kinyarwanda significa “Sveglia!”, un periodico critico dell’operato del governo. Questo giornale venne diretto da un team di giornalisti che facevano capo a Vincent Rwabukwisi e ad Hassan Ngeze, membro della comunità islamica Ruandese e giornalista a tempo perso. Nel 1990 il governo regalò a Ngeze una testata di giornale nuova di zecca, Kangura (“svegliali!”), con l’obiettivo di svegliare e di orientare la maggioranza del popolo (naturalmente gli hutu). Nel dicembre 1990 Ngeze pubblicò un articolo che fece storia, I Dieci Comandamenti Hutu, vero e proprio anticipo verso il genocidio. In questo articolo, molto vicino al Manifesto BaHutu del 1959, Ngeze scrisse cose aberranti ma che diedero istruzioni su come comportarsi per tutti quegli hutu che avevano le idee confuse. Ngeze scrisse che le donne Tutsi, alte ed affascinanti, non sono altro che agenti del nemico e nessun hutu deve sposarle, averci rapporti sessuali o averle come segretarie, e chi le sposa tradisce la causa hutu. I tutsi, essendo per loro natura Inyezi, cioè scarafaggi, sono malfidati e disonesti e nessuno deve farci affari. L’articolo 8 di questo prontuario dell’odio etnico è il più terribile di tutti: gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi. Questi media dell’odio continuarono nella loro opera di difesa del regime pubblicando anche uno scoop, ovvero un fantomatico piano del Fronte, appoggiato da Museveni, presidente dell’Uganda, che avrebbe dovuto portare alla nascita di una Tutsiland in Africa centrale. Il successo di Kangura è dovuto all’utilizzo di vignette e di disegnini anche stupidi, che però facevano capire ad una popolazione costituita in massima parte da analfabeti quanto fossero pericolosi questi tutsi e quanto era giusto proteggersi da loro. Intanto lo scontro tra il Fronte e l’esercito governativo aveva causato in tre anni la fuga di 1,3 milioni di persone e la morte violenta di centinaia di tutsi. Il 1992 fu un anno gravido di conseguenze per il Rwanda, conseguenze che nelle premesse non sembrarono necessariamente negative: infatti Habyarimana accettò di sedersi al tavolo delle trattative con i vari partiti dell’opposizione e con il Fronte. Le parti si incontrarono per ben due volte ad Arusha (Tanzania), una volta a fine 1992 e un’altra volta nel gennaio seguente. Malgrado lo scetticismo mostrato da entrambe le parti venne deciso di istituire un governo provvisorio di 22 membri, di cui 6 del Fronte. Vennero inoltre presi provvedimenti per l’assorbimento delle forze ribelli nell’esercito regolare e l’arrivo a fine 1995 ad un governo democraticamente eletto. Al palazzo di vetro si stapparono bottiglie di spumante per questa decisione che avrebbe dovuto portare alla pace, ma il governo ruandese e gli estremisti hutu per tutta risposta crearono una radio, la RTML, radio libera delle mille colline. Questa radio venne affidata a dei veri e propri professionisti dell’odio che con le loro canzonette ed i loro slogan simpatici accompagnarono le fasi del genocidio, addirittura spronando i fedeli lavoratori ad uccidere tutti i tutsi senza avere pietà per nessuno di loro. 

L’arrivo dell’UNAMIR

I primi caschi blu dell’ONU arrivarono in Rwanda nell’aprile del 1993 guidati da Romeo Dallaire, generale canadese con grande esperienza in fatto di Peacekeeping. La missione di Dallaire si presentava all’inizio come facile, perché doveva far finire le violenze e portare il Paese alle elezioni democratiche per il 1995. Ma il povero generale si trovò in mezzo ad una vera e propria tempesta, una tempesta fatta di violenza, morte ed indifferenza da parte delle Nazioni Unite. Dallaire chiese per la sua missione 5.500 caschi blu armati di tutto, invece arrivarono in Rwanda 2.548 uomini praticamente disarmati. Il generale si accorse subito delle difficoltà ma le sue proteste ed i suoi appelli per avere più soldati vennero considerate dai suoi superiori come le richieste di un uomo petulante e poco serio. Intanto il 21 ottobre 1993 in Burundi venne ucciso il presidente Melchior Ndadaye, hutu moderato che era stato eletto democraticamente e che era stato presentato come un campione di democrazia e di buon governo. La morte di Ndadaye venne attribuita ad alcuni soldati del Fronte, ma questa ipotesi non è stata mai avvallata da nessun tipo di prova. Alla morte di Ndadaye si scatenarono molte violenze in Burundi e migliaia di hutu si riversarono in Rwanda. Due giorni dopo Froduald Karamira, estremista hutu, lanciò vari anatemi contro i tutsi esortando la sua gente ad ucciderli tutti prima che arrivino gli scarafaggi del Fronte. E da questa manifestazione che nacque l’Hutu Power, la coalizione estremista decisa a distruggere la minoranza tutsi. Nel febbraio 1994 Dallaire capì che nessuno lo avrebbe aiutato a risolvere la situazione, ma anzi poté assistere senza la possibilità di fare alcunché alle distribuzioni di machete e bombe a mano. A marzo gli estremisti cominciarono a credere alla possibilità di dare il benservito alla UNAMIR e di far scappare i belgi. Dallaire disse a gran voce che l’obiettivo degli Interahamwe era di far scappare i caschi blu e di far crollare la missione per avere campo libero e poter finalmente uccidere i tutsi. A scagliarsi contro i belgi e contro Dallaire furono i già ricordati media dell’odio, che con una vera e propria macchina del fango accusarono i belgi e Dallaire stesso di essere amico dei tutsi. Persino un giornalista di RTML di origine belga, Georges Ruggiu, si scagliò contro i suoi connazionali definendoli servi dei tutsi ed esortandoli alla fuga, prima che sia troppo tardi. Si arrivò a marzo 1994 e al palazzo di vetro si discuteva se continuare o meno la missione. Malgrado in molti non fossero assolutamente desiderosi di andare in quello sperduto angolo di Africa con il rischio di farsi ammazzare, la missione venne rinnovata per altri 4 mesi, ma nessuno parlò di aumentare gli uomini o di potenziare il mandato della forza di pace. Dallaire non si spiega il perché di tanta diffidenza nei suoi confronti e dei suoi soldati; la risposta è da ricercarsi nella pessima figura che i caschi blu e i Ranger americani avevano fatto in Somalia, quando la missione di Peacekeeping era tornata a casa dopo aver visto quasi un centinaio di soldati massacrati in modi crudeli dalle milizie Janjaweed somale. La “sindrome di Somalia”, di cui parla Fergal Keane, sembrò più che sufficiente per spiegare la volontà degli americani di non voler partecipare alla missione. Il primo aprile Habyarimana cercò di formare il governo provvisorio e riuscì, dopo varie discussioni, ad ammettere al governo il partito estremista della coalizione per la difesa della repubblica. Kangura invece fece uscire un articolo che gettava nel panico tutsi e hutu moderati: infatti annunciò l’imminente morte del presidente ucciso da un hutu traditore. Due giorni dopo Kangura e RTML misero al corrente i propri fan di ciò che stava per succedere: “Lasciate che ciò che cova sotto la cenere esploda, così il Paese sarà inondato di sangue”. È il 5 aprile del 1994, molti europei scappano con tutte le loro cose sui cofani delle macchine, molti tutsi vanno a dormire nelle chiese e nelle scuole. È la vigilia del ritorno del presidente da Dar-Es-Salaam, ma qualcuno sa già che l’aereo non arriverà mai all’aeroporto…  

Continua

Giovanni Trotta

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