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Robert Johnson, la leggenda del Blues

Nella storia della musica ci sono alcune figure che, per la loro parabola breve e sfavillante, entrano nella leggenda per sempre, diventando immortali agli occhi degli appassionati. La figura di Robert Johnson è un chiaro esempio di come un semplice suonatore di chitarra possa diventare un’icona, ammirata e imitata da artisti del calibro di Eric Clapton e Keith Richards.

Robert Leroy Johnson nacque il 18 maggio del 1911 ad Hazlehurts, capoluogo della contea di Copiah, nello stato del Mississippi. Insieme al fratello più grande, imparò a suonare l’armonica a bocca e, poco dopo, anche la chitarra. Dopo un breve periodo trascorso a Memphis, si trasferì nel 1929, insieme alla giovanissima compagna, a Robinsonville.Dopo un anno perse la moglie, a causa di complicazioni durante il parto. Il povero Robert, sbandato e senza famiglia, cominciò a vagare per il Delta del Mississippi, all’epoca terra florida di grandi bluesman. Johnson cominciò a strimpellare con vari artisti, ma venne apprezzato più per la sua abilità nel suonare l’armonica che non per le sue capacità con la chitarra. Per qualche mese Robert sembrò sparire dai sordidi locali del Delta, fin quando riapparve insieme ad un sinistro chitarrista, tale Ike Zimmerman, famoso per la sua abitudine di suonare nei cimiteri di notte.

I suoi compagni di bevute si accorsero subito che c’era qualcosa di diverso in lui: infatti al primo concerto in un bar Johnson suonò la sua chitarra in modo quasi diabolico, intonando canzoni dai testi sinistri e con espliciti richiami al Diavolo e a creature della notte. Ma ad insospettire i suoi amici bluesman non fu tanto la caratura dei testi, quanto il suo modo di suonare la chitarra: era risaputo che Johnson fosse un musicista poco più che mediocre, invece a quei consumati chitarristi sembrò un altro uomo. Da quella sera in molti cominciarono a pensare che Johnson, durante la sua assenza, avesse avuto delle esperienze tremende e soprannaturali, esperienze che lui tra l’altro non smentì mai.

Cominciò in quel periodo a circolare una leggenda, che Johnson stesso mise in musica, secondo cui il nostro incontrò Baron Samedì[1]ad un incrocio, e gli chiese di conferirgli una straordinaria capacità nel suonare la chitarra. Baron Samedì accettò e da quel giorno in poi Johnson divenne un chitarrista fenomenale, il migliore di tutto il Mississippi. Ad alimentare la leggenda del patto con la divinità infernale ci furono altri piccoli particolari che non sfuggirono a chi l’aveva conosciuto. Innanzi tutto la sua goffaggine nel suonare la chitarra non poteva essere sparita nel nulla, e neanche il fatto che Johnson fosse rimasto lontano dai palchi per tanti mesi poteva giustificare tale trasformazione. Inoltre in molti si accorsero che Johnson era diventato capace di riprodurre nota per nota qualunque melodia, sia ascoltata per radio che in un luogo affollato, senza la benché minima difficoltà.

La vita di Johnson, fin qui piena di eventi e di avventure, si concluse in una maniera piuttosto banale. Infatti la sera del 16 agosto 1938, a solo 27 anni, il bluesman rese l’anima a Baron Samedì.Dalle testimonianze di Sonny Boy Williamson, il 13 agosto Johnson suonò in un bar di Greenwood, chiamato Three Forks. Questo locale solitamente ingaggiava gli artisti per fare concerti ogni sabato sera, e Johnson era diventato piuttosto intimo della moglie del proprietario.La fatidica sera del 13 agosto, complici il caldo e le grandi quantità di whiskey trangugiate, gli atteggiamenti tra i due amanti divennero particolarmente spudorati, tanto da risultare intollerabili per il proprietario. A fine serata a Johnson arrivò una bottiglia già aperta di whiskey, Sonny Boy cercò di dissuaderlo, dicendogli che non era prudente bere da una bottiglia aperta, passatagli per giunta dal barista a cui stava soffiando la moglie. Ma Johnson bevve lo stesso e cominciò da subito a stare male, tanto che fu costretto a lasciare il locale per tornare nell’albergo dove alloggiava. Dopo tre giorni Johnson morì, lasciando solo 42 registrazioni, effettuate in meno di un anno di attività di concertista.

Robert Johnson è universalmente riconosciuto come uno dei migliori chitarristi della musica contemporanea. Fu il primo bluesman ad inserire nelle sue canzoni elementi di altre scuole di blues, come quella del Texas, a testimonianza della sua natura di artista poliedrico. Keith Richards ha una vera e propria venerazione per il bluesman del Mississippi, infatti quando per la prima volta ascoltò una registrazione di Johnson chiese quante fossero le chitarre che suonavano. Quando gli venne detto che era solo una chitarra a suonare rimase ammirato, tanto da voler inserire in un album dei Rolling Stones alcune cover di Johnson. Eric Clapton, riferendosi a Johnson, disse che la sua voce era il più bel blues di tutta la storia del Mississippi.

La musica di Robert Johnson sembra quasi una discesa dell’anima all’inferno, pare quasi che a braccetto di Baron Samedì si sviluppi tutta la forza dirompente della sua poetica.La musica di Johnson canta di un mondo senza salvezza, senza né luce né redenzione, è una ricerca del perché l’uomo desideri più di quello che ha, degli istinti che muovono l’individuo a ingannare, uccidere, mercificare sé stesso. La sua musica canta di demoni, di uomini che diventano demoni, di uomini che hanno bisogno dei demoni per poter avere quello che la vita sembra negargli. Lui per primo sa di essere destinato all’inferno, lui che prima di trovarsi presso quell’incrocio era nessuno, e probabilmente lo sarebbe rimasto, se qualcosa di incredibile non fosse accaduto nella sua vita. Sicuramente a cambiare la vita di Johnson non fu un diavolaccio afroamericano, ma il lavoro e la continua ricerca di nuovi stili, eppure piace pensare che qualcosa avvenne davvero lì, a quell’incrocio, dove le strade della musica e della vita si incontrano, dove anche un uomo senza prospettive può diventare una leggenda per la musica mondiale.

Giovanni Trotta


[1]Baron Samedì nel Voodoo è uno spirito psicopompo, che sorveglia gli incroci ed i cimiteri. Chi voleva proporgli uno scambio doveva evocarlo disegnando a terra la sua firma ed offrendo del sangue e del whiskey come offerta votiva. Se Baron Samedì riteneva vantaggiosa l’offerta allora questi si manifestava, facendo firmare con il sangue del contraente una cambiale, nella quale vi era già registrata la data della morte, cioè la data in cui Baron Samedì sarebbe diventato proprietario dell’anima del contraente.

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