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Popoli misteriosi: i Falasha dell’Etiopia

L’Africa è paragonabile ad un grande e coloratissimo mosaico: ogni tessera rappresenta un popolo, una cultura, un insieme di tradizioni, che spesso a noi europei risulta alquanto ostico da interpretare. Spesso in una sola nazione convivono decine di etnie diverse con una propria lingua e un sistema di consuetudini totalmente differente dal proprio vicino, e questa diversità non poche volte è stata causa di scontri e di spargimenti di sangue. Tra tutti gli Stati dell’Africa il più particolare è sicuramente l’Etiopia, un Paese con una storia millenaria le cui origini sembrano avere come uniche fonti storiche i testi sacri della religione ebraica. Questa terra ha da sempre attratto la curiosità degli studiosi, che se possibile è cresciuta quando questi si accorsero della presenza di una comunità che osservava i precetti della religione ebraica. Oggi cercheremo di raccontare la vicenda di un popolo misterioso, quasi dimenticato dagli uomini e dalla storia e che resiste all’oblio con caparbietà e dignità saldo nelle proprie origini.

Gli “Ebrei Neri”

Si ritiene che i Falasha siano una delle più antiche tribù perdute di Israele. Il termine con cui vengono indicati non è particolarmente amato dagli ebrei dell’Etiopia, infatti il termine “falasha” tradotto letteralmente dall’amarico significa “straniero”, “intruso”. I Falasha preferiscono farsi chiamare Beta Israel, che in Ge’ez (l’antica lingua degli etiopi, oggi usata solo per scopi liturgici nei riti copti) vuol dire “Casa d’Israele”. Fin dal XV secolo si trovano notizie di un popolo di ebrei nel Corno d’Africa, ma quasi nessuno era riuscito a venire in contatto con questa comunità. Essi non si distinguono per nessun segno particolare dagli altri abitanti dell’Etiopia e neanche per la lingua parlata, ma solo per la religione praticata. L’Etiopia fino agli anni ’60 contava più o meno 140 mila Falasha, che vivevano in relativa tranquillità con la popolazione Copta, ma all’inverso erano trattati molto male dalla comunità musulmana, che corrisponde a circa il 35% della popolazione totale etiope. Secondo alcuni storici africanisti, i Falasha deriverebbero dalla fusione tra le popolazioni autoctone etiopi e gli ebrei fuggiti dalla Terra Promessa ai tempi della sottomissione di Gerusalemme del 587 a.C. ad opera di Nabucodonosor, sovrano di Babilonia. Da un punto di vista prettamente religioso i Falasha sono il risultato dell’unione tra il saggio Salomone e la mitica Regina di Saba, una storia bellissima che vale la pena di raccontare.

Quando due Re si innamorano

La storia di Salomone e la Regina di Saba è conosciuta da varie tradizioni, ne è fatta menzione infatti sia nell’Antico Testamento, sia nel Corano e non ultimo nel Kebra Nagast, (La gloria dei Re), il libro fondamentale per la storia dei Negus, risalente al VI secolo d.C. ma elaborato definitivamente in Etiopia intorno al 1500. Secondo la tradizione più accreditata pare che la Regina di Saba, di nome Makeda, sovrana di un regno che alcuni storici identificano con Axum, altri con il Kush, ebbe notizia di un saggio re che voleva conoscere i reami vicini ai suoi confini. La Regina organizzò una carovana per recarsi in Israele e una volta trovatasi di fronte Salomone tra i due scoccò la classica scintilla d’amore. La Regina malgrado il sentimento cercò di non cedere alle lusinghe del re e lo fece in maniera plateale: decise di abbandonare il palazzo di Salomone dichiarando che lei non aveva bisogno di niente che appartenesse al re d’Israele. Un rifiuto che deve essere giustificato dal fatto che il trono di Saba poteva essere occupato solo da una vergine. Il re accettò le proteste della Regina, ma le disse che se fosse venuta meno al suo giuramento avrebbe dovuto giacere con lui. Questi allora pensò di farla sua con l’inganno: invitò Makeda a cena per chiarirsi e durante la cena le fece servire cibi molto sapidi e speziati. Una volta tornata nella propria tenda, la Regina venne colta da una gran sete ma si accorse di non avere acqua. Sgattaiolò quindi nel palazzo del re, ma appena prese in mano una brocca d’acqua si trovò innanzi Salomone, che reclamava il furto della sua acqua. La Regina, assetata ma anche innamorata di Salomone, riconobbe di essere in errore e accettò di rimanere con lui. La Regina trascorse in Israele molti giorni prima di decidere di tornare nel suo regno. Prima di partire Makeda ricevette in dono da Salomone un anello preziosissimo, che la Regina avrebbe dovuto regalare al figlio che sarebbe nato dalla loro unione. Quando tornò nel suo regno, Makeda fece convertire il suo popolo alla religione di Jaweh e alle proteste sul fatto che dovesse esserci una vergine sul trono la Regina rispose che era incinta del più saggio tra i re, quindi non avevano da temere per il futuro del regno. La stirpe originata dall’amore dei due sovrani sarebbe quindi quella dei Beta Israel, gli ebrei neri. Dall’unione del re Salomone con Makeda nacque Menelik, il cui significato intrinseco è “Figlio dell’uomo saggio”, che portava nel sangue le tracce di un’ascendenza divina e che sarebbe stato il capostipite di una stirpe salomonica. Da qui nasce il fatto che gli Etiopi siano una sorta di secondo popolo eletto, una piccola Israele nel Corno d’Africa.

I Falasha nella storia dell’Etiopia

Nel mondo odierno sembra impossibile che un popolo rimanga nell’ombra per migliaia di anni, ma l’Etiopia sembra un posto fatto apposta per dimenticare, per cercare l’oblio. Come ebbe a dire uno storico francese, l’Etiopia per mille anni si dimenticò del mondo e il mondo per mille anni si dimenticò dell’Etiopia. Dal IV secolo, periodo in cui queste terre vennero evangelizzate da San Frumenzio, fino al Concilio di Firenze del 1439, quando una delegazione di Copti etiopi prese parte alle sessioni, il mondo non ebbe nessuna notizia dei Negus, che vissero soli e dimenticati dal resto dell’ecumene. I Falasha se possibile vissero un oblio ancora più pesante, tanto che neanche in Etiopia molti conoscevano chi fosse questa strana tribù. Sostanzialmente i Falasha che vivevano nelle regioni a maggioranza cristiana vennero tollerati, cosa che abbiamo visto non succedeva presso quelle a maggioranza musulmana, ma riuscirono nonostante tutto a mantenere per secoli una loro indipendenza. Durante l’occupazione fascista dell’Etiopia (1936-1941), le milizie del Duce vennero casualmente in contatto con una comunità di Falasha. Mussolini, malgrado l’emanazione delle leggi razziali del 1938, decise di tollerare e di salvaguardare questa piccola tribù di ebrei neri, difendendola da atti di intolleranza e di violenza da parte dei musulmani. Un vero e proprio paradosso se si considera il ruolo del fascismo nell’elaborazione dell’ideologia antisemita e il numero di ebrei italiani inghiottiti dai lager.

La persecuzione di Menghistu e il ritorno in Israele

All’inizio degli anni ’70, il regime del Negus Haile Selassie cominciò fatalmente a vacillare sotto i colpi di Menghistu Haile Mariam e dei generali comunisti. Nel 1974 il Negus venne detronizzato e dopo appena un anno venne ucciso dai sicari di Menghistu. Nello stesso periodo un gran numero di Falasha cominciò ad attraversare il confine dell’Etiopia con il Sudan e da lì riuscì ad arrivare fino in Israele. Furono loro i primi a raggiungere la Terra Promessa ma di lì a poco sarebbero stati raggiunti da migliaia di connazionali. Il regime instaurato da Menghistu nel 1977 cominciò a perseguitare qualunque elemento che avrebbe potuto disturbare il suo potere e tra i suoi oppositori vennero a trovarsi anche i Falasha. Migliaia di ebrei neri si riversarono in Sudan, ma ben presto anche il governo di Khartoum cominciò a guardare con sospetto questi stranieri. Le violenze perpetrate dai sudanesi nei confronti dei Falasha indignarono pesantemente l’opinione pubblica israeliana, che fece pressioni al governo per portare nella terra dei padri i fratelli etiopi. Il massiccio ingresso di una popolazione di religione ebraica avrebbe contrastato la crescita demografica degli arabi e avrebbe avuto un’importante risonanza mediatica, se si pensa che quella missione avrebbe salvato la vita a migliaia di persone. Dal 1985 al 1991 l’esercito israeliano organizzò il trasporto di quasi 100 mila Falasha dal Sudan fino in Israele e con una spettacolare azione un C-130 delle IDF e un Boeing B 747 portarono a Tel Aviv ben 14 mila persone in un solo giorno. I Falasha lasciarono così la loro patria dopo più di 2000 anni per andare verso la Terra Promessa, quella che avevano conosciuto solo attraverso le Sacre Scritture. In Etiopia oggi rimangono pochissimi Falasha, quelli che decisero di non lasciare il posto dove erano nati. Per chi lasciò l’Etiopia sembrò davvero di aver risolto ogni problema, ma una volta raggiunta la Terra Promessa le speranze di una vita migliore furono presto disattese.

L’Impatto dei Falasha nell’Israele moderna

Attualmente in Israele vivono circa 135 mila Falasha ormai quasi completamente integrati, ma che nei primi anni vissero momenti di grave disagio. Ovviamente il disagio più grande per questa comunità si ebbe per il passaggio da un mondo fatto di tradizioni tribali ad una società moderna, che destabilizzò profondamente la popolazione più anziana. Va inoltre detto che di queste migliaia di Falasha quasi il 90% era analfabeta e privo di una qualunque formazione professionale, il che inevitabilmente li condannò ad anni di emarginazione e di dispersione scolastica, basti pensare che nei primi venti anni di presenza dei Falasha in Israele solo il 12% arrivava al diploma. In più la comunità ebrea ortodossa si mostrò ostile nei confronti dei Beta Israel, infatti secondo i rabbini più radicali questi non potevano essere considerati veri e propri ebrei: la religione ebraica (e la cittadinanza israeliana) si acquista se ad essere ebrea è la madre e non il padre. I Falasha sarebbero sì figli di Salomone, ma Makeda non era ebrea al momento del concepimento, di conseguenza i Falasha non sarebbero ebrei al 100%. Naturalmente erano questioni di lana caprina, buone solo per creare problemi allo stato israeliano che aveva compiuto un prodigio nel salvare queste migliaia di diseredati. Oggi la situazione per i Falasha è notevolmente migliorata: grazie al ruolo delle scuole e dell’arruolamento nell’esercito l’emarginazione di questo gruppo sociale si è notevolmente ridimensionata. Esponenti femminili della comunità sono riuscite a superare i muri della diffidenza e sono arrivate ad occupare posti di grande responsabilità: basti ricordare la presenza nello Knesset, il parlamento israeliano, di una donna etiope, la signora Pnina Taman-Shata. Forse gli unici che hanno sofferto più di questo salto sono stati gli anziani e specialmente gli uomini, che hanno faticato tantissimo a digerire le novità del mondo moderno, non ultima quella di aver perso il controllo sulle donne, che invece profittarono al massimo della libertà offerta. Oggi rimangono poche migliaia di Falasha in Etiopia, una minuscola comunità che rischia di essere spazzata via dai nuovi venti di guerra che arrivano dai confini con l’Eritrea e con il Sudan. Possiamo solo augurarci che anche questo piccolo gruppo venga accolto prima che la negligenza dei grandi Paesi si dimentichi di loro, abbandonandoli ad un destino di fame e di morte.

Giovanni Trotta

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