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Pagine di storia dimenticate

Il massacro di Kindu

La contrapposizione tra il blocco comunista e il blocco dell’alleanza atlantica ebbe vari momenti in cui sembrò che la guerra fredda potesse infiammare davvero, portando tutto il mondo ad un olocausto nucleare. Tanti sono stati gli scenari dove le due ideologie dominanti nel secondo dopoguerra si sono combattute brutalmente, come per esempio la guerra di Corea, il Vietnam, ma anche in Africa ci sono stati vari scontri, che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime, nella maggior parte civili. È questo il caso della storia di oggi, una vera e propria storiaccia, costata la vita a 13 militari italiani che si trovavano in Congo, in missione di pace per conto dell’ONU.

Contesto storico della vicenda

Il Congo, questo gigantesco Paese che nelle carte geografiche occupa praticamente tutto il centro dell’Africa, nel 1960 ottenne l’indipendenza da parte del Belgio. La piccola nazione europea occupò per anni il Congo, finché anche a causa delle proteste della popolazione congolese, guidata dal carismatico Patrice Lumumba, nel giugno del 1960 (detto significativamente “l’anno dell’Africa”), decise di lasciare il Paese. Il Belgio lasciava il Congo nel caos più assoluto, dove odi tribali ed interessi economici erano più forti di qualunque ideologia e di qualunque volontà di accordarsi. Le fazioni in lotta per il potere erano tre: la prima era guidata da Joseph Kasa Wubu, presidente della Repubblica e sostenuto da Mobutu e dalle regioni occidentali.La seconda faceva capo ad Antoine Gizenga ed era vicina a Lumumba e all’URSS, che cercava di ritagliarsi uno spazio nelle regioni orientali del Paese, ricchissime di materie prime. La terza fazione era guidata da Moise Tchombé, governatore del Katanga, sostenuto da tanti mercenari bianchi, soprattutto belgi. La situazione divenne incandescente subito dopo la secessione del Katanga, avvenuta nel luglio del 1960, che decise di staccarsi dallo stato centrale. Il neo eletto presidente Lumumba non riuscì a tenere le redini della neonata nazione africana, anzi il 17 gennaio del 1961 venne barbaramente ucciso dalle milizie del Katanga, aiutate da mercenari belgi. La guerra civile che seguì l’omicidio del giovane presidente congolese portò l’ONU a promuovere una missione di pace (Risoluzione n°143 del 14 luglio 1960), che prevedeva la partecipazione di due squadre di militari italiani, con compiti di supporto logistico e di trasporto di vettovaglie.

Gli italiani in Congo

Le due squadre di militari italiani cominciarono il loro servizio in Congo dall’agosto del ’60, una missione che per quanto delicata sembrava abbastanza semplice da portare a termine. La mattina dell’11 novembre ‘61 i due aerei cargo italiani partirono dall’aeroporto della capitale Leopoldville (oggi chiamata Kinshasa), con destinazione Kindu, cittadina ai margini della foresta equatoriale. Nella cittadina si trovava di stanza una guarnigione di caschi blu malesi, che controllavano l’aeroporto di Kindu. La missione dei militari italiani era proprio questa: consegnare rifornimenti ai caschi blu e poi tornare a Leopoldville. Da mesi la zona era sconvolta dal passaggio di truppe fedeli a Gizenga, che non brillavano certo per disciplina, visto che ogni volta si lasciavano andare a violenze e ruberie nei confronti della popolazione locale. Gli aerei italiani dovevano fermarsi giusto il tempo di scaricare e rifocillarsi, ma da giorni la situazione nella cittadina era incandescente: si era infatti diffusa la voce che questi aerei italiani fossero in realtà una copertura per i mercenari belgi, al servizio di Tchombé, il leader della fazione Katanghese, che proprio nel frattempo aveva fatto strage di miliziani fedeli a Gizenga. Si sa, “la calunnia è un venticello”, come diceva Rossini, ma in questo caso divenne un uragano, che finì per colpire i nostri connazionali.

L’arresto e il massacro

La vista dei due aerei italiani scatenò subito la reazione delle milizie fedeli a Gizenga. Decine di miliziani ubriachi e inferociti si precipitarono in direzione dell’aeroporto di Kindu, proprio mentre gli italiani erano a tavola con gli ufficiali malesi. Intorno alle 4 del pomeriggio, nella mensa dei caschi blu, giunse un’orda di congolesi che ebbe ben presto la meglio dei pochi soldati malesi e addirittura uccise il tenente medico italiano Francesco Remotti, che aveva cercato di approfittare di un momento di distrazione dei miliziani. I dodici italiani superstiti e alcuni ufficiali malesi vennero rinchiusi nella vicina prigione della città, mentre il capitano Maud, comandante della missione malese, cercò per un pomeriggio intero di intercedere per gli italiani. Giunse anche il secondo di Gizenga, il generale Victor Lundula, che cercò invano di far ragionare i propri combattenti, ma la decisione era stata presa, gli italiani erano complici dei belgi, quindi dovevano morire. La notte stessa, miliziani fedeli a Gizenga irruppero nella cella dove si trovavano i dodici italiani, che vennero massacrati a colpi di mitra. I cadaveri vennero esposti davanti la prigione e il custode, per evitare lo scempio che potevano farne i cittadini di Kindu, li caricò su un camion e li sotterrò in una fossa comune scavata nella foresta. 

Il ritrovamento dei cadaveri e il ritorno in Italia

Passarono molti giorni prima che qualcuno si chiedesse che fine avessero fatto quei 13 militari italiani, finché nel gennaio del ’62 il custode del cimitero si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti ormai da anni a Kindu. Grazie al lavoro di questi due italiani i corpi dei militari vennero ritrovati, coperti da uno spesso strato di argilla che ne ha permesso l’immediato riconoscimento. A febbraio finalmente le salme degli italiani poterono ritornare in Italia, dove vennero accolti dal cordoglio di tutta la nazione, ancora incredula e turbata dalla vicenda. La triste storia dei militari italiani rimase per molto tempo confusa, infatti cominciarono a circolare voci che volevano l’attiva partecipazione della popolazione locale al massacro, o addirittura che i corpi dei militari fossero stati oggetto di vilipendio o cannibalismo. Sono tutte sciocchezze partorite da una certa destra italiana, da sempre avvezza a voler dipingere gli africani come essere bestiali. Per i militari caduti a Kindu il riconoscimento della medaglia d’oro al valore miliare arrivò solo nel 1994, mentre per il riconoscimento della pensione per i parenti ci volle addirittura il 2007. A memoria del sacrificio sono stati eretti monumenti a Pisa, a Milano e sono state dedicate piazze e vie in varie città d’Italia per i caduti di Kindu. Ricordare Kindu è sempre motivo di commozione, per tutta la comunità nazionale un’occasione per riflettere sul fatto che la via per il mantenimento della pace non è lastricata solo di buone intenzioni, ma da atti e fatti concreti; e che su quel difficile cammino può, purtroppo, capitare che succedano anche di queste tragedie.

Una nazione mai in pace

La Repubblica democratica del Congo è una nazione che non ha mai conosciuto la pace, infatti fin dall’indipendenza la giovane nazione non ha mai avuto un momento senza guerra, senza violenze e senza soprusi. La Crisi del Congo, che durò dal luglio del ’60 fino al novembre del ’65, finì con circa 200 mila vittime e la presa del potere di Mobutu, che instaurò una dittatura feroce, fondata sulla cleptocrazia e la repressione. Mobutu cambiò il nome al paese, che divenne Zaire (che in un dialetto locale vuol dire “fiume”) e impose “un’africanizzazione” totale, infatti tutte le grandi città con nomi europei vennero rinominate con nomi africani, come ad esempio Leopoldville che divenne Kinshasa o Elisabethville che divenne Lubumbashi. Varie rivolte furono tutte represse con truculenti bagni di sangue, mentre il Paese veniva privato delle sue risorse dagli stati occidentali, con la connivenza criminale del Presidente Mobutu. Dalla caduta di Mobutu, per opera dei ribelli Banyamulenge guidati dal vecchio ma scaltro Lauren Desiré Kabila, avvenuta nel 1996, il Congo non ha conosciuto nient’altro che guerra, tanto da meritarsi il poco lusinghiero titolo di “Polveriera d’Africa”. Si ritiene che dalla caduta di Mobutu ad oggi siano morte circa sei milioni di persone durante le varie guerre che si sono successe in questi 24 anni. Ma la colpa di questi morti non è solo di Mobutu, o dei suoi nemici o della scarsa stabilità politica e sociale del Congo, ma anche di tutte le multinazionali occidentali che hanno spogliato il Paese, quasi incoraggiando le azioni di guerra in territori già devastati da violenze indicibili. Sembra quasi che per questi signori la Columbite Tantalite conti più della vita delle genti del Kivu o dell’Ituri, far funzionare degli smartphone sia più importante di dare un futuro a uomini, donne e bambini che muoiono ogni giorno per banali infezioni. Chiunque conosca un minimo la situazione del Congo sa che ancora oggi le violenze non si fermano, e le elezioni di Felix Tshisekedi, figlio di Etienne Tshisekedi, primo ministro sotto Mobutu per tre mandati, non lascia intravedere significativi cambiamenti per le genti del Congo. Alla luce degli ultimi avvenimenti, che ci toccano tutti indistintamente, possiamo solo sperare che la Repubblica democratica del Congo torni in pace, e cominci ad essere finalmente un Paese capace di fronteggiare senza paura le nuove sfide che i tempi e il futuro inevitabilmenteci impongono.

Giovanni Trotta

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