Crea sito

Pagine di storia dimenticate, il massacro di Sabra e Shatila

Nella storia del XX secolo abbiamo assistitoa massacri e atti di crudeltà difficilmente comprensibili, che sono un vero pugno nello stomaco per chi li legge. Spesso queste stragi sono connesse ad eventi di guerra o di lotte intestine tra diverse fazioni, che se possibile aumentano ancora di più la gravità di queste azioni. In Libano, nel settembre dell’82, si consumò la feroce vendetta dei falangisti libanesi nei confronti della popolazione palestinese dei campi profughi, etichettati come terroristi ma che invece non erano altro che gente inerme, che cercava solo di sopravvivere alla complicata condizione di rifugiato. Questo episodio terribile, passato alla storia con il nome di Massacro di Sabra e Shatila, è solo uno dei tanti fatti di sangue che rendono il secolo da poco trascorso un secolo di genocidi, come giustamente nota Bernard Bruneteau nel suo celebre libro.

Contesto storico della strage

Nel giugno dell’82, mentre in Libano ormai da sette infuriava la guerra civile (1975 – 1990), Israele cominciò l’assedio di Beirut, accerchiando le milizie palestinesi dell’OLP e i suoi alleati libanesi e siriani, costringendo circa 15000 guerriglieri ad asserragliarsi all’interno della città. Il presidente americano Donald Reagan inviò Philip Habib e Morris Draper in Libano con l’incarico di risolvere la crisi, che era ormai arrivata ad un punto di non ritorno. Le trattative fin dall’inizio furono difficilissime, a causa della ritrosia di Israele e USA a trattare direttamente con le milizie palestinesi e dei timori dell’OLP, che temeva ritorsioni da parte dei cristiani maroniti, inquadrati nelle Falangi Libanesi. A metà agosto, le parti in campo riuscirono a trovare un accordo, che prevedeva l’ingresso a Beirut Ovest dell’esercito israeliano e la smobilitazione delle milizie palestinesi. Arafat, temendo vendette da parte dei cristiani libanesi, chiese ed ottenne l’invio di una forza di pace, circa 2000 tra soldati americani, francesi e italiani, che avrebbero garantito l’ordine durante ilritiro dei guerriglieri palestinesi. Tra il 21 e il 23 agosto, i soldati della forza multinazionale presero posizione nella città e Arafat acconsentì quindi a lasciare la città con i suoi 15000 uomini.

La situazione diventa esplosiva

Il primo settembre, l’evacuazione dei palestinesi da Beirut venne dichiarata conclusa. Il giorno dopo, l’esercito israeliano circondò i campi profughi palestinesi, facendo salire la tensione tra la popolazione ancora ammassata lì e venendo meno ai patti sottoscritti con gli eserciti che avrebbero dovuto garantire la sicurezza. Caspar Weinberger, segretario della difesa americana, che probabilmente aveva già capito che la situazione non era delle migliori, ordinò il ritiro dei marines americani. Anche i soldati francesi ed italiani fecero lo stesso, mentre le milizie falangiste libanesi presero posizione a poche centinaia di metri dai campi profughi di Sabra e Shatila. L’undici settembre le ultime truppe degli eserciti internazionali lasciarono il Libano, ben dieci giorni prima della naturale scadenza del mandato. Mentre i soldati lasciavano il Libano, il ministro della difesa israeliano Ariel Sharon contestò la presenza di circa 2000 guerriglieri palestinesi nei campi profughi, malgrado la pronta smentita dei vertici dell’OLP. Begin, primo ministro israeliano, cercò di far firmare un trattato di pace al premier libanese Bashir Gemayel, che sostanzialmente prevedeva l’impegno da parte delle falangi libanese nella caccia ai guerriglieri palestinesi. Gemayel però, che nei mesi precedenti si era avvicinato alla Siria, rifiutò di firmare il trattato e anzi rigettò l’invito di scovare i palestinesi. Lo stesso Gemayel, il 14 settembre, venne ucciso insieme ad altri 26 falangisti libanesi in un attentato organizzato dai servizi segreti siriani in collaborazione con i palestinesi. Il giorno dopo, l’esercito israeliano entrò a Beirut ovest, ufficialmente per proteggere i profughi palestinesi dalle ritorsioni dei falangisti libanesi, ma in realtà per avere un più ampio controllo sulla situazione dei campi profughi, in cui si sospettava fossero asserragliati i miliziani di Arafat.

Inizia il massacro

Il giorno dopo l’attentato, le milizie cristiano maronite libanesi, comandate da Elie Hobeika, in collaborazione con l’esercito israeliano, entrarono a Sabra e Shatila armi in pugno e cominciarono ad uccidere chiunque si trovassero davanti. L’esercito israeliano chiuse le uscite dei campi profughi, di modo che non potesse né entrare e né uscire nessuno. In due giorni le milizie falangiste uccisero tantissime persone, ma il numero ancora a quasi 40 anni di distanza, non è chiaro. Secondo il calcolo dei libanesi, il numero dei morti sarebbe intorno alle 500 unità, ma successive inchieste hanno stabilito che il numero sia approssimativamente intorno ai 3000 morti, occultati in carnai improvvisatie in fosse comuni. Il racconto degli operatori della Croce Rossa e di giornalisti lì presenti è davvero tremendo, infatti si parla di odore di sangue e di corpi in decomposizione che avrebbe ammorbato la città per giorni. Fatto sta che le milizie falangiste ebbero mano libero nel compiere i loro intenti, senza che nessuno si sia posto il problema di frenare l’impeto e le violenze dei libanesi.

La condanna del massacro da parte del mondo

Con il solito, consueto e colpevole ritardo, l’assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro come genocidio, ma la risoluzione venne contestata dal Canada e da Singapore, i quali si dichiararono scettici sulla reale possibilità di definire questa vicenda come genocidio. La commissione Kahan, nel ’83, dichiarò che le responsabilità dirette di questo massacro fossero interamente delle milizie falangiste libanesi, che avevano scientificamente massacrato donne, vecchi e bambini presenti nei campi profughi. La stessa commissione affermò che le responsabilità indirette fossero invece da ricercare nell’operato del governo israeliano, nelle persone di Menachem Begin, primo ministro, di Ariel Sharon, ministro della difesa, e del Capo di Stato maggiore israeliano Rafael Eitan, colpevoli di aver ignorato il pericolo che correvano i profughi palestinesi ammassati a Sabra e Shatila. La commissione suggerì le dimissioni delle personalità citate, ma nessuno dei citati perse il posto che occupava. Dopo molti anni, nel 2001, quaranta parenti delle vittime del massacro denunciarono Ariel Sharon in una corte belga per crimini contro l’umanità. Questo atto, che avrebbe dovuto dare giustizia alle vittime di questo crimine feroce, portò ad una crisi dei rapporti tra il Belgio e Israele, ma alla fine, dopo due anni di indagini, la corte belga decise il non luogo a procedere, infatti nessuno dei parenti delle vittime aveva la cittadinanza belga, ma solo lo status di rifugiato. Il capo delle milizie falangiste libanesi, Elie Hobeika, ricoprì fino al 2001 varie cariche nel parlamento libanese, sia come deputato che come ministro. Ironia della sorte, morì anch’egli vittima di un attentato il 24 gennaio 2002, e anche su questa morte ci sono tanti punti oscuri. Molto probabilmente, nella morte di Hobeika sono implicati gruppi radicali islamici, che a modo loro vendicarono le vittime di Sabra e Shatila. L’unica certezza di quest’attentato fu la gioia dei palestinesi nei campi profughi, che spararono raffiche di Kalashnikov per festeggiare la morte di un assassino.

Le Nazioni Unite e i suoi fallimenti

Quando la Carta dell’Onu fu firmata nel 1945, Winston Churchill si disse più che soddisfatto, ma annotò nei suoi diari che il tutto gli sembrava la premessa di una Babele. Due economisti di Harvard, Ilyana Kuziemko e Eric Werker, sostengono che i Paesi membri dell’Onu cercano ormai l’elezione per un mandato biennale nel massimo organo di governo del mondo non per esercitare influenza sulla sfera internazionale, ma lo fanno per i lauti guadagni e per il prestigio di fronte agli occhi del mondo.  Cosa sia l’Onu lo spiega Jean-Pierre Lehmann, professore di Economia politica internazionale: “L’Onu è stata una terribile delusione rispetto agli ideali con cui è stata creata. Oggi serve come una miniera d’oro per un sistema occupazionale gonfio”. L’inconsistenza dell’Onu è impressa in tutti i volti dei suoi segretari generali. Molti di loro, anche quelli che più hanno attratto le simpatie dei Paesi membri, non hanno minimamente inciso nei casi in cui ci sarebbe stato più bisogno di loro. Basti pensare a Boutros Ghali e Kofi Annan durante la crisi che portò al genocidio del Rwanda e la pulizia etnica in Bosnia. Il mantenimento della pace costa nove miliardi all’anno, con 120 mila uomini delle forze di pace dispiegati soprattutto in Africa. Alcune missioni sono durate più di un decennio. E poi ci sono i contributi volontari dei singoli governi che vanno a finanziare gran parte delle operazioni di soccorso, il lavoro di sviluppo e le agenzie, come l’Unicef. Viene alla mente la frase che una donna rwandese disse un giorno alla sua bambina, che tardava nel portare l’acqua raccolta dal pozzo dietro casa: “Cosa aspetti? Che arrivi l’Onu?”. Forse questa è la cifra dell’impegno di una associazione sovrastatale che avrebbe dovuto mantenere la pace, anche a costo di decisioni impopolari, ma che invece si è sempre accontentata del ruolo di spettatore, senza mai entrare da protagonista nella storia del dopoguerra.

Giovanni Trotta

Ti potrebbe interessare anche...