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Mobutu Sese Seko, l’archetipo del dittatore africano

Secondo la storica dell’Africa Catherine Cocquery-Vidrovitch, l’Africa ha una storia antichissima, ma questa storia non è stata scoperta dagli europei. Gli abitanti del “mondo civilizzato” secondo la ricercatrice hanno scoperto un’altra storia dell’Africa, la storia della loro presenza nel Continente Nero, quella che si sono costruiti sulla schiena degli africani. È un pensiero forte e denso di significato e se si guarda alla storia dell’Africa non si può non condividerlo. Secoli di spoliazioni, di schiavitù e di deportazioni hanno reso monco un continente che sarebbe ricchissimo, se fosse realmente nelle mani di chi lo abita. Il colonialismo ha dato se possibile ancora più sofferenza agli africani, ma questo subdolo meccanismo di marca tutta europea avrebbe prodotto anche degli altri frutti velenosi: i regimi autoritari e sanguinari che nel XX secolo hanno preso il potere su Paesi poveri e affamati, divisi al loro interno e spesso in conflitto tra di loro. Oggi parleremo di uno di questi frutti più dannosi, il famigerato Mobutu, un vero e proprio criminale che tra culto della personalità e autoritarismo riuscì a governare il Congo per quasi 33 anni, arraffando e ammazzando in maniera indiscriminata.

Nascita e primi passi nella vita militare

Joseph Desiré Mobutu nacque il 14 ottobre del 1930 a Lisala, una cittadina congolese dove era maggioritaria l’etnia Ngbandi. La madre dovette crescere praticamente da sola il piccolo Joseph a causa della prematura morte del padre. Lo stesso fu spesso in viaggio perché la madre faceva la bambinaia presso i ricchi signori belgi che abitavano in Congo. Una di queste signore prese in simpatia il giovane Mobutu insegnandogli il francese, a leggere e a scrivere. Grazie ai buoni uffici di questa famiglia, Mobutu frequentò le scuole presso una missione cristiana dove studiò da contabile, ma a causa di una bravata il giovane venne punito con la classica punizione a cui venivano sottoposti gli studenti ribelli: 7 anni di servizio militare presso la Force Publique, la polizia coloniale. Per qualsiasi altro ragazzo questa punizione sarebbe stata un dramma, ma per Mobutu fu una vera e propria benedizione: il giovane nelle caserme poté stringere tante amicizie, conoscere e farsi apprezzare dai superiori e addirittura studiare da giornalista. Nel 1956, dopo essersi congedato dall’esercito con il grado di sottotenente, divenne giornalista a tutti gli effetti e proprio grazie alla sua professione riuscì ad andare qualche anno più tardi in Europa e precisamente a Bruxelles, proprio per prendere parte ad un congresso di giornalisti. Nei primi mesi del 1960 Mobutu conobbe Lumumba e tutti i partecipanti della delegazione congolese che chiedeva al re Baldovino l’indipendenza. Lumumba lo promosse come suo segretario e in molti apprezzarono questo ragazzo elegante e simpatico, che segnava tutte le parole che diceva il suo principale.

L’indipendenza e la crisi del Congo

Nel giugno del 1960, dopo la concessione dell’indipendenza, Lumumba divenne Primo Ministro, mentre Joseph Kasa-Vubu Presidente della Repubblica. Ma già dopo appena un mese, le provincie del Katanga e del Kasai fecero la secessione, ammutinandosi dal governo centrale. I rappresentanti delle provincie ammutinate, sostenute dalla CIA e dal Belgio, chiesero la deposizione di Lumumba, il quale rispose trasferendosi a Stanleyville, sotto la protezione dei sovietici. Il 14 settembre dello stesso anno Mobutu prese il controllo del Paese (la parte che non era sotto il controllo dei Lumumbisti) con un golpe sostenuto dagli americani in funzione antisovietica, lasciando il povero Lumumba isolato e circondato. Alla fine Lumumba venne arrestato nel gennaio dell’anno dopo e fu proprio Mobutu ad arrestarlo e a dare l’ordine di ucciderlo. Dopo il tentativo di Lauren Desiré Cabila e di Ernesto “Che” Guevara di salvare l’esperienza Lumumbista, Mobutu prese sempre più potere, grazie anche all’amicizia con il presidente Kasa-Vubu, tanto da essere nominato Generale Maggiore dell’esercito. Nel 1963 la rivolta di Pierre Mulele provocò grandi devastazioni nel Paese africano, ma anche questa prova venne superata dal giovane generale, grazie sempre agli appoggi di cui poteva disporre. Nel novembre del 1965 Mobutu ebbe mano libera dagli alleati occidentali: decise quindi di destituire Kasa-Vubu e di prendere il potere in prima persona. Nel suo primo discorso ai connazionali, Mobutu accusò in maniera decisa i politici congolesi, responsabili di avere distrutto la Nazione. I primi atti furono quindi sterilizzare il Parlamento, ridotto ad un mero passacarte e centralizzare il potere statale, accentrando una grande quantità di diritti e prerogative, come comandare l’esercito e nominare i capi locali.

Mobutu, il Maresciallo-Presidente

La figura di Mobutu è stata studiata da tantissimi storici e tutti sembrano giungere ad una conclusione comune: Mobutu fu il più longevo e rapace dittatore africano. Appena giunto al potere i suoi primi atti furono diretti tutti a reprimere il dissenso, facendo sparire tutti quegli elementi che a suo dire potevano inficiare la sua azione politica. Tutti i primi anni di governo furono all’insegna della repressione: vennero infatti uccisi centinaia di sostenitori di Lumumba, di Kasa-Vubu e di Cabila, ma dalla comunità internazionale nessuno levò voci di sdegno. La nascita del partito unico, il solo che poteva esistere legittimamente in Congo, rafforzò ancora di più la figura del Presidente, il quale decise in quegli anni di fare un atto mai visto: la nazionalizzazione delle industrie straniere. Ma dovette ben presto tornare sui suoi passi visto che l’esclusione degli europei dal Paese aveva ridotto l’economia sul lastrico. Malgrado tutti nel resto del mondo fossero coscienti delle violenze che si perpetuavano in Congo, Mobutu venne tenuto in gran conto da tutte le Nazioni europee, soprattutto per il suo fierissimo anticomunismo, che lo fece diventare il bastione della lotta al comunismo in Africa. Il Belgio, gli USA, la Francia e altri Paesi europei furono ben felici di elargire i loro aiuti al Congo, peccato che miliardi di dollari finirono nei conti svizzeri di Mobutu e dei suoi amici, lasciando la popolazione congolese a languire nella povertà. Malgrado le nefandezze della sua azione politica, le diplomazie europee e gli USA tennero in grande considerazione il dittatore africano, invitandolo finanche a recarsi nei loro Paesi.    

Il concetto di Autenticità Africana

Uno dei più grandi desideri del dittatore fu la ripresa dell’autenticità africana, ma in una maniera del tutto originale. Per Mobutu la ripresa dei valori africani non passava per la riscoperta di una cultura oppressa e calpestata da quella europea, ma attraverso “l’Africanizzazione” coatta di tutto quello che avevano lasciato i belgi. Il Paese non venne quindi più chiamato “Repubblica democratica del Congo”, ma “Zaire”, con un nome autenticamente africano. Zaire venne scelto perché rimandava al grande fiume Congo, era quindi l’ideale per affermare la vera radice africana di questa nazione. Anche la capitale cambiò nome, infatti venne rinominata Kinshasa invece di Leopoldville, un nome che faceva tornare alla mente i tempi bui del passato coloniale. Ma non furono solo le città e la Nazione a cambiare nome: infatti a tutti i cittadini dello Zaire venne imposto di cambiare i nomi europei con nomi africani e specificatamente legati all’etnia di appartenenza. Venne fatto divieto ai neo genitori di dare nomi europei ai bambini e i preti che si sarebbero prestati a questo tradimento dei valori zairesi avrebbero rischiato cinque anni di galera. Vennero vietati addirittura i vestiti all’occidentale: come unico abito venne deciso l’abacost, una specie di lunga giacca il cui nome significa “Abbasso il costume” (inteso come abito). Anche il Presidente decise di cambiare nome, per dare il buon esempio e convincere i suoi connazionali a fare altrettanto. Mobutu scelse come nome Mobutu Sese Seko Nkuku Ngbendu Wa Za Banga, che nell’idioma dei Ngbandi vuol dire: “L’onnipotente guerriero che per la sua resistenza vincerà, andando di conquista in conquista, lasciando il fuoco sul suo cammino”. In questi anni divenne iconica la sua divisa, fatta di Abacost, occhiali neri molto spessi e cappello in pelle di leopardo, che Mobutu sfoggiava con orgoglio soprattutto durante le sue visite presso gli altri presidenti.

Uno Stato fondato sulla rapina

Come si è avuto modo di rilevare, Mobutu entrò nelle simpatie delle diplomazie occidentali non solo in funzione antisovietica, ma anche e soprattutto per le sue doti personali. Mobutu, a detta di tanti diplomatici e dei suoi omologhi stranieri, era un ottimo conversatore, simpatico, colto e molto elegante. I presidenti delle Nazioni europee tennero in gran conto il dittatore dello Zaire e inondarono il Paese di aiuti umanitari, di finanziamenti e prestiti a fondo perduto. Ovviamente non si deve minimamente pensare che i presidenti occidentali fossero tutti dei filantropi, infatti in questo modo si assicurarono una fetta di questa grandissima torta che è il patrimonio minerario del sottosuolo congolese. A causa della centralizzazione del potere, ogni concessione e ogni autorizzazione ad aprire un cantiere passava dalle mani del dittatore, quindi bisognava essergli simpatici per entrare in questa stretta cerchia. Secondo stime risalenti al 1984, Mobutu avrebbe accumulato un patrimonio personale di oltre 5 miliardi di dollari. Se si considera che Mobutu rimase al potere fino al 1997 si può legittimamente pensare che tale fortuna sia anche aumentata, vista la pioggia di prestiti che pervenivano nelle casse del gigantesco Paese africano. Proprio per questo fiume di denaro accumulato in quasi 33 anni di potere assoluto, Mobutu viene ricordato come uno tra i più corrotti leader della storia e il più importante esempio di cleptocrazia. Mentre la popolazione venne quasi incoraggiata ad arrabattarsi per sbarcare il lunario, Mobutu e la sua ristretta cerchia condussero il Paese in una crisi economica senza fine, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze. La corruzione, così diffusamente praticata nelle alte sfere, divenne la prassi anche nei piccoli uffici della pubblica amministrazione, dove anche il più mediocre dei burocrati poteva fare fortuna tramite favori e mazzette. Anche perché, parlando chiaramente, chi avrebbe avuto l’ardire di denunciarlo, considerato che l’intero Zaire era una Babilonia di malaffare?  

Il culto della personalità e il controllo del consenso

Come altri leaders della storia che concentrarono nelle loro mani il potere assoluto, anche Mobutu si servì di tutto il suo carisma per attirare il consenso. Mobutu cercò in tutti i modi di accrescere il suo prestigio all’estero, percorrendo ogni strada pur di attirarsi le simpatie del mondo. Il dittatore africano riuscì nel 1971 a farsi nominare addirittura un lago, che cambiò nome da “Lago Alberto” in “Lago Mobutu Sese Seko”. Nel giugno del 1974 sfruttò la popolarità che il suo Paese aveva guadagnato dopo la vittoria della Coppa d’Africa e la successiva qualificazione della Nazionale Zairese ai Mondiali dello stesso anno. Sempre nel 1974 e precisamente il 30 ottobre Mobutu riuscì ad organizzare un evento spettacolare: Kinshasa infatti ospitò l’incontro valevole per il titolo di campione mondiale dei Pesi Massimi tra George Foreman e Muhammad Alì. L’evento, chiamato Rumble in the Jungle (rissa nella giungla), venne in seguito riconosciuto come l’incontro di pugilato più importante che sia mai stato disputato: un successo incredibile per il dittatore dello Zaire. Come tutti i dittatori del XX secolo, anche Mobutu si servì a piene mani dei mezzi di comunicazione di massa. Le notizie del mattino che andavano in onda sulla televisione di Stato zairese, erano precedute da apparizioni in cielo del Leader supremo che discendeva sulla Terra trasportato da una nuvoletta. Ora fa sorridere tutto questo e sembra ridicolo, ma bisogna ricordare che la popolazione dello Zaire non era molto avvezza alla televisione, quindi simili apparizioni suscitavano nella gente un senso di inquietudine ma anche di sicurezza, una sorta di protezione semidivina fornita dal Presidentissimo. Per definirlo, i giornalisti della radio e della televisione ma anche i semplici rappresentanti dei pubblici uffici usavano nomi come “Padre della Patria”, “Messia”, “Timoniere”, “Supremo Combattente” e “Fondatore della Nazione”. Fu insomma un culto della personalità tra i più pervasivi al mondo, un tratto che lo accomuna ad altri dittatori africani, come per esempio Bokassa in Centrafrica e Amin Dada in Uganda.

La caduta e la morte

Gradualmente le diplomazie occidentali cominciarono a considerare sconveniente avere a che fare con il dittatore zairese. Solo la Francia mantenne salde le relazioni con Mobutu, come del resto fece con altri “impresentabili” presidenti africani come Bokassa e Habyarimana in Rwanda. Nel 1986 la cleptocrazia di Mobutu e soci condusse l’immenso Stato africano verso una gravissima crisi economica e sociale, aggravata dalle repressioni che la polizia attuò per tutto il periodo nei confronti dei nemici di Mobutu. Il dittatore, resosi conto della situazione, ormai irreversibile e non risolvibile con le violenze, decise di accettare il multipartitismo e di governare insieme al Presidente del Parlamento. Indebolito sul piano interno, in politica estera cercò di rafforzare la sua posizione malgrado molti dei suoi migliori amici, ora che il Muro di Berlino era caduto, gli negarono gli aiuti che lo avevano reso miliardario. Solo la Francia continuò a dare aiuti a Mobutu, tanto che consentì alle truppe francesi di stanziarsi in territorio congolese durante la guerra civile in Rwanda (1990-1994). Dopo la fine del Genocidio del Rwanda, Mobutu concesse ai profughi Hutu (tra cui molti assassini che si erano macchiati di crimini innominabili) di stanziarsi nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, da dove spesso e volentieri sconfinarono per uccidere altri Tutsi. Ma il sostegno degli alleati transalpini non servì a risolvere la situazione, infatti nel 1996 una coalizione formata dai ribelli Simba di Lauren-Desiré Cabila e da milizie rwandesi e ugandesi, cominciò a marciare e a conquistare ampie porzioni di territorio zairese. Nel maggio del 1997 Cabila conquistò la capitale Kinshasa e rinominò il Paese Repubblica Democratica del Congo, mentre Mobutu con altri suoi fedeli seguaci si rifugiò a Rabat, in Marocco. E fu proprio qui che terminò l’esistenza del più rapace e violento dittatore africano, infatti il 7 settembre del 1997 Mobutu morì, a causa di un cancro alla prostata. Mobutu lasciò un Paese devastato dalla guerra civile e impoverito dalle sue continue ruberie, in guerra all’esterno e all’interno e senza nessun alleato, ma circondato da vicini ingordi, vogliosi di derubare il Congo delle sue risorse.  

Un Paese senza un giorno di pace

Nel 1998, un gruppo di Tutsi, chiamati Banyamulenge e presenti da anni nel territorio congolese, cominciò a ribellarsi contro il governo di Cabila. Le milizie Banyamulenge, sostenute da Uganda e Rwanda, vennero subito fronteggiate da Namibia, Angola e Zimbabwe, vicine al nuovo presidente. Si scatenò una guerra che venne soprannominata “Guerra Mondiale Africana”, che si risolse (per modo di dire) solo nel 2001, quando Cabila venne assassinato e suo figlio Joseph Cabila gli successe come presidente della Repubblica. Questa guerra fu un vero e proprio saccheggio compiuto dagli eserciti dell’Uganda e del Rwanda, infatti alcune aree vennero sottoposte ad intense attività di estrazione di coltan (il materiale che fa funzionare gli smartphone), diamanti, uranio e oro. Ma per rendere lavorabile questa terra si fece pulizia dei suoi abitanti: si calcola che in conseguenza di questo conflitto siano morte circa 4 milioni di persone, la quasi totalità di fame e malattie. Tutte le altre guerre che si sono susseguite, come la ribellione di Nkunda del 2004 e durata fino al 2008; la ribellione dell’Ituri, provocata dallo sconfinamento di truppe ugandesi, che iniziò nel 1999 ma continua ancora oggi (quello che gli antropologi chiamano “conflitto a bassa intensità”); la presenza di bande armate nelle provincie confinanti con Rwanda ed Uganda continuano ad essere motivo di grande preoccupazione per gli osservatori dei diritti umani. È infatti sconosciuto il numero dei profughi che affollano quelle aree, ma è purtroppo ancora sconosciuto anche il numero dei morti in questa tragedia che assume ogni giorno di più i toni propri di un cataclisma. Sembra quasi che la pace sia una chimera per le genti del Congo, eppure molte persone piene di iniziativa e di vero spirito umanitario continuano a rischiare la vita pur di portare un minimo di sollievo ai dannati di quella terra, proprio come i due italiani trucidati a Goma qualche giorno fa. Attanasio e Jacovacci hanno tentato di portare il loro contributo presso le popolazioni del Nord Kivu, ma anche loro sono rimaste vittime di una violenza cieca, una brutalità che ha avuto inizio negli anni ’60 con Mobutu e che continua ancora oggi. Probabilmente sapremo tra molto tempo con sicurezza chi sono stati gli assassini dei nostri connazionali, quello che forse non sapremo mai è quando questo popolo troverà la pace. Ma non ci sarà mai pace per il Congo fin quando sarà visto come un serbatoio di materie preziose e non come un Paese sovrano da aiutare a risollevarsi da una lunga e tragica crisi. 

Giovanni Trotta

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