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Maria de Seta Pignatelli di Cerchiara di Calabria, vita e operato della marchesa

Maria Elia nasce a Firenze nel 1894. Figlia dell’ammiraglio Giovanni Emanuele Elia e Beatrice Benini,  muore a causa di un incidente stradale nei pressi di Nicastro nel 1968. Donna di arte e cultura, la marchesa è stata promotrice di importanti salotti culturali da Roma fino in Sicilia, facendosi spazio tra gli esponete dell’élite socio-culturale del Sud Italia. Giunge in Calabria nel 1919 dove decide di trascorrere il tempo delle lunghe giornate estive a Buturo in Sila (i cui resti sono oggi conosciuti come “La Torre della Marchesa”) per poi raggiungere una seconda delle sue tenute a Sellia Marina (chiamata anche Villa De Seta).

Stimata amica di Benito Mussolini e amante di Michele Bianchi, ministro dei lavori pubblici nonché primo segretario del Partito Nazionale Fascista nel 1921, con il quale trattiene una relazione epistolare (circa 75 lettere inedite). Per quanto riguarda aspetti della propria vita privata ella sposa il marchese Giuseppe de Seta, figlio del prefetto di Palermo e deputato al Parlamento per il collegio di Catanzaro, con il quale dà alla luce quattro figli: Emanuele, Francesco, Bona e Vittorio de Seta, quest’ultimo noto regista italiano. Esperienza di matrimonio che terminerà con il marchese De Seta per ricongiungersi in seconde nozze con Valerio Pignatelli di Cerchiara, membro della Repubblica Sociale Italiana e capitano degli Arditi. Gabriele D’Annunzio, scrittore e poeta di spicco all’interno dello scenario nazionale  definisce la marchesa la «Madonna silana» per la sua bellezza[1]. La sua tomba insieme a quella dei due figli Francesco ed Emanuele è ubicata nel cimitero di Sersale, mentre i resti di Vittorio de Seta giacciono nel cimitero di  Sellia Marina.

Maria De Seta Pignatelli fonda a Roma il Movimento italiano femminile (MIF) <<Fede e Famiglia>> il 28 ottobre 1946 di cui <<promotrice e animatrice fu proprio la principessa Maria Pignatelli di Cerchiara di Calabria, appoggiata da monsignor Silverio Mattei della Sacra Congregazione dei Riti e da un folto gruppo di nobildonne romane>>, Il M.I.F., fa capo ai principi di solidarietà e assistenza tra gli uomini e nasce con lo scopo di assistere (socialmente, giuridicamente e attraverso la concessione di beni di prima necessità) i detenuti politici all’indomani della seconda guerra mondiale[2].

L’intenzione del neonato movimento femminile sarà quello di creare intorno ad esso un <<reticolo di donne in grado di costruire un tessuto sociale, che sarà poi l’idea cardine della struttura del MIF, probabilmente pensato, come un’organizzazione parallela per l’Italia occupata dagli Alleati al Saf[3] (approvato da Mussolini due giorni dopo l’incontro con la Pignatelli, il 18 aprile 1944)>>. Il movimento trova piena realizzazione solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale quasi impossibilitato ad attecchire durante le difficoltà della guerra <<ma la discendenza diretta di una volontà di Mussolini nel corso degli anni, la quale sarà ribadita più volte, funge da collante tra le iscritte  come argomento innegabile di legittimità all’interno dell’area neofascista[4].>>

«Fede e famiglia» (Mif),  è stata l’organizzazione di rifugio ideale  per centinaia di «perseguitati politici» fascisti, detenuti, scarcerati o latitanti[5] , dimostrando di avere <<le carte in regola per diventarlo: il suo essere espressione degli ambienti della nobiltà nera meridionale e romana, delle gerarchie vaticane e di una borghesia delle professioni di analogo orientamento, era una garanzia di rispettabilità di fronte alle istituzioni e quindi permise quasi subito libertà d’azione con il grosso vantaggio di poter lavorare alla luce del sole[6].>>

Il sostegno a queste categorie viene pronunciato mediante la consegna di “pacchi dono” contenenti generi alimentari come ad esempio zucchero, formaggio, biscotti, ma anche calze, sigarette, medicinali e tanto altro ancora. Il M.I.F. è in grado di portare avanti la propria attività educativa ed assistenziale, grazie anche alle numerose sezioni periferiche e nuclei attivi presenti in Italia e all’estero. Tale politica di azione viene accentuata attraverso la collaborazione del Vaticano il cui territorio è spesso luogo di rifugio e di asilo. Inoltre il M.I.F. viene ricordato come il primo movimento organizzato e non clandestino del neofascismo italiano[7].

Nel 1947 per la prima volta  il movimento si organizza attraverso organi dirigenziale, elegge la Pignatelli segretaria dell’organizzazione la quale vi resterà alla guida per circa vent’anni. Durante il primo periodo di vita l’organizzazione della Marchesa non accetta le condizioni del sistema politico e democratico della Repubblica entrando spesso e volentieri in contrasto con  il Movimento Sociale Italiano. Esemplificativo è stato un episodio del febbraio del 1948, <<quando la giunta centrale bocciò una proposta avanzata dalla Pignatelli, che prospettava la possibilità di arrivare alla liberazione dei fascisti in carcere attraverso un disegno di legge dell’allora ministro di Grazia e Giustizia, il liberale Giuseppe Grassi[8].>>

Ma la svolta si prenseterà con le elezioni del 1948, quando la sconfitta dell’alleanza a sinistra cambia lo scenario politico: <<Maria Pignatelli, che temette il “colpo alla nuca” fino alle elezioni del 18 aprile (così scrisse in una circolare diffusa dopo il voto alle sedi periferiche), segnalava alle collaboratrici l’importanza della svolta che si era prodotta con la vittoria della Dc>>. Passata la paura e con maggiore tranquillità politica la Marchesa cerca di costruire  e organizzare <<il volto legale del movimento>>. [9].

Del resto anche le relazioni con il Movimento sociale italiano iniziano a manifestarsi con continuità attraverso forme di favoritismi quali le candidature di esponenti del M.I.F. in alcuni collegi e la partecipazione dei missini alle riunioni dell’organizzazione della Pignatelli, anche se, un maggior segno di avvicinamenti tra le due fazioni avviene in corrispondenza  della nomina alla segreteria del Msi di Augusto De Marsanich che riporta all’interno del partito  Valerio Pignatelli.

Scontri tra il MIF e MSI continueranno comunque ad esserci per via del sistema parlamentare strutturatosi dopo la fine della guerra, <<che il MIF detestava e a cui il MSI aveva accettato di prendere parte>>[10].

L’organizzazione della Pignatelli considera punto di forza il fatto di potersi farsi carico del titolo di <<corrente pura del fascismo>>, al contrario del partito, che a suo parere tradisce una tale idea scendendo a <<patti con la democrazia>>. Da questo punto di vista, il MIF sembrerebbe porsi al di fuori del sistema democratico, mentre la convinta rivendicazione dei diritti politici per le donne <<pone il movimento all’interno della dinamica costituzionale e in una posizione decisamente progressista rispetto a quelle dei missini[11].>>

Durante gli anni sessanta pubblicò a Cosenza il libro “Introduzioni alla Calabria”, romanzo e saggio storico sulla Calabria che rappresenta una raccolta di ricordi e descrizioni della sua vita, del suo avventuroso arrivo tra le bellezze della Sila e delle sue frequentazioni.

L’arrivo in Calabria di Maria Elia de Seta:

«Cercavo la salute per il mio bimbo, e la lontananza dalle dolorose vicende d’Italia in quell’anno di grazia 1919. Dalla Toscana ero dovuta scappare per le incursioni rosse con un bimbo malato in braccio ed ero arrivata a Roma dopo tre giorni di viaggio. Là mi venne in soccorso padre Semeria. «Vai nella Sila» mi disse. «Che cos’è la Sila? Dov’è?». «È in Calabria ci vai anche da Catanzaro». Al mio stupore rideva e si tirava la gran barba raccontandomi tutte le bellezze della Sila e dei boschi e dei panorami e della solitudine. Catanzaro! Che destino!. Ricordavo che quando ero bambina a Londra, avevo un gioco, un biliardino geografico raffigurante l’Italia e sempre vincevo perché la palla cadeva su Catanzaro che portava il numero otto ed era un numero elevato. Ma ciò era motivo di canzonatura da parte delle mie compagne e di offesa per me. E la mia governante mi diceva: «Finirai a Catanzaro». Ripensandoci ero molto spaventata da questo mio destino, ma padre Semeria tornava sempre a farmi descrizioni dei boschi, del fresco, delle sorgive d’acqua. Così fu che decisi per la Sila»[12].

Un libro che racconta la Magna Grecia, lungo i 491 chilometri della statale «106», si sofferma tra i boschi dell’Aspromonte, delle Serre e della Sila. Maria de Seta Pignatelli rimane meravigliata quando s’imbatté in Gioacchino da Fiore «il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato»[13] .

In Cassiodoro, «l’unico romano sopravvissuto alle rovine dell’Impero» intento a costruire «ilo suo emporio mondiale»; in Gioacchino Murat e ancora in San Francesco di Paola. Rimase estasiata nel descrivere le «vie della seta» e i viaggi di Federico II di Svevia, «stupor mundi»[14].

Una parte della vita della Marchesa è calata nella ricerca delle antichità della Calabria: «Tutta la 106 potrebbe diventare un giardino nel quale sorgono le antiche città greche e romane che ridate alla luce costituirebbero la più bella via archeologica del mondo».

Nel 1919 raggiunge da sola Catanzaro Marina: «Non c’era dove andare, nulla da mangiare e il paese era in un bagno di luce e di polvere bianca che lo scirocco caldissimo sollevava a polveroni. Sembrava un paese bruciato con le case rabberciate ala meglio. La sporcizia e l’abbandono vi regnavano, tanto che avevano distrutto più del terremoto e disfatto a tal punto da togliere anche la speranza di poter dare un aspetto umano a quei miserabili abitacoli. Ma la gente era bellissima di portamento nobile e cortese. Io non capivo una parola di ciò che dicevano»[15].

Orsola Marrazzo scrive la storia della <<Rueping>>, la società di tedeschi e austriaci che nel 1907 acquista dai baroni Perrone di Taverna il Gariglione, spaziando anche nella Sila Grande, dove si  <<impiantarono attività di sfruttamento industriale del legname, per costruire traverse per le strade ferrate attingendo alle grandi risorse della Silva brutia.>> La Marrazzo è figlia del titolare di una delle segherie attive in Sila. Vive in contrada <<Macchia dell’Orso nel comune di Mesoraca>> e <<ricorda la marchesa che andava a bere alla fontana lì vicino[16].>>

Prima dell’insediamento industriale, Norman Douglas ricorda con chiarezza: «Se mi fossi tenuto sulla sinistra del Circilla, avrei costeggiato la foresta del Gariglione, a circa quattro chilometri di distanza da San Giovanni. La visita alcuni anni fa, rimanendone impressionato: era un autentico Urwarld, o giungla vergine. Per quanto mi risulta non esiste nulla di simile da queste parti alle Alpi, e nemmeno nelle Alpi stesse. Ricordava le giungle russe, che però anche prescindendo dalla monotonia dei loro alberi, inducono alla maliconia, mentre quelle meridionali sono piene di luminosa bellezza»[17].

E ancora:

«All’epoca della mia visita, Gariglione era dunque una foresta vergine, mai sfiorata da mano umana: una macchia scura e ondulata, visibile da lontano, un impenetrabile groviglio di alberi costituiti dai garigli (quercus cerris) da cui deriva il suo nome, da migliaia di pini e di abeti barbuti e da quella antica vegetazione indigena che spunta faticosamente del terreno umido in cui i suoi progenitori marciscono da secoli. Soltanto in questa solitudine si potrebbe pensare di trovare la distratta lince del verace storico»[18].

Secondo lo scrittore inglese, così come riportato anche dalla Marrazzo, la foresta viene venduta per <<350.000 lire alle compagnie industriali>>. Il silenzio primordiale del Gariglione viene smorzato da un esercito di <<duecentosessanta uomini>> in grado di abbattere gli alberi con grande rapidità. A questo strazio, Douglas si chiese: «Che rimarrà della Sila quando avrà perduto le sue foreste?»[19].

La storia dell’epopea industriale nel Gariglione e sul monte Femminamorta, vede protagoniste segherie, teleferiche e ferrovie a scartamento ridotto per trasportare i tronchi semilavorati alla stazione di Cropani Marina, da dove con i treni merci finivano a Napoli e al porto di Crotone.

Tutto questo termina quando nel 1949 la società viene requisita dal comando inglese e sottoposta al controllo degli esperti britannici, con lo smontaggio dei materiali e la partenza dei contadini (diventati nel frattempo carpentieri, meccanici e macchinisti) per gli Stati Uniti d’America e le fabbriche di Torino, Genova e Milano, poi in seguito anche nella vicina Lecco.

I ritratti di Renato Guttuso

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Renato Guttuso[1], Ritratto di Maria Elia de Seta Pignatelli, catalogo dipinti 1937 – 1985.

[1] Con cui la Marchesa era in contatto e che ospitò in due occasioni alla Torre silana.

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Renato Guttuso, uso Pannelli da cui riaffiora dalle acque la marchesa De Seta nelle vesti di Afrodite.

Il ritratto di Gino Severini

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Gino Severini, Ritratto della Marchesa Maria de Seta Pignatelli, olio su tela, 1937

Pietro Marchio – Storia della Calabria e della Sila

[1] Giseppe Pariato, dizionario biografico degli italiani, volume  83, 2015.

[2] Istituto centrale per gli archivi – ICAR

[3] Corpo femminile volontario per i servizi ausiliari delle forze armate repubblicane, noto come Servizio Ausiliare Femminile, è stato un corpo femminile delle forze armate della Repubblica sociale italiana.

[4] M. Eleonora Landini, Tra politica e assistenza: il “Soccorso nero” del Movimento Italiano Femminile (1946-1956), seminario nazionale dottorandi,  p. 6.

[5] Federica Bertagna, Un’organizzazione neofascista nell’Italia postbellica: il Movimento italiano femminile «Fede e famiglia» di Maria Pignatelli di Cerchiara, in id., Rivista Calabrese di Storia del ‘900 – 1, 2013,  p. 5-6.

[6] Ibidem.

[7] Istituto centrale per gli archivi – ICAR

[8] Federica Bertagna, Un’organizzazione neofascista nell’Italia postbellica…, p. 15.

[9] Ivi, p. 17.

[10] M. Eleonora Landini, Tra politica e assistenza.., p. 7-8.

[11] Ibidem.

[12] Maria Pignatelli, Introduzione  alla  Calabria, editrice casa del libro Cosenza, 1966.

[13] Paradiso, XII, 135-140, Treccani, 2005.

[14] Romano Pitaro, La Marchese con la Pistola, Maria de Seta Pignatelli, in id., Claudio Cavalieri, Bruno Gemelli, Romano Pitaro, L’ape furibonda, undici donne di carattere in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2018.,  p. 123.

[15] Ivi, p. 125.

[16] Oggi è chiamata la fontana della Marchesa.

[17] N. Douglas, Old Calabria, Giunti Martello, Firenze,  1978,  pp. 334-335.

[18] Ibidem.

[19] Ivi, p. 336.

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