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Lev Jašin, il ragno nero

Da bambini nessuno vuole fare il portiere e questa possiamo prenderla come una verità incontrovertibile, un vero e proprio assioma per ragazzini. In porta ci va il più scarso, quello che arriva tardi o quello che è arrivato da poco da un’altra città e pur di farsi accettare va anche in porta. Ci sono però dei ragazzi, delle vere e proprie mosche bianche, che davanti a quei legni si sentono protetti, importanti, pieni di gioia. Forse il racconto di oggi potrebbe iniziare proprio da qui: un ragazzo cresciuto nella Russia sovietica, un bambino come tanti, che per colpa della guerra diventa operaio metallurgico, ma che proprio in quella fabbrica comincia ad apprezzare il ruolo del portiere, l’estremo difensore, l’ultimo baluardo dopo il quale c’è solo il gol, la gloria per chi segna e la delusione per chi è costretto a subire. Il protagonista della storia di oggi è Lev Jašin, il più forte portiere della storia, il primo e unico Pallone d’Oro dato ad un estremo difensore.

Nascita e primi passi del campione

Lev Ivanovic Jašin nacque il 22 ottobre 1929 a Mosca, da una coppia di operai dell’industria pesante, gente semplice abituata da sempre a lavorare tanto, proprio come Madre Urss chiedeva. Il piccolo Lev fu un bambino povero ma spensierato almeno fino al 1941, quando Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica, la stessa nazione con cui meno di due anni prima aveva firmato un trattato di non aggressione (il famoso Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto ’39). Dopo il lancio da parte dei nazisti dell’Operazione Barbarossa (22 giugno 1941), il giovane Lev, che era all’epoca poco più di un bambino, venne inquadrato nella catena di montaggio, dove venne impiegato per sostituire i suoi colleghi più grandi, occupati a respingere le orde tedesche. Fu proprio in questa fabbrica, dove le ore erano scandite dal lavoro che Lev cominciò ad innamorarsi del ruolo del portiere. L’agiografia sportiva sovietica fece fiorire una serie di aneddoti molto divertenti sulla vita di fabbrica di Jašin: si racconta che Lev fosse abilissimo a prendere al volo tutti gli oggetti che i compagni di fabbrica gli lanciavano per gioco. Fu qui, tra compagni di fabbrica simpatici e guasconi e sbarre di acciaio, che il giovane Jašin capì di voler fare il portiere e di arrivare a difendere i pali della Nazionale sovietica. A meno di vent’anni venne chiamato ad allenarsi con una delle più importanti squadre moscovite: la gloriosa Dinamo Mosca, la squadra del ministero dell’Interno, ma non si può dire che l’esordio fu sfavillante, anzi…

Un esordio complicato

La prima partita di Lev Jašin fu un vero e proprio disastro, la summa di quello che non dovrebbe mai essere un esordio. Il povero Lev entrò in campo nel secondo tempo durante un amichevole tra la sua Dinamo e il Traktor Stalingrado. Il portiere avversario rinviò dalla sua porta, Jašin chiamò la palla ma il difensore non sentì. Risultato? Scontro fortuito e palla in rete. Nulla diche, si dissero tra di loro i dirigenti della Dinamo, un errore capita a tutti, soprattutto ai portieri giovani. Fatto sta che Jašin toppò anche la seconda partita, facendo un errore ancora più marchiano di quello sopracitato. I dirigenti furiosi decisero allora di provare in un altro modo: dirottarono il giovane Jašin verso la squadra di Hockey sul ghiaccio della Dinamo (la Dinamo Mosca, come la maggior parte delle squadre russe, è una polisportiva, infatti la Dinamo ha la squadra di Hockey e Basket). Nella squadra di Hockey Jašin rimase per ben 4 anni, diventando un punto fermo della squadra e vincendo il campionato sovietico di Hockey. Ma il giovane Lev non riuscì mai a togliersi dalla testa il calcio, fu tanto forte il richiamo dell’erbetta da farlo tornare nel 1954 nell’organico della squadra di calcio della Dinamo, nel ruolo di secondo. Primo e indiscusso titolare era sempre Aleksej Chomič, detto “la tigre”, il più forte tra i portierisovietici e tra i primi dieci del mondo. L’occasione per il debutto da titolare arrivò finalmente quando il titolare Chomič si infortunò gravemente durante una partita di campionato. Da quel giorno Jašin non venne mai più messo in discussione, ma rimase titolare fino al 1971, quando decise di appendere le scarpette al chiodo.

I successi con la Dinamo Mosca

Come abbiamo detto, la carriera di Lev Jašin fu lunghissima, infatti difese la porta della Dinamo Mosca dal 1954 al 1971, togliendosi numerose soddisfazioni e vincendo tanti titoli, sia di squadra che individuali. Con la sua squadraJašin vinse cinque campionati nazionali sovietici (1954, 1955, 1957, 1959 e 1963) e tre coppe dell’Urss (1953, 1967, 1970). La stagione migliore del portiere sovietico fu sicuramente l’annata 1963: vinse infatti il campionato sovietico giocando 27 partite e subendo soltanto 6 reti. Anche i vertici europei del calcio si accorsero di questo ragazzo moscovita alto e magrolino, decisero di assegnargli il Pallone d’Oro, il premio che ogni calciatore sogna di vincere. Nella cerimonia di consegna del premio, Jašin diede prova di grande modestia, infatti quando i giornalisti lo intervistarono chiedendogli cosa si prova ad essere il portiere più forte del mondo, lui rispose dicendo che si erano dimenticati di Vladimir Beara, portiere jugoslavo soprannominato “la ballerina” per la sua grazia e l’efficacia dei suoi interventi, a suo dire il vero miglior portiere del mondo. Nel 1971 Jašin decise di lasciare il calcio giocato, a 41 anni suonati e con ben 812 presenze con la Dinamo, riuscendo a mantenere la porta inviolata per più di 200 partite. Alla partita d’addio, che si disputò a Mosca tra la Dinamo e una selezione All Stars, lo stadio Lenin registrò il tutto esaurito (ben 103.000 persone), mentre altre migliaia rimasero fuori dallo stadio cantando cori per il loro beniamino.

I successi con la Nazionale sovietica

Contemporaneamente alla sua affermazione con la squadra di club, Jašin divenne un punto fermo della nazionale sovietica. La sua militanza nella selezione delle repubbliche sovietiche fu lunghissima, dal 1956 al 1970 rimase sempre nell’orbita della nazionale, facendo da secondo portiere solo nel suo ultimo mondiale, quello del 1970. La prima convocazione arrivò già nel 1954, ma la prima competizione da titolare fu il torneo calcistico olimpico, che si svolse nell’ambito dell’Olimpiadi di Melbourne del 1956. In tutta la durata della competizione Jašin subì soltanto due reti e trascinò i suoi compagni alla vittoria, dopo aver battuto in finale la Jugoslavia per 1 a 0. Ai Mondiali del 1958 arrivò ai quarti di finale del Mondiale svedese, venendo eliminata dalla nazione padrona di casa. Nel 1960 vinse la prima edizione dell’Europeo di calcio, battendo in finale nuovamente la Jugoslavia, questa volta per 2 a 1. Ai Mondiali del 1962 disputati in Cile, l’Urss venne eliminata dai padroni di casa. In quest’occasione Jašin venne messo sotto accusa, infatti le sue prestazioni non furono brillanti, tanto che in molti pensarono fosse ormai arrivato il momento di dare spazio ai più giovani. A 33 anni Jašin annunciò di volere lasciare la nazionale. Nel 1964 ci ripensò e venne convocato all’Europeo in Spagna, che lo vide protagonista indiscusso. L’Urss eliminò anche l’Italia e Jašin parò un rigore a Mazzola nella partita di ritorno che si concluse 1 a 1 (l’Urss vinse in virtù del 2 a 0 maturato nell’andata giocata a Mosca). La finale però alla fine la vinse la Spagna al Santiago Bernabeu, con il risultato di 2 a 1 per le Furie Rosse. Nel 1966 Jašin partecipò ai Mondiale in Inghilterra, arrivando al quarto posto, dopo aver perso la semifinale contro la Germania Ovest per 1 a 0, non senza polemiche sull’arbitraggio dell’italiano Lo Bello, definito scandaloso dai sovietici. Nel 1968 non venne convocato per gli Europei, venne convocato invece per i Mondiali del 1970 in Messico, ma fece da secondo a Šmuc, che nel frattempo era diventato titolare. Jašin lasciò la nazionale dopo il Mondiale, conclusosi con l’eliminazione ai quarti dopo 120’ di gioco contro l’Uruguay (1 a 0). Jašin giocò in tutto 74 partite con la nazionale sovietica, subendo 68 gol e mantenendo la porta inviolata per ben 23 partite.

Il più forte del mondo

Lev Jašin fu un atleta longevo, dotato di una forza di volontà e di una abnegazione per il lavoro fuori dal comune, con un grande carisma, una dote che lo faceva amare dai compagni e che intimoriva gli avversari. Con la sua altezza e le sue braccia lunghissime fece divertire i suoi tifosi e gli appassionati di calcio con interventi pazzeschi, che sfidavano le leggi della fisica. Venne chiamato “Ragno Nero” a causa delle divise sempre scure che era solito indossare, divise che poi viste nel bianco e nere delle prime televisioni diventavano completamente nere, alimentando ancora di più la fama per questo funambolo in casacca total black. Il suo stile di pararevenne tuttavia giudicato dai suoi colleghi e dagli allenatori come sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, a fine carriera arrivò ad averne parati oltre 100. Sandro Mazzola, uno dei migliori calciatori della storia del calcio italiano, raccontò il rigore paratogli dal portiere sovietico con queste parole:” È stato terribile, come se mi avesse ipnotizzato. Quando presi la rincorsa vidi che si era già buttato a destra. Avrei potuto tirare dall’altra parte, ma non lo feci. Quel giorno il rigore l’ha deciso Jašin dove dovevo tirarlo”. Lev Jašinfu uno dei più grandi innovatori del ruolo, fu infatti uno dei primi portiere-libero, capace di guidare tutta la linea di difesa e di partecipare alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. La fama che accompagnò sempre la figura del portiere russo si deve anche alla sua persona, Jašin fu infatti un uomo legato alla sua terra e alle sue radici, che non dimenticò mai di essere prima di tutto un dipendente dello stato (la Dinamo Mosca, essendo la squadra del Ministero dell’Interno, inquadrava i suoi atleti come dipendenti statali) e come tale venne pagato, quanto un professore o un maresciallo della polizia. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate, persona semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subìl’amputazione di una gamba e nel 1988 gli venne diagnosticato un cancro allo stomaco. Poco dopo aver ricevuto la notizia della sua patologia, Jašin accompagnò la selezione olimpica a Seul, dove l’Urss vinse per la seconda e ultima volta il torneo olimpico, battendo 2 a 1 dopo i supplementari un Brasile infarcito di talenti. Fu l’ultima impresa del portierone moscovita, che morì a Mosca il 20 marzo del 1990. Fu una grande perdita per gli amanti del calcio e ancora di più per chi ama il ruolo del portiere, il ruolo meno amato ma proprio per questo così affascinante.

L’eredità di Jašin

Il ruolo del portiere è un ruolo da solitari, forse anche un po’ da matti, perché bisogna essere un po’ matti per preferire che il pallone venga verso di te e non il contrario. Come diceva Eduardo Galeano, il portiere non segna (a parte rarissimi e spettacolari casi), ma sta tra quei pali ad impedire che avvenga. L’attaccante, il fantasista portano l’allegria con i gol e le giocate, il portiere è un guastafeste, che l’allegria la spegne. Porta il numero uno sulle spalle, ma solo perché è il primo a subire e a pagare per gli sbagli dei suoi compagni. Quando la squadra ha una giornata negativa a pagare è sempre il portiere, che è costretto a subire una grandinata di tiri e cercare di salvare il salvabile. Effettivamente le parole di Galeano sono condivisibilissime, ma lo scrittore uruguaiano ignorava probabilmente una cosa, alla quale era invece arrivato il poeta italiano Umberto Saba, che nella poesia intitolata Tre Momenti, rende una bellissima immagine del portiere. Il portiere non è solo un povero disgraziato che aspetta la sua fucilazione (come diceva sempre Galeano). Il portiere secondo Saba è una fiera, una bestia feroce che passeggia sulla linea di porta, che ostenta tranquillità quando la palla è lontana dai pali. Appena però qualcosa si avvicina alla sua tana, eccolo pronto ad accovacciarsi e a spiare, prima di spiccare il balzo. Jašin sicuramente se avesse letto cosa dicevano Saba e Galeano sul ruolo del portiere si sarebbe fatto una bella risata, pensando da buon sovietico che i due scrittori avessero prima di ogni cosa tanto tempo da perdere, eppure un po’ di magia è rimasta, anche se il Ragno Nero non c’è più. Nella Fascia di Kuiper, oltre Nettuno e al confine del nostro Sistema Solare, in mezzo a tanti vagabondi dello spazio, ruota un minuscolo pianetoide, di soli 26 km di diametro. Questo minuscolo frammento di roccia, scoperto il 2 di ottobre del ’78, probabilmente continuerà a ruotare intorno al Sole, almeno fin quando avrà vita la nostra stella. Questo nanerottolo dello spazio indossa una divisa blu scura, con un immaginario numero uno sulle spalle, si chiama infatti 3442 Jašin ed è destinata a tenerla per sempre, anche quando nessuno si ricorderà del Ragno nero.

Giovanni Trotta

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