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La Punizione del secolo

Il calcio si sa, è una passione che ci accomuna quasi tutti. Chi di noi non ha mai tirato un calcio ad un pallone? È quanto di più naturale ci possa essere. Proprio perché è tanto naturale, il calcio si è diffuso in tutto il globo. In Asia, in America, in Africa. Ed è proprio di una squadra africana che si parla oggi. Ai Mondiali del 1974 si qualificò un paese che in pochi fino a quel momento avevano sentito nominare: lo Zaire, uno stato gigantesco che occupa quasi completamente l’Africa Centrale ed è ricchissimo di materie prime. Qualche tempo prima del Mondiale la squadra dello Zaire, allenata dal macedone Vidinic (un giramondo con la missione di predicare calcio anche nel cuore del Continente nero), aveva vinto la sua prima Coppa d’Africa, ed erano stati acclamati come degli eroi dalla popolazione. Anche la qualificazione al Mondiale era andata a buon fine, insomma un vero e proprio momento d’oro per la rappresentativa calcistica della nazione africana. I leoni dello Zaire al Mondiale avrebbero dovuto sfidare la Scozia, la Jugoslavia e il Brasile, orfano di Pelé ma sicuramente fortissimo.

Arriva finalmente il Mondiale. In Germania Ovest, i ragazzi zairesi si ritrovano in una realtà molto diversa da quella di Kinshasa, eppure i leoni dello Zaire hanno intenzione di vendere cara la pelle, non vogliono fare la figura della squadra materasso. La prima partita contro la Scozia termina con il risultato di due a zero. Gli africani accusano gli scozzesi di scorrettezze e di razzismo, ma per il momento i ragazzi di Vidinic sono soddisfatti della prestazione. La seconda partita del girone è contro la Jugoslavia, i brasiliani dell’est, ma i leoni zairesi sono convinti di poter fare risultato. Al 21° minuto la Jugoslavia vince tre a zero, mancano ancora settanta minuti alla fine della partita. Al 90° il risultato è questo: Zaire 0 – Jugoslavia 9. I ragazzi tornano nello spogliatoio e vengono raggiunti da una telefonata di Mobutu, il sanguinario dittatore dello Zaire, colui che viaggia di vittoria in vittoria. Il dittatore è furioso, non vuole più sentire parlare di calcio, di Mondiale, e naturalmente intima ai calciatori di non prendere più di tre gol contro il Brasile, altrimenti sarà meglio per loro non ritornare più in Africa.

I giocatori sono nel panico. Che fare? Ritirarsi dal Mondiale? Non si può. Bisogna andare fino in fondo, sperando che il Brasile si accontenti di fare solo tre gol. La prima frazione finisce uno a zero per il Brasile, con tante parate del portiere zairese Mwamba Kazadi. Nello spogliatoio dello Zaire si reca una delegazione brasiliana: al Brasile serve un tre a zero. Vidinic invita tutti alla calma e ai suoi ragazzi dice di lasciar giocare, ci pensano loro, non ci avrebbero messi in pericolo. Dopo venticinque minuti della ripresa il Brasile vince tre a zero, Valdomiro infatti ha realizzato la terza rete, con la comica complicità del portiere zairese. Improvvisamente l’arbitro assegna una punizione al Brasile da circa 25 metri. I brasiliani già pregustano il tiro, ci sono già pronti Rivelinho e Valdomiro sul punto di battuta. Ed è qui che la paura si trasforma in magia, la leggenda in realtà.

Mentre l’arbitro sta ancora contando i canonici 9,15 metri di distanza tra barriera e punto di battuta, il centrocampista dello Zaire, Illungwa Mwepu, parte della barriera è con un gran calcione spedisce la sfera direttamente nella ionosfera, sfiorando il viso di Rivelinho. I giocatori brasiliani si mettono a ridere, l’arbitro ammonisce Mwepu, il quale nel frattempo sta insultando tutti i giocatori del Brasile che ancora ridono per l’episodio. E qui, nelle foto e nei filmati dell’epoca, che si vede una cosa straordinaria: il capitano dello Zaire parla con due giocatori brasiliani, probabilmente gli sta spiegando che se fanno un altro gol, loro sono degli uomini morti. Non si sa cosa si siano detti quei ragazzi, oggi con tutte le telecamere che ci sono in campo saremmo sicuramente in grado di decriptare i labiali dei calciatori. Ma noi siamo dei romantici, a noi piace pensare che il ragazzo zairese abbia chiesto ai brasiliani di non fare altri gol, ne va della loro vita. Inutile dire che la partita finisce tre a zero, salvando capra e cavoli. Brasile e Jugoslavia agli ottavi, Scozia e Zaire a casa.

Al ritorno in Zaire, Mobutu riceve tutti i calciatori nel palazzo presidenziale, di certo non per premiarli. I resoconti dell’incontro non sono tutti attendibili, ma concordano su una cosa: Mobutu non grida, parla con voce ferma, dura, ma non grida mai. Il dittatore dice ai suoi calciatori che sono degli asini, che non giocheranno mai più a pallone e che devono scordarsi i premi per la partecipazione al mondiale e anche quelli per la vittoria della Coppa d’Africa, che tra l’altro ancora non avevano incassato. Ma la punizione vera il dittatore deve ancora impartirla: infatti i contratti che i giocatori hanno firmato in Europa per giocare nei campionati più prestigiosi dovevano considerarsi carta straccia, “non crederete davvero di giocare in Europa dopo la figura pessima che mi avete fatto fare al Mondiale!?”. Dopo quasi cinquant’anni questa storia ancora si ritrova nei filmati comici del calcio, peccato che non ci sia nulla da ridere. Il dramma che hanno vissuto quei ragazzi è stato tremendo: hanno dovuto rinunciare a giocare a pallone solo perché avevano subito una dura sconfitta, il sogno di poter giocare nel calcio che conta svanito a causa di un dittatore violento e vendicativo.

Oggi molti storici si servono di questa storia per far capire cos’era il regime di Mobutu, uno dei più sanguinari e inumani della storia africana. A noi spetta un compito molto più leggero che affrontare il Basile o peggio ancora  Mobutu, far rivivere la storia dell’epopea dello Zaire non per ridere della loro mediocrità calcistica, ma per far conoscere le barbarie del nostro secolo, che non hanno risparmiato neanche la cosa più pura e bella del mondo, il pallone che rimbalza, che rotola e che gonfia la rete, meravigliosa metafora dei sentimenti che fanno battere i cuori di ogni tifoso.

Giovanni Trotta

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