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La Calabria tra fascismo e Seconda guerra mondiale

In Calabria, l’avvento del fascismo al potere e il percorso dell’Italia nella seconda guerra mondiale seguono, per molti aspetti, le vicissitudini dell’intera nazione, aggravando però una situazione sociale, economica e territoriale già di per sé complicata. I calabresi infatti in un primo momento credono nella figura di Mussolini, che – in una regione a vocazione preminentemente agricola – promette grandi investimenti soprattutto grazie alla bonifica integrale delle aree paludose, alla creazione di impianti industriali che consentano una maggiore occupazione e alla realizzazione di vie di comunicazione più efficienti che permettano collegamenti più rapidi, ma, col passare degli anni, queste attese vengono tradite e i calabresi mostrano una sfiducia verso il regime. La Calabria infatti, oltre a problemi di carattere economico, ha delle difficoltà prettamente storiche e naturali: la sua conformazione territoriale conduce l’intera regione ad avere problemi in ambito oro-idrogeologico, che complicano la strada verso un basilare sviluppo[1].

Il regime fascista, nei suoi anni di governo, cerca di portare avanti numerosi piani, tra cui la creazione del Parco Nazionale della Sila, la costruzione di impianti idroelettrici, la realizzazione di nuove strade e linee ferroviarie, le operazioni d sbaraccamento dei centri terremotati, il progetto di bonifica integrale, soprattutto nell’area della Sibaritide e nella piana di Gioia Tauro. Tali piani producono l’effetto positivo di dare immediata occupazione, ma prevedono alti costi sociali con un effettivo ritardo nei lavori e nella mancata e completa realizzazione delle opere rispetto ai progetti iniziali[2].

Nella prima metà del Novecento la regione si tiene a galla grazie al settore agricolo, in particolar modo grazie alla produzione di olio e agrumi destinati principalmente all’esportazione, e grazie al fenomeno dei flussi migratori che forniscono ossigeno alla popolazione grazie soprattutto alle rimesse provenienti dall’America. Alla guerra in Africa prendono parte migliaia di calabresi: questo alleggerisce il fenomeno della disoccupazione e dà sostegno alle famiglie grazie ai sussidi militari, ma si tratta di una congiuntura molto breve. Alla sua prima visita in Calabria, nel 1939, il Duce, nel suo discorso, accantona la Questione meridionale, avvicinandola a una Questione nazionale, in quanto l’Italia – afferma – è come una famiglia e non può lasciare indietro nessuno. In realtà, la politica autarchica e rurale del fascismo allarga ancor di più il divario tra il Nord e il Sud dell’Italia, come testimoniano i dati economici tra il 1928 e il 1938, e in una regione come la Calabria privilegia i vecchi rapporti produttivi favorendo la penetrazione di funzioni capitalistiche dipendenti da punti esterni di comando[3]. In effetti i dirigenti calabresi del Partito nazionale fascista non danno segni di rottura con i vecchi sistemi di potere della ragione, perché basano il loro potere attorno a una struttura trasformistica il cui comando è assunto dalla piccola e media borghesia, sostenuti apertamente anche dai latifondisti.

La perdita di credibilità nella direzione politica del regime fascista dà modo di recuperare terreno all’attività criminosa della ‘Ndrangheta, soprattutto nella Provincia di Reggio Calabria, dove i dirigenti locali fascisti si indeboliscono sul piano politico a causa di un alto tasso di litigiosità interna. La forte ripresa delle attività illecite della criminalità organizzata in Calabria, la cui guida è assunta dal boss Michele Campolo, rappresenta un duro colpo per il fascismo.

Con le condizioni precarie della popolazione e con l’ormai inevitabile partecipazione al conflitto dell’Italia, che aggrava ancor di più la situazione economica regionale e nazionale, si registrano anche in Calabria tra il 1939 e il 1940 manifestazioni di opposizione al regime. La Polizia emana infatti 37 provvedimenti per offese al Duce e per propaganda sovversiva e antinazionale. Tra questi si ricordano il caso di alcuni calzolai che a Lamezia Terme incitano al leninismo e quello nei pressi di Catanzaro di alcuni pentecostali condannati al confino, rei di custodire opuscoli americani contro il fascismo e il re. Si tratta ancora di casi sporadici e isolati, che non costituiscono una seria minaccia per il regime del Duce, ma sono i primi segnali di un rifiuto, seppure passivo, del fascismo. Lo si denota anche dall’ascolto clandestino di Radio Londra, dal risveglio delle attività dell’Azione cattolica e dalla costituzione di gruppi giovanili, come quello denominato “Il Semaforo” a Reggio Calabria. All’alba del 3 settembre 1943, nello stesso giorno della firma dell’armistizio di Cassibile, con l’operazione Baytown, piano militare della ben più ampia campagna d’Italia, le truppe degli Alleati anglo-americani superano lo Stretto di Messina e mettono piede nella regione calabrese, descritta dai giornalisti del quotidiano inglese The Times come “terra di nessuno”[4]. L’avanzata delle forze degli Alleati viene accolta con favore dalla popolazione, che non aspetta altro che la fine della guerra. Nonostante il territorio calabrese non abbia risentito come altri delle operazioni belliche (alcuni bombardamenti si registrano però a Reggio Calabria e ben nove a Cosenza, a partire dall’aprile del 1943), i cittadini calabresi hanno generato apatia e spirito disfattista verso il Duce perché la guerra ha portato a continue restrizioni di ogni specie di generi alimentari; neanche i gerarchi fascisti locali, dopo la deposizione di Mussolini del 25 luglio 1943, organizzano una qualsiasi forma di resistenza.

L’inevitabile ricorso al mercato nero per la reperibilità dei generi primari di consumo provoca ancor di più un impoverimento delle classi meno abbienti. Tuttavia, durante gli anni della guerra aumentano il lavoro agricolo e i salari per i braccianti, vista la partenza per il fronte di molti uomini impegnati in questo settore. Il passaggio dal fascismo alla democrazia non avviene in maniera autonoma, ma sotto la tutela di forze esterne: la Calabria entra a far parte del Regno del Sud d’Italia con a capo il re Vittorio Emanuele III, postosi sotto la protezione degli Alleati. La direzione politica e amministrativa dei territori viene però affidata a personalità locali, che devono districarsi tra problemi di natura economica, politica e sociale, come quello di garantire a tutti la possibilità di reperire i generi di prima necessità e quello dell’epurazione dagli apparati statali dei dirigenti locali fascisti. Con la ripresa dell’attività politica, si riaffaccia in Calabria l’antica tendenza dei contadini all’occupazione delle terre. La vita democratica riparte attraverso la costituzione dei partiti di massa e delle organizzazioni sindacali, che ridanno slancio alla popolazione. Tra il 1944 e il 1945, in Calabria le persone iscritte ai partiti risultano più di 200 mila, secondo i registri dei prefetti, dato che testimonia l’ampia partecipazione politica della popolazione calabrese[5].

La Calabria entra pienamente in rapporto con il centro decisionale nell’aprile del 1944, con la formazione del secondo governo presieduto da Badoglio. Tra i politici emergenti originari della regione calabrese si distinguono principalmente Fausto Gullo, rappresentante del Partito comunista italiano, e Giacomo Mancini, membro del Partito socialista italiano. Se a livello nazionale il discorso di Togliatti, passato alla storia come la “svolta di Salerno”, non segna una netta rottura con il passato, in ogni caso, con la fine dell’esperienza fascista nel Sud Italia nella regione calabrese emergono dati di movimento. In primis si ricorda il moto contadino: tra la fine dell’estate e l’autunno del 1943 gruppi di contadini occupano le terre del latifondo nei territori del Crotonese e del Cosentino, riproponendo la lotta ai baroni usurpatori e la questione demaniale[6]. Il moto contadino, sorto spontaneamente, comincia a organizzarsi e a proporre leader della stessa base contadina. Le risposte della politica sono affidate a Fausto Gullo, che con i suoi decreti del 1944 prevede l’assegnazione di terre incolte a enti o a cooperative di contadini organizzate in consorzi, tentando così di legittimare le occupazioni avvenute o in corso che riguardano circa 4000 ettari. L’obiettivo del ministro Gullo è quello di disinnescare lo spontaneismo del moto contadino sostituendolo con un’azione collettiva e organizzata. Tuttavia il processo va verso una normalizzazione dei fatti che a un profondo cambiamento[7]. La fase di transizione viene guidata in Calabria, come nel resto del Paese, dalla Democrazia cristiana, che si lega al suo schema interclassista grazie al sostegno della piccola e media proprietà, del ceto medio delle città e dei centri maggiori e della Chiesa. L’organizzazione ecclesiastica calabrese, in particolar modo, è molto chiusa ed è politicamente arretrata, poco avvezza alle novità. Nel Partito comunista italiano invece si è mal digerito il cambio di posizione assunto dal leader Palmiro Togliatti, che viene accusato di assumere una posizione di attesa e di rinvio e di assumere una posizione di collaborazionismo con i partiti borghesi[8].

Nicola Manfredi – Storia della Calabria e della Sila

[1] Cfr. P. Bevilacqua, A. Placanica, “Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Calabria”, Torino, Einaudi, 1985, pp. 5-112.

[2] Cfr. G. Cingari, “Storia della Calabria dall’Unità a oggi”, Bari, Editori Laterza, 1982, pp. 273-287.

[3] Ibidem, p. 298.

[4] Ibidem, p. 305.

[5] Ibidem, p.311.

[6] Cfr. P. Ginsborg, “Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi”, Torino, Einaudi, 2006, pp. 75-80.

[7] Cfr. G. Cingari, cit., pp. 314-317.

[8] Ibidem, p. 320.

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