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In memoria di Layne Staley

Nella storia della musica è facile imbattersi in personaggi che, grazie alle loro capacità, diventano delle leggende, delle “star” che illuminano il firmamento dell’arte grazie a dei lavori davvero imprescindibili. Ciò è ancora più vero se parliamo di personalità fragili, timide e allo stesso tempo geniali, che avevano tutto, tutto ciò che un uomo normale potrebbe volere: soldi, fama, donne, eppure qualcosa gli è sempre mancato, e in molti casi questa mancanza li ha portati alla morte. Oggi parleremo di un artista, Layne Staley, frontman degli Alice in Chains, che ha attraversato come una meteora il mondo della musica, morendo in maniera terribile, ma solo dopo aver lasciato un grande tesoro di canzoni, musica ed ispirazione per tanti artisti che, a 18 anni dalla morte, non smettono di ricordarlo e rendergli onori.

Nascita e primi esordi

Layne Staley nacque il 22 agosto del 1967 (coetaneo di Cobain, che invece era nato nel febbraio dello stesso anno), a Kirkland, una cittadina nello stato di Washington, da Nancy Elizabeth e Philip Staley. I primi anni di vita Layne li trascorse con la madre, infatti il padre lavorava sempre lontana da casa, e quando tornava era solito trascorrere le sue serate con gli amici, bevendo e facendo uso di eroina. La madre, che comunque tollerava i vizi del marito, decise di lasciarlo quando scoprì che Philip Staley era implicato in un traffico di droghe. Questa vicenda lasciò un segno profondo nell’animo del piccolo Staley, il quale cominciò in quel periodo a dare segni di insofferenza verso l’autorità. Malgrado i primi problemi a scuola, il ragazzo diede prova di grande intelligenza, si distinse infatti ben presto per una grande passione per la musica, il canto e per la letteratura anglo americana. Durante le scuole superiori, Layne ebbe numerosi problemi a scuola, infatti si fece espellere varie volte per risse e per atteggiamenti violenti nei confronti dei docenti. Per un periodo il giovane fu addirittura affidato ad un istituto che si occupava di ragazzi difficili. Questo atto fece perdere a Staley la fiducia nell’istituzione scolastica e negli adulti in generale, si rifugiò quindi completamente nella musica: cominciò ad ascoltare Anthrax, Van Halen, Juda’s Priest e i Black Sabbath, gruppo dal quale trasse tanta ispirazione. Quegli anni vennero anche segnati da un continuo abuso di alcool e marjuana, che la madre non riuscì a contenere, malgrado il suo rigido controllo.

La nascita degli Alice and Chains

Poco prima della fine del percorso di studi, Layne entrò a far parte di una band Heavy Metal, gli Sleeze. Ma dopo pochi mesi, appena finito il liceo, il giovane Staley conobbe in una festa a Seattle Jerry Cantrell, che gli propose di mettere su una band. Layne lasciò immediatamente gli Sleeze per dare vita al progetto con Cantrell, fondarono quindi gli Alice in Chains (il nome venne scelto da Staley, e dovrebbe fare riferimento alla pratica sessuale di legare il partner, non è dato sapere se l’Alice del titolo sia quella di Carroll). Gli esordi del gruppo furono segnati da un tipo di musica che andava nella direzione dello Speed Metal, tanto che Staley dichiarò:” Siamo una band di travestiti che suoniamo Speed Metal”. Nel 1989 la band firmò un primo contratto con la casa di registrazione americana Columbia, e l’anno dopo uscì il primo EP, We die young. Il pezzo che dà il titolo all’EP è anche la canzone che per il momento garantì un discreto successo alla neonata band, infatti la traccia passò tante volte nelle stazioni radio che si occupavano di musica Metal.

Il successo con gli Alice in Chains

Nel 1990 gli Alice in Chains pubblicarono l’album Facelift, in cui si trova una delle canzoni più conosciute del gruppo, Man in the box, una traccia che ottenne un successo incredibile scalando le classifiche musicali. Nello stesso anno cominciarono un tour in giro per le principali città americane, che gli diede la possibilità di aprire il concerto di un altro mostro sacro della musica Rock come Iggy Pop. Un anno dopo venne lanciato sul mercato Sap, un altro successo che vide la partecipazione di Cornell dei Soundgarden e Arm dei Mudhoney. Un altro grande passo verso il successo la band di Layne lo fece quando la canzone Would? venne inserita nella colonna sonora del film Singles – l’amore è un gioco, un film che ebbe un grande successo, anche grazie alla strepitosa traccia degli Alice in Chains. Nel settembre del 1992 la band di Seattle pubblicò Dirt, l’album che segnò la definitiva maturazione del sound degli Alice in Chains, infatti le sonorità del disco sono molto cupe, distorte e rallentate, dove l’impronta dell’Heavy Metal è ben visibile. Il successo fu incredibile, sia dal punto di vista delle vendite che da un punto di vista della critica. In molti si accorsero però della malinconia che pervadeva i testi degli Alice in Chains, tra l’altro scritti quasi tutti da Staley. Questo diede adito a voci che volevano il frontman ormai seriamente dipendente dall’eroina, voci che poi si rivelarono purtroppo vere.

L’inizio del declino

Nel gennaio del 1994, dopo due anni dall’ultimo lavoro in studio, uscì Jar of flies, non propriamente un album ma più che altro una raccolta di singoli, che sorprese pubblico e critica per il suo suono completamente diverso dai lavori precedenti: infatti se con Dirt a prevalere erano i suoni distorti, con Jar of flies il suono diventò semiacustico e meno opprimente, quasi da ballata. Quell’anno gli Alice in Chains non fecero nessuna tournee, alimentando ancora di più le voci che volevano ormai Staley completamente assuefatto alla droga. In realtà in quell’anno Staley creò una sorta di supergruppo Grunge, i Mad Season, insieme a McCready, chitarrista dei Pearl Jam e a Martin, batterista degli ScreamingTrees. A fine ’95 uscì un album omonimo, Alice in Chains, che recava in copertina l’immagine triste ma tenerissima del cane di Cantrell, a cui mancava una zampa a causa di un incidente. L’album ebbe un successo strabiliante, anche perché rappresentò un perfetto ibrido tra le sonorità Metal di Dirt e quelle acustiche di Jar of Flies. Nell’aprile del ’96 venne registrato l’Unplugged degli Alice in Chains (la parola “unplugged” deriva dal verbo inglese to unplug, che significa “staccare la spina”, e sta ad intendere un tipo di concerto suonato in acustico, cioè senza amplificatori), e fu uno spettacolo bellissimo e struggente, con un Layne già molto debilitato, ma che cantò divinamente le canzoni rese completamente diverse dai riarrangiamenti acustici. Quella fu l’ultima esibizione degli Alice in Chains come gruppo musicale.

La morte di Staley

Dopo l’Unplugged dell’aprile ’96, i suoi compagni di band si illusero di poter ritornare in pista con il gruppo al completo, ma fu soltanto una pia illusione, Layne era ormai un uomo sofferente, a cui la sorte avrebbe dato un altro pugno in faccia. Nell’ottobre dello stesso anno morì Demi Lara Parrott, il suo unico amore, uccisa da una endocardite batterica, causata dal consumo smodato di droghe. Questo avvenimento, su un uomo già prostrato dall’eroina, ebbe un peso tremendo. Layne si chiuse ancora di più in sé stesso, divenne sempre più sospettoso e solitario, alcuni cantanti di altri gruppi, che prima erano amici suoi, dichiararono che Layne ormai usciva da casa solo per comprare la droga. Nel 1998 venne coinvolto da Tom Morello, componente dei RageAgainst the Machine, in un progetto che avrebbe dovuto pubblicare delle canzoni, tra cui anche una cover dei Pink Floyd. Ma Layne praticamente non partecipò al progetto, e le immagini che ci sono di lui nel video AnotherBrick in the Wall n°2 sono in realtà registrazioni vecchie, girate durante altre esibizioni. Nel febbraio del 2002 rilasciò un’intervista, l’ultima, nella quale fa il punto sulla sua salute, fisica e mentale. Quelle poche righe di intervista sono praticamente il commiato di Staley verso il mondo, il testamento di un uomo che, per dirla come direbbe John Lennon, ha provato a correre senza saper camminare. Nell’aprile dello stesso anno, precisamente il 19, il corpo di Staley, stroncato da un’overdose di speedball, fu rinvenuto nel suo appartamento. L’avanzato stato di decomposizione del cadavere fece pensare infatti ai medici legali che la morte possa essere avvenuta molti giorni prima dell’effettivo ritrovamento. Nei giorni seguenti furono organizzate due grandi veglie di preghiera che videro la partecipazione di migliaia di iovani fan, che tanto avevano amato il giovane cantante. La madre, Nancy Elisabeth, dopo qualche mese dalla morte del figlio fondò la “Layne Staley Fund”, una sorta di comunità che si occupa della prevenzione e del recupero di giovani con problemi di droga.

La triste parabola di un’anima tormentata

La figura di Layne Staley è entrata di diritto nella storia del rockper le qualità eccezionali della propria voce, per le innate ed impressionanti doti di frontman, per una fragilità esibita come un valore aggiunto e non come un difetto.È un altro esempio di celebre musicista morto giovanissimo a causa della droga,dall’infanzia difficile, segnata dalla presenza di una figura paterna assolutamente negativa. La morte prematura della sua amatissima compagna ha anche probabilmente accelerato un processo che, magari con i dovuti accorgimenti, si poteva arrestare. Un altro giovane costretto dagli eventi a seguire fino in fondo quell’immagine di sé totalmente sbagliata, negativa, forse costruita su misura per i fans e magari assai lontana dai limiti del proprio carattere. Quando si guardano i video di Layne Staley si vede un uomo che non si nasconde dietro ad una corazza per difendere il proprio animo fragile, si sente un uomo che cantando ci racconta una totale disistima per sé stesso, si osserva un uomo lacerato dai continui sensi di vuoto, si ascolta una voce così forte uscire da un corpo così debole. Staley fu una persona fragile, ma non debole, la sua parabola così triste e piena di vicende dolorose non ci deve far pensare ad uno smidollato che sapeva solo cantare e farsi di eroina. Staley fu probabilmente una delle figure più affascinanti del panorama Grunge, un genere che ha visto tantissimi dei suoi maggiori interpreti morti per cause riconducibili alla droga. Purtroppo quella di Staley non è una storia a lieto fine, nessuna principessa si chinerà per baciare il principe addormentato dal cuore tormentato, forse è proprio il Grunge a non prestarsi a questi lieti fini. Eppure questa storia va raccontata, perché solo se si racconta bene e con le giuste parole si possono capire a pieno i testi degli Alice in Chains, così cupi e tormentati proprio come era Layne Staley.

Giovanni Trotta

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