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Il suicidio rituale in Giappone

Seppuku è il termine con cui i giapponesi identificavano il suicidio rituale, praticato nel Paese del Sol Levante per almeno 800 anni. L’ordine di praticare Seppuku solitamente giungeva ai samurai da parte dell’imperatore, dello Shogun (comandante in capo dell’esercito in Giappone fino al 1867), o del Daimyo (Signore feudale), ed era destinato esclusivamente a tutti quei samurai che si erano macchiati di determinati reati. Questa “legge” era stata prevista per ristabilire l’onore di chi aveva subito una cocente sconfitta in battaglia, o aveva compiuto atti disonorevoli e di insubordinazione nei confronti dei superiori. Il suicidio rituale era un gesto comune presso alcuni clan o circoli militari anche per “seguire” nell’ultimo viaggio il maestro d’armi, dando una connotazione al suicidio ben diversa da quella che lo prevedeva per sfuggire al disonore. Questa tipologia di Seppuku era chiamata Oibara e in questo contesto il gesto estremo diventava il massimo esempio di venerazione ed obbedienza per il proprio maestro, che spesso diventava quasi un padre per i giovani samurai.

In altri momenti il suicidio rituale poteva essere usato come forma di controllo sociale. Infatti il Seppuku poteva essere imposto ad alcuni membri di un clan come conditio sine qua non per raggiungere un accordo di pace. In tal modo si fermavano contese che andavano avanti per anni e, cosa più importante, si indeboliva il clan avversario, che così non avrebbe potuto avere propositi di vendetta. In battaglia il Seppuku era invece la regola per tutti coloro che non volevano cadere prigionieri del nemico. La morte per i prodi samurai era spesso ben più appetibile che rimanere in vita e vedersi rinfacciata la sconfitta bruciante.

Il rituale del Seppuku era lungo ed elaborato, e la prima codificazione è del periodo Edo (1603 – 1868). Naturalmente abbiamo notizia di Seppuku fin dal XII secolo, ma non esisteva prima di tale periodo una descrizione del rituale. L’aspirante suicida che si accingeva a praticare il Seppuku doveva sedersi in una particolare posizione, cioè con le ginocchia a terra, i glutei sui talloni e le punte dei piedi rivolte all’indietro, di modo da rimanere sempre nella stessa posizione anche durante il rituale. Per i Seppuku a corte o tra le mura di casa si usava il Tanto, un pugnale che di solito si teneva dietro la schiena, mentre in battaglia si usava la Wakizashi, la spada compagna, detta“guardiana dell’onore”. Prima del rituale il condannato faceva un bagno, si vestiva di bianco (il colore del lutto in Giappone), e mangiava l’ultimo pasto, solitamente ciò che più gli piaceva. All’inizio del rituale, il samurai sedeva davanti alla sua spada e lasciava vicino un piccolo componimento, spesso scritto per l’occasione, spiegando anche il motivo per cui veniva obbligato al Seppuku. Ad assistere al suicidio di solito vi erano gli amici più cari del samurai, il quale apriva il kimono e tenendo il tanto per una porzione della lama avvolta in un panno bianco, si apriva il ventre. La scelta del ventre come parte su cui infierire non è casuale, infatti per i giapponesi la sede dell’anima era localizzata proprio lì, quindi il fatto di uccidersi colpendosi il ventre aveva la precisa funzione di “liberare” l’anima, mostrandola chiara e senza traccia di disonore.

Durante il Seppuku vi era un altro protagonista che aveva una grande importanza: il Kaishakunin, il decapitatore, una figura introdotta nel suicidio rituale durante il XVII secolo. Prima di questa data tale funzione non era contemplata, e per non far comparire smorfie di dolore sul volto di solito era lo stesso samuraia tagliarsi la gola.Non sappiamo la ragione di tale cambiamento, ma è probabile che con la dinastia Edo si sia voluto dare ordine ad una pratica che spesso veniva usata in maniera arbitraria. Solitamente a decapitare il samurai era non solo un suo amico, ma anche un maestro d’armi, che non doveva per nessun motivo fallire la sua missione. Il Kaishakunin doveva, dopo che il samurai si era colpito al ventre, recidere la colonna vertebrale dell’amico, avendo cura di non far cadere la testa. Il colpo di grazia doveva essere eseguito con grande perizia, infatti se la testa fosse caduta a terra il Seppuku sarebbe stato inutile, l’onore non poteva considerarsi ristabilito. Il decapitatore inoltre doveva colpire nel momento giusto: la comparsa della smorfia di dolore sul viso del samurai sarebbe stata ancora più disonorevole che non fare il Seppuku. Dopo aver compiuto il suo compito, il Kaishakunin si inginocchiava in segno di profondo rispetto, ringraziandolo per avergli dato l’onore di porre fine alle sue sofferenze. In battaglia a ricoprire questa importante funzione era il nemico, che concedeva così al prigioniero una morte dignitosa, che non avrebbe portato vergogna né sul suo nome e né su quello del vincitore.

Il Seppuku era una pratica esclusivamente maschile e riservata ai guerrieri, ma anche tra le donne era comune il suicidio rituale, che prendeva il nome di Jigai. Questa pratica solitamente veniva eseguita dalle donne che cadevano prigioniere del nemico o vittime di violenze e stupri e, come per i samurai, servivaa riparare l’onore violato. Era un rituale sicuramente meno impegnativo del Seppuku, ma aveva anche questo una forte carica simbolica. La donna che praticava lo Jigai si recideva la vena carotide o la giugulare, anche lei con il Tanto, il pugnale usato per il rituale tra le mura di casa. Nel Giappone di quei secoli molto spesso erano le madri stesse che istruivano le ragazzine a saper compiere in maniera corretta il suicidio rituale, in modo da sapere già cosa fare in caso di estrema necessità. Lo Jigai permetteva alle donne di ristabilire l’onore, toglieva la vergogna da lei e dalla sua famiglia, per questo era molto importante per le giovani conoscere questa pratica.

Il primo Seppuku di cui si ha notizia è datato 1156, e il primo samurai a farlo è stato Minamoto Noyorimasa, un guerriero che combatté durante la rivolta di Hogen, alla fine del periodo Heian (794- 1185). Altro caso molto celebre di Seppuku, celebrato in un film famoso, è quello dei 47 Ronin, avvenuto nel 1703. Asago Naganori, maestro d’armi e comandante di un nutrito gruppo di samurai si recò presso la residenza dello Shogun per un’importante ricorrenza. Il dono di Asago non venne apprezzato dallo Shogun, e per questo venne deriso da Kira Yoshinaga, funzionario imperiale e importante feudatario terriero. Tra Asago e Kira nacque una lite, troncata dall’intervento dello Shogun. Per aver provocato una rissa in una casa tanto importante, lo Shogun impose il Seppuku ad Asago, per riabilitarsi di fronte ai suoi occhi. I samurai di Asago, a questo punto divenuti Ronin (samurai senza padroni, che spesso si davano alla violenza), si dispersero. Ma 47 di questi meditarono vendetta nei confronti del funzionario, che effettivamente portarono a termine dopo due anni dal Seppuku del loro maestro, malgrado il divieto di compiere vendetta.Lo Shogun, malgrado i Ronin avessero violato il suo diktat, si dimostrò clementi nei confronti dei 46 guerrieri (uno di loro rimase ucciso durante l’agguato al funzionario)e grazie alle pressioni della potentissima casta dei militari, venne concesso agli allievi di Asago di praticare il Seppuku, evitando così il disonore della condanna a morte.

Un caso eclatante di Seppuku fu quello dello scrittore Yukio Mishima, che decise di togliersi la vita il 25 novembre del 1970, a soli 45 anni. Mishima, fervente nazionalista, si suicidòper manifestare la propria ribellione nei confronti della società moderna, della nuova era di consumismo e tecnologia che aveva snaturato il Giappone delle origini. Poco prima di squarciarsi il ventre, il popolare scrittore esortò anche l’esercito e tutti i veri giapponesi a seguirlo nel suo proposito, infatti per lui era meglio morire piuttosto che vivere in una nazione dove l’unico valore è la difesa della propria vita. Altro caso di Seppuku che ha sconvolto il mondo è quello compiuto dall’ex judoka giapponese Isao Inokuma, vincitore della medaglia d’oro alle olimpiadi di Tokio del 1964. L’iridato olimpico si tolse la vita il 28 settembre del 2001 a Tokio, chiedendo scusa per aver fatto fallire l’azienda di cui era amministratore generale.

Il Seppuku venne messo fuorilegge il 1837, eppure rimane nella cultura giapponese come un gesto comunque non da condannare, ma quasi un atto di estremo coraggio, di grande volontà, che fa capire quanto presso alcune culture le nozioni di onore e dignità assumano un significato completamente diverso da quello occidentale. Oggi sicuramente la valenza è diversa, ma è chiaro che il rimando a queste pratiche fa tornare alla mente una società lontana ed affascinante, che attira tanti occidentali, spesso attratti più dal Giappone visto nei film che descrivono la Yakuza, con katane e tatuaggi discutibili, ma che poco scava per capire il vero significato che portavano a compiere questi suicidi.

Giovanni Trotta

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