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Il modello Isola di Carolina Girasole

Isola Capo Rizzuto non è solo mafia, cosche, criminalità e attentati. Lo dimostra la storia di Carolina Girasole, ex sindaco di Isola dal 2008 al 2013. Alla sindaca, oltre che Biologa, bisogna riconoscere il coraggio e la capacità di aver contrastato molteplici attività criminali portate avanti da membri appartenenti alla nota famiglia Arena di Isola di Capo Rizzuto.

La Girasole è stata e continua ad essere in prima fila nella lotta alla ’ndrangheta, nonostante le viene rivolta l’accusa di essere stata eletta con i voti della cosca Arena e di turbativa d’asta per la gestione dei beni confiscati al clan.

Per questo il 3 dicembre 2013 finisce agli arresti domiciliari e vi rimane per 168 giorni. Il 22 settembre 2015 la prima assoluzione con formula piena, con una bocciatura su tutta la linea dell’accusa, in quanto del tutto infondata. Nel 2019, dopo un processo durato tre anni, la Corte d’appello conferma quella sentenza, smonta una volta per tutte le accuse scaturite dall’inchiesta della Dda di Catanzaro attraverso l’operazione denominata «Insula».

L’intera attività amministrativa della sindaca ha dimostrato esattamente che non c’è stato alcun rapporto con la cosca. Contro di lei la macchina del fango, pronta a far sprofondare la Girasole in un vero e proprio incubo. Giornalisti di testate provinciali e regionali, Blog anonimi, minacce e accuse infondate, l’abbandono da parte delle istituzioni, hanno cercato di isolare e distruggere un intero percorso fondato sui principi di legalità e giustizia che Carolina Girasole con consapevolezza e responsabilità è stata in grado di realizzare.

C’è stato, come ricorda Bruno Palermo Direttore di Crotone news «chi ha scritto (contro la Girasole) con la penna intrisa nel veleno stando comodamente seduto a chilometri di distanza e non avendo mai nemmeno messo piede nel Crotonese».

Il 15 ottobre 2019 presso i locali della Cooperativa sociale Terre Joniche di Isola Capo Rizzuto, simbolo di legalità e riscatto sociale, Carolina Girasole disegna un quadro generale per capire e apprendere i fatti accaduti durante gli anni in cui svolge il ruolo di amministratrice nel Comune di Isola Capo Rizzuto.

  1. Perché Carolina Girasole ha deciso di candidarsi alla carica di sindaco nel 2008?

«Il 2008 era un anno particolare per il Comune di Isola Capo Rizzuto perché il Consiglio comunale era stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2003, si era insediata la Commissione straordinaria che aveva guidato l’ente dal 2003 al 2006, data delle elezioni comunali. Nel 2006 aveva vinto le elezioni un giovane sindaco, ma dopo otto mesi i consiglieri sia di maggioranza che di minoranza si erano dimessi reciprocamente e quindi ha inizio un’altra fase commissariale. Quindi l’anno 2008 era un anno particolare, l’anno del cambiamento e la popolazione chiedeva una svolta, una grande attesa per un rinnovamento e per cui c’erano tante aspettative. I partiti quell’anno[1] aveva pensato di coinvolgere la società civile, i professionisti, si cercava di fondare praticamente la parte politica con la parte civile e così avevano pensato che Carolina Girasole fosse una professionista del territorio, una persona conosciuta e stimata e poteva mettersi a capo di una lista di centro-sinistra per poi porsi alla guida dell’amministrazione. Un ente difficile da amministrare, dopo gli scioglimenti e i commissariamenti, ma anche le dimissioni dei consiglieri di maggioranza e di minoranza dimostravano comunque che era un ente molto complesso da amministrare.»

«Per cui mi viene chiesto di impegnarmi in prima persona in questo ruolo così particolare, dopo una prima fase di impatto emotivo molto forte, anche con un po’ di paura, ragionando con amici e persone di fiducia con le quali sarei andata a candidarmi avevamo deciso che non c’era più tempo per occuparsi solo delle nostre vicende personali, quindi tra professionisti che in questo territorio vivevamo, avevamo capito che era impossibile continuare a far finta di niente[2] e quindi abbiamo deciso che un nostro contributo ci doveva essere. Insieme alla parte politica, Partito democratico, l’Arcobaleno e la società civile convinti della difficoltà di cui andavamo incontro per amministra questo ente, ma consapevoli che in qualche modo bisognava provarci.»

  • Cosa vuol dire amministrare un Comune come Isola Capo Rizzuto?

«Allora ci sono molti modi di amministrare, si può amministrare facendo finta di niente amministrando le cose giornaliere cercando di dare risposte ai cittadini, di accontentare i cittadini dei vari servizi e delle varie risposte veloci ed immediate. Ma si può pensare di amministrare incidendo profondamente su quella che è la cultura del territorio e su quelli che erano e sono i mali di questo territorio. Cioè, con questo voglio dire che si può amministrare non dicendo mai la parola ‘ndrangheta, non riconoscendo che questa è un’area in cui la ‘ndrangheta è presente, si può amministrare cercando di accontentare i cittadini vivendo serenamente.»

«Ecco, la scelta della nostra amministrazione non è stata questa, è stata la scelta di cambiamento radicale, che era quello che i nostri cittadini ci chiedevano durante la campagna elettorale e che era l’esigenza che ognuno di noi aveva sentito per la quale c’eravamo tutti impegnati e candidati. Fin dalla riunione della prima giunta, l’amministrazione ha voluto dimostrare una svolta, dichiarandosi parte civile durante i processi di mafia. Da quella delibera si decide che da quel momento in poi tutte le amministrazioni dovranno costituirsi parte civile nei processi di mafia. Per la prima volta si mette nero su bianco che la ‘ndrangheta in questo territorio esiste e che ha causato gravi danni al paese. È anche la prima volta che un Comune va in Tribunale con un atto formale, pur sempre un atto di giunta ma che porta la firma di un sindaco che anche in questo caso rappresenta la cittadinanza.»

«Noi ci siamo costituiti più volte, ed è così che si inizia a incidere concretamente e così poi si prosegue cercando di incidere concretamente tutelando gli interessi della comunità. Quando si fa questo si interferisce con interessi di altri[3], di parte e in un territorio come questo gli interessi di parte sono soprattutto interessi della criminalità o comunque interessi che comunque alla comunità provocano dei danni. Per questo motivo l’Amministrazione si è trovata più volta a scontrarsi con dei soggetti che erano portatori di interessi privati.»

  • In che modo è riuscita a contrastare le cosche di ‘ndrangheta e quali sono state le difficoltà nella lotta alla criminalità organizzata?

«Quando ci siamo candidati non avevamo pensato di fare la lotta alla ‘ndrangheta, ma per dare una svolta a questo territorio per tutelare gli interessi della comunità, eliminando quel modo di chiedere favori in cambio di servizi e volevamo far sentire la presenza dello Stato nel nostro territorio senza che nessun cittadino dovesse rivolgersi a nessun altro se non al proprio Ente. Questo era il nostro obbiettivo. Ma per fare questo, sicuramente ci siamo trovati a dover prendere posizioni nette, con atti formali rispetto a interessi altrui. In questo modo abbiamo contrastato gli interessi della ‘ndrangheta. L’abbiamo contrastata[4] riutilizzando i beni confiscati e facendone tesoro. L’amministrazione si era impegnata nel ristrutturare quei beni che erano rimasti abbandonati, devastati[5], c’è stata una forte progettazione e una volontà di riprenderli e restituirli alla comunità. In questo abbiamo coinvolto anche i ragazzi delle nostre scuole e abbiamo chiesto aiuto a libera in questo percorso.»

«I beni confiscati erano argomento che non è stato gradito alle cosche di ‘ndrangheta[6], terreni che erano del comune ma di fatto venivano ancora gestiti dai privati ma l’amministrazione ha centrato il proprio obbiettivo nella ristrutturazione, nell’assegnazione alla comunità, ma soprattutto nella formazione di una nuova Cooperativa per gestire i terreni confiscati. Avveniva così l’assegnazione di 100 ettari di terreno alla Cooperativa Terre Joniche che abbiamo formato insieme a Libera e insieme alla Prefettura. Tutto questo percorso è stato fortemente ostacolato anche da associazioni del territorio e da una buona parte della popolazione che vedeva Libera non di buon occhio.»

«Per cui la forza dell’Amministrazione è stata quella di mantenere una presa di posizione dura e concreta. In questo percorso della tutela degli interessi della comunità ci siamo scontrati con interessi del territorio, interessi di imprenditori che facevano la loro parte e nella tutela dei diritti della comunità che ci siamo scontrati con queste persone. Quello che abbiamo visto nel corso degli anni è stata questa disorganizzazione dell’ente che portava ad una perdita economica sicuramente, ma anche ad una perdita del patrimonio. L’amministrazione si era attivata per recuperare questi soldi e recuperare il nostro patrimonio per restituire il tutto alla cittadinanza di Isola Capo Rizzuto sottoforma di servizi e tutela della fasce più deboli. Facendo questo, con azioni forti, decise e concrete siamo andati allo scontro con le cosche ma anche con coloro che avevano interessi nel raggiungimento di obbiettivi privati.»

«Questa azione amministrativa non si è fatta condizionare neanche dagli atti intimidatori che abbiamo subìto, ma soprattutto non si è fatta demotivare dal clima di ostilità che ci ha circondato nel corso degli anni. Infatti l’amministrazione era partita con un discreto consenso, per poi raggiungere la fine dei cinque anni con un dissenso e un isolamento totale da parte della comunità.»

  • Ci sono stati atti intimidatori anche contro la sua persona da parte della ‘ndrangheta?

«Io ho subito diversi atti intimidatori. Il tutto è iniziato nel giugno 2010. Dopo i primi due anni e mezzo in cui abbiamo lavorato per rimettere in moto la macchina burocratica con nuovi concorsi, nuovi regolamenti, nuova riorganizzazione e quindi ennesime azioni specifiche. Alla fine di questi due anni la risposta mafiosa è stata che in quattro notti hanno bruciato tre macchine. La prima apparteneva ad un responsabile di settore del Comune inerente all’urbanistica, poi bruciarono la macchina del vice-sindaco, dopo una notte di pausa bruciarono la mia macchina. Da quel momento in poi l’Amministrazione ha subito diversi atti intimidatori. Dalle auto si è passati a svolgere atti vandalici contro le strutture dell’Ente, scritte di morte sui muri verso la mia persona, lettere di minacce, ma soprattutto un blog anonimo che giorno per giorno ci diffamava. Una macchina del fango costruita perfettamente che ci ha portati all’isolamento.»

«Nessuno osava più  avvicinarsi al sindaco perché venivano attaccati e diffamati. Questa è stata la strategia utilizzata dalle cosche per attaccare un’Amministrazione che non era più gradita. Nel 2008 avevamo promesso ai nostri cittadini che non saremmo scappati di fronte agli atti intimidatori, di fronte a interessi privati. Noi coraggiosamente siamo rimasti, consapevoli che gli anni successivi sarebbero stati molto pericolosi. Io sono stata sotto tutela per i due anni successivi, non è stato facile resistere a queste pressioni in quanto vivevamo in uno stato di isolamento e di paura. Le minacce erano continue, infatti il culmine degli atti intimidatori verso la mia persona è stato la notte in cui persi le elezioni del 2013, quando bruciarono gli alloggi al mare appartenenti alla famiglia di mio marito, due appartamenti completamente distrutti e due appartamenti danneggiati. Quello poi fu l’atto finale. Durante questa fase di resistenza avevamo dimostrato ai nostri cittadini che le promesse fatte in campagna elettorale erano state mantenute.»

  • Lei è stata accusata, poi assolta, di essere stata eletta sindaco con voti sporchi, iniziava così una lunga vicenda giudiziaria. Lei che è stata sempre in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta, come l’ha vissuta?

«In maniera tragica, perché durante il mio mandato i miei atti erano così chiari, così netti, le mie scelte così determinanti che accettare quell’accusa era assolutamente impossibile. Sono stati sei lunga anni dove questa accusa così particolare che era assolutamente contraria a quello che era stato il percorso amministrativo. C’ è stata una difesa molto forte rappresentata da decine e decine di atti, smontare quello che la procura e la DDA di Catanzaro portava affermando, per dimostrare che la verità era opposta. Questo viene scritto in sentenza di primo grado, ma il Tribunale di Crotone dice chiaramente che gli atti portati dalla procura dimostrano il contrario e che l’attività amministrativa è stata di contrasto agli interessi della cosca. Come si poteva accettare un’accusa infamante che era esattamente il contrario di quello avvenuto nel corso dei cinque anni di amministrazione.»

  • Si arriva alla fine di un incubo. Come pensa di chiedere giustizia?

«Ancora il percorso non è completato perché in tutta questa vicenda io e in questo procedimento chiamato “Insula”, mi ritrovo nello scioglimento del Consiglio comunale del 2017[7], anche se io non ero più sindaco da ormai quattro anni, non era neanche in Consiglio, mi ritrovo tra gli incandidabili. In questo momento è presente al Tribunale di Crotone la decisione rispetto alla mia querela per diffamazione e falso rispetto alla commissione d’accesso che ha scritto la relazione che ha portato poi allo scioglimento. Per cui la mia vicenda non è completamente risolta, io ho querelato la Commissione d’accesso e chiedo giustizia in quanto l’accusa è assolutamente infondata. Nei cinque anni di amministrazione la sindaca Girasole è stata riconosciuta per le sue scelte, per le attività svolte in questo territorio e poi all’improvviso tutto viene dimenticato e si deve per forza dimostrare il contrario. Questo è inaccettabile.»

  • Un consiglio per poter giorno dopo giorno impegnarsi e poter contrastare la ‘ndrangheta?

«Un consiglio è che ognuno di noi deve fare il proprio dovere, lo devono fare i cittadini, lo devono fare le forze dell’ordine, lo devono fare i giornalisti, lo devono fare i magistrati, lo devono fare gli amministratori. Solo in questo modo si può cercare di dare un cambiamento in questi territori molto belli ma così complicati».

«Durante il mio percorso ho travato varie persone a vari livelli che non hanno fatto sempre il loro dovere e che si sono fatti trascinare… io credo che questo non sia utile a nessuno in Calabria. Ho visto giornalisti scrivere articoli non veritieri senza andare a verificare la situazione. Se ognuno di noi facesse il proprio dovere forse la Calabria avrebbe una storia diversa.»[8]

Pietro Marchio – Storia della Calabria e della Sila


[1] I partiti di centro-sinistra.

[2]  Si è voluto prendere in seria considerazione il declino politico degli ultimi anni per cercare una nuova strategia di rilancio del territorio.

[3] Della criminalità organizzata.

[4] La ‘ndrangheta.

[5] I beni in questione si trovano in località CEPA e località Le Cannella. Oggi sorge la Cooperativa Terre joniche.

[6] In questo caso si fa riferimento ala cosca Arena di Isola Capo Rizzuto.

[7] In qualità di Consigliere di minoranza.

[8]Dichiarazioni di Carolina Girasole.

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