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Il lupo, simbolo del Parco nazionale della Sila: il rapporto dell’animale predatore con l’uomo e l’ambiente

Sono sempre rimasto affascinato da una storia che da piccolo mi raccontava mia nonna: suo padre, di ritorno dal lavoro nei campi della Sila Greca, durante il ritorno verso casa a piedi, venne colpito da una bufera di neve; improvvisamente, si trovò di fronte un lupo affamato, pronto ad attaccarlo, ma egli si fece coraggio e con un bastone riuscì a scacciarlo via, agitandosi e urlando a squarciagola a modo di spavento per il lupo.

Beh, certamente non sappiamo quanto ci sia di vero in questa vicenda (l’esperienza e gli studi da storico mi portano ad affermare che nei racconti popolari c’è sempre qualcosa di fantastico, di fantasioso che va al di là della realtà), ma l’uomo ha sempre avuto un rapporto particolare con il lupo, il principale predatore delle nostre montagne, che si è modificato nel corso dei secoli con i cambiamenti dell’habitat e della vita degli uomini.

Il lupo grigio appenninico (nome scientifico “canis lupus italicus”) è una sottospecie di lupo che vive prevalentemente nella parte meridionale dell’Europa (si registrano circa 2.000 esemplari in Italia e circa 500 in Francia). Tolto dall’elenco delle specie animali nocive, è il simbolo del Parco Nazionale della Sila, dove è presente con circa 20 esemplari. Grande quanto un cane da pastore tedesco, è il predatore dominante ed è presente su tutte le montagne calabresi. Grazie alla Convenzione di Berna del 1979, in difesa della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, si sta favorendo la ripopolazione di questa specie, che si muove prevalentemente di notte e che si nutre principalmente di cinghiali e caprioli.

Per l’uomo allevatore di bestiame il lupo ha costituito una minaccia costante; il rapporto però tra l’uomo e il lupo si è trasformato nel tempo e varia in base alle tante culture diffuse nell’umanità, tanto da avere molti aspetti in comune.

Come comportamento e organizzazione sociale, il lupo è uno degli animali più simili all’uomo. Nel remoto passato, l’uomo e il lupo erano due specie concorrenti, perché entrambi cacciavano la selvaggina, risorsa alimentaria necessaria per la sopravvivenza. Come accade spesso, per vivere è meglio farsi amici i propri nemici, piuttosto che aggredirsi a vicende: l’alleanza tra l’uomo e il lupo ha dato vita al cane. Il cane infatti è un discendente diretto del lupo che ha avuto delle evoluzioni anatomiche e comportamentali grazie al suo stretto rapporto con l’uomo, il quale è stato in grado di avviare con esso il processo di domesticazione. Per le popolazioni orientali il lupo non costituiva una minaccia in quanto essi vivevano perlopiù di agricoltura, quindi erano gli animali erbivori a costituire un pericolo per il loro raccolto e non quelli carnivori come il lupo, che era addirittura venerato in alcune zone. Nei territori occidentali, dove l’uomo praticava l’allevamento, il lupo era una minaccia e veniva cacciato, anche per l’utilizzo della sua pelliccia, indispensabile nelle aree fredde dell’Europa, dell’Asia e del Nord America.

Nella cultura italiana le considerazioni sul lupo derivano dalle credenze sviluppate nel corso dei secoli. Già nella mitologia della fondazione di Roma nel 753 a. C. ad opera dei fratelli Romolo e Remo, una lupa ha un ruolo fondamentale in quanto ha allattato i due uomini in tenera età, così molti ritenevano che la ferocia, tipica caratteristica del lupo, si fosse trasferita a Romolo e Remo tramite il latte ingerito. Inoltre il lupo era l’animale sacro di Marte, il dio della guerra. Un’accezione negativa fu data al lupo sotto l’invasione dei Longobardi, che usavano i lupi come analogia nel descrivere zoomorficamente le loro stragi. Anche nella medicina popolare il lupo rappresentava un ruolo; ai bambini irrequieti veniva posto al collo un fascio d’intestino, utilizzato anche dalle donne incinte per evitare gli aborti spontanei, il grasso di lupo era usato per curare il reumatismo e la tonsillite, un dente di lupo o un ciuffo dei suoi peli erano un talismano contro il malocchio. Certamente però la credenza popolare più diffusa era quella della licantropia, ovvero la possibilità dell’uomo di trasformarsi in lupo; questa credenza fu fortemente condannata dalla Chiesa.

Nicola Manfredi – Segretario Storia della Calabria e della Sila

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