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Idi Amin Dada, vita e miserie dell’ultimo Re di Scozia

Qualche tempo fa ci siamo emozionati insieme leggendo le gesta del capitano Thomas Sankara, uomo giusto e retto, che ha cercato nel suo piccolo di costruire un futuro migliore per il proprio popolo. Ma, purtroppo per il Continente Nero, le figure come Sankara sono delle vere e proprie mosche bianche, rare come un fiocco di neve uguale all’altro. La storia dell’Africa abbonda di presidenti ladri e assassini, con un ego smisurato e una pericolosissima indifferenza verso le popolazioni che si trovano a governare. Il personaggio di cui parliamo oggi risponde perfettamente all’identikit del presidente pazzo e violento, un uomo che in apparenza sembrava scherzoso e colorito, ma che in realtà si è reso responsabile di migliaia di morti. Il presidente in questione si chiamava Idi Amin Dada, leader dell’Uganda dal ’71 al 79.

I primi anni di Amin Dada

Le notizie che abbiamo sulla nascita e i primi anni di vita di Amin sono molto lacunose: probabilmente nacque intorno al 1925 nel nord dell’Uganda. I suoi genitori appartenevano a due gruppi etnici che costituivanodue minoranze etniche nel Paese, il padre era infatti dell’etnia dei Kakwa, mentre la madre era dell’etnia dei Lugbara. La maggioranza ugandese chiamava l’etnia della madre di Amin e le altre che abitavano il nord del paese, linguisticamente imparentate con gruppi etnici del Sudan, con il nome generico di “nubiani”. Amin rimase presto senza padre e venne cresciuto dalla madre, un’erborista che aveva curato anche i membri della famiglia reale ugandese. In quegli anni, l’Uganda era una colonia amministrata dal Regno Unito. Nel 1946 Amin si arruolò come aiuto cuoco nel reggimento dei King’sAfricanRifles, una formazione dell’esercito britannico composta da soldati neri e guidata da ufficiali inglesi. In pochi anni attirò l’attenzione dei suoi superiori, si fece notare infatti per la sua forza fisica (era alto quasi due metri) e la sua abilità nel fare a pugni, tanto che si fece valere anche come pugile professionista. Il soprannome “Dada” gli venne dato sotto la vita militare, perché quando veniva sorpreso da un ufficiale con una donna, Amin rispondeva sempre che si trattava della sorella, che in Swahili si dice per l’appunto “Dada”. Negli anni che vanno dal ’51 al ‘60 partecipòalle azioni di repressione della guerriglia dei Mau Mau in Kenya e proprio in quel decennio Amin fece carriera rapidamente: nel 1952 divenne caporale, nel 1954 sergente, dopo poco sergente maggiore e nel 1961 fu uno dei primi due soldati neri a ricevere un grado da ufficiale.L’esercito inglese non promuoveva facilmente gli ugandesi, così quando nel 1961 l’Uganda ottenne l’indipendenza, Amin era uno degli ufficiali più alti in grado di tutto il paese, nonostante fosse un semplice tenente.

Finalmente l’indipendenza

Dopo l’indipendenza, ottenuta nel 1962, Amin collaborò a lungo con il primo ministro dell’Uganda Milton Obote, nominato dopo le prime elezioni nella storia del paese. Obote inviò Amin a studiare nel Regno Unito e in Israele, un paese con cui l’Uganda aveva numerosi legami economici. Nel 1964 Amin venne nominato vicecomandante del nuovo esercito ugandese, e l’anno dopo ne divenne il comandante in capo.In quegli anni, Amin venne accusato di corruzione e di essersi appropriato di fondi dell’esercito: con l’appoggio di Obote, Amin fece arrestare i parlamentari che lo avevano accusato. Pochi mesi dopo, Amin con un golpe fece scappare in Inghilterra l’ex re Mutesa II, che in quegli anni era invece presidente della Repubblica. Ma all’inizio degli anni Settanta i rapporti tra Amin e Obote cominciarono a peggiorare. Venne a sapere ben presto che Obote cercava soltanto il pretesto per liberarsene, decise quindi di anticiparlo. Nel 1971, mentre Obote stava ritornando da una conferenza a Singapore, Amin mise in atto un colpo di stato e si proclamò presidente dell’Uganda. Il golpe fu quasi del tutto senza spargimento di sangue, mentre in patria e in Africa Amin venne salutato come il liberatore dell’Uganda.Negli ultimi anni Obote si era avvicinato all’Unione Sovietica e aveva annunciato l’intenzione di nazionalizzare le proprietà straniere nel paese. I governi del Regno Unito e di Israele, che avevano grossi interessi economici in Uganda, dichiararono di essere soddisfatti del colpo di stato, che per di più si era consumato senza spargimenti di sangue.

Idi Amin, l’amico dell’Occidente

Amin promise che il suo governo militare sarebbe rimasto in carica soltanto fino alle elezioni, che sarebbero state indette appena possibile. Amin fece liberare i prigionieri politici arrestati durante il regime di Obote, mentre la notizia del colpo di stato venne accolta con festeggiamenti in tutto il paese. Pochi mesi dopo, Amin concesse un funerale di stato al vecchio re e presidente, Mutesa II, morto in esilio pochi mesi prima. Poche settimane dopo il colpo di stato all’interno dell’esercito e dell’amministrazione statale iniziò una pulizia etnica. Diverse migliaia di soldati appartenenti all’etnia di Obote (i Lango) vennero uccisi dai nubiani, il gruppo etnico da cui proveniva Amin e che cercò sempre di favorire. Nel frattempo la situazione economica cominciò a peggiorare, le esportazioni di materie prime cominciarono a calare, mentre crescevano in maniera preoccupante le spese per il riarmo dell’esercito.Amin disse di fronte a tanti giornalisti europei che il suo popolo doveva armarsi e tenersi pronto alla guerra, infatti nella vicina Tanzania si era rifugiato Obote con tutte le sue milizie. Chiese ad Israele di fornirgli aerei da combattimento e altri aiuti che gli servivano per l’invasione. Israele rifiutò e Amin decise di cambiare completamente il fronte delle sue alleanze. Chiese allora il sostegno alla Libia di Gheddafi, e dopo averlo ottenuto espulse centinaia di cittadini israeliani che lavoravano in Uganda.

La dittatura militare del Feldmaresciallo

L’economia del paese, intanto, andava sempre peggio. Amin accusò della crisi economica gli ugandesi di origine asiatica. Si trattava di circa 40 mila persone, in gran parte indiani emigrati durante il periodo coloniale britannico: molti di loro appartenevano alla terza generazione, nata e cresciuta in Africa. Erano quasi tutti piccoli commercianti o imprenditori e rappresentavano uno degli elementi più importanti dell’economia ugandese. Nell’agosto del 1972 Amin dichiarò che tutti gli ugandesi di origine asiatica avevano 90 giorni per lasciare il paese e che avrebbero potuto portare con loro soltanto quello che riuscivano a trasportare. La notizia finì su tutti i giornali del mondo e alcuni commentatori cominciarono a sostenere che Amin era mentalmente instabile, tanto che vari medici pensarono che si fosse ammalato di neuro sifilide. Proprio nel mezzo dell’espulsione degli ugandesi di origine asiatica, Obote e altri esiliati tentarono un’invasione dalla Tanzania. Amin li respinse facilmente, ma l’attacco gli diede l’occasione per scatenare un’ondata di repressione. Nel corso del 1972 divenne chiaro al mondo che quella che Amin aveva messo in piedi era una vera e propria dittatura militare, basata sull’appoggio del suo gruppo etnico.Circa 18 mila uomini vennero arruolate nell’esercito personale di Amin e questi si resero responsabili di decine di migliaia di sparizioni. A essere uccisi erano spesso persone comuni, che venivano rapite o minacciate per ottenere denaro o che semplicemente appartenevano alle etnie che Amin considerava nemiche. Ma per ordine di Amin vennero uccisi anche personaggi di alto profilo come politici, parlamentari, giudici e avvocati.

Il Conquistatore dell’Africa

In quegli anni, mentre il mondo si rendeva lentamente conto che l’Uganda era caduto nelle mani di una dittatura spietata, Amin si fece notare per diverse stranezze, oltre che per le sue battute e per il suo umorismo. Ad esempio, quando i giornalisti gli chiedevano di rispondere alle accuse di cannibalismo, rispondeva: «Non mi piace la carne umana. È troppo salata».Maniaco dell’etichetta e dell’apparenza, si presentò davanti altri capi di stato con l’alta uniforme e costellato di medaglie, la maggior parte di queste inventate. Il titolo ufficiale che decise di adottare per sé nel 1977 era: “Sua Eccellenza, presidente a vita, maresciallo di campo, dottore Al Hadji Idi Amin Dada, signore di tutte le bestie sulla terra e dei pesci nei mari, e conquistatore dell’Impero britannico in Africa in generale e in Uganda in particolare”.Si proclamò anche legittimo pretendente al trono di Scozia e dichiarò che insieme ai suoi “cugini celti” avrebbe affrontato e sconfitto gli inglesi. Questo particolare ha dato il titolo al film del 2006 L’ultimo re di Scozia, in cui Idi Amin è interpretato da Forest Whitaker. Per la sua interpretazione, Whitaker vinse un Oscar come miglior attore protagonista nel 2007.Sui media occidentali, l’attenzione per questi dettagli buffoneschi riuscì a volte a mettere in ombra il fatto che Amin fosse un brutale dittatore, responsabile di decine di migliaia di uccisioni. Addirittura in America Amin venne imitato da un famoso comico del Saturday Night Live, e questo scatenò la reazione degli immigrati ugandesi negli USA, i quali rimproverarono gli autori del programma di non conoscere la vera situazione che si viveva in Uganda, dove le persone morivano a migliaia per la paranoia di un assassino.Amin veniva spesso descritto come un istrione che sapeva come divertire un pubblico.  Molti leader africani lo considerarono un modello per la sua indipendenza e la sua spregiudicatezza nei rapporti con i paesi europei. Questi suoi atteggiamenti, almeno fino a quando non divennero chiare le dimensioni dei massacri compiuti sotto il suo regime, gli procurarono in Occidente alcune simpatie tra le frange più estreme della contestazione degli anni Settanta.


La caduta

Amin cominciò ad essere preso più seriamente dall’Occidente dopo l’incidente di Entebbe. Nel giugno del 1976 un volo aereo diretto da Tel Aviv a Parigi venne dirottato da cinque terroristi palestinesi e da due terroristi tedeschi delle Cellule Rivoluzionarie. Dopo una sosta in Libia, i terroristi portarono l’aereo in Uganda, all’aeroporto internazionale di Entebbe. Amin si presentò come mediatore, ma era chiaro che stava attivamente aiutando i terroristi e che l’aereo e gli ostaggi erano sorvegliati, oltre che dai terroristi, anche dall’esercito ugandese.Dopo alcuni giorni di negoziati, il governo israeliano inviò un commando per liberare gli ostaggi. I sette terroristi e 45 soldati ugandesi vennero uccisi insieme a tre ostaggi e a un militare israeliano. Il soldato israeliano che trovò la morte ad Entebbe si chiamava Yonatan Netanyahu, tenente colonnello delle IDF e fratello maggiore di Benjamin Netanyahu, primo ministro dello stato ebraico. Prima di abbandonare l’aeroporto, gli israeliani fecero anche esplodere undici aerei da combattimento dell’aviazione ugandese. Come rappresaglia, poco giorni dopo, Amin fece uccidere l’unico ostaggio che era rimasto nelle sue mani: una donna di 73 anni spostata dall’aeroporto a un ospedale per motivi di salute.Dopo il raid di Entebbe, la maggior parte dei paesi occidentali chiuse le relazioni diplomatiche con l’Uganda. Il Regno Unito ritirò il suo Alto Commissario dal paese, il che portò Amin a dichiarare di aver sconfitto il Regno Unito e ad attribuirsi il titolo di “Conquistatore dell’Impero Britannico”. Un anno dopo, nel 1978, Amin invase la Tanzania, ma le sue truppe appoggiate da militari libici vennero sconfitte. Nell’aprile del 1979 l’esercito della Tanzania, appoggiato dagli esiliati di Obote, entrò nella capitale dell’Uganda, Kampala.Amin lasciò il paese e raggiunse l’Arabia Saudita. Cercò una sola volta, nel 1989, di ritornare in Uganda, ma venne bloccato in Zaire da Mobutu in persona, che gli consigliò caldamente di tornare dai suoi amici sceicchi. L’Arabia Saudita accettò di nuovo di dargli asilo in cambio della sua rinuncia a qualunque ambizione politica. Per 14 anni Amin rimase a Jedda, insieme alle sue quattro mogli e a circa trenta figli. Morì il 16 agosto del 2003 nell’ospedale di Jedda, lasciò anche una serie di memorie, nelle quali diceva di non essere assolutamente pentito della sua esperienza al governo dell’Uganda, ma anzi di avere una grande nostalgia di quegli anni.

Il presidente cannibale

Per otto anni Amin fu il presidente dell’Uganda e ancora oggi il suo nome evoca brutti ricordi per la popolazione ugandese. Si calcola che durante il suo regime furono uccisi circa 300 mila ugandesi, solo perché appartenevano a gruppi etnici e religiosi diverso dal suo. Tra le molte accuse che gli vennero mosse quando era in vita, ci fu anche quella – mai documentata con certezza – di essere un cannibale e di aver mangiato i corpi dei suoi avversari politici.Naturalmente non si sa se Amin si sia macchiato di questo abominio, ma sappiamo per certo che sotto il suo regime le torture e le esecuzioni sommarie erano la norma. Alcuni suoi nemici vennero mutilati dei genitali o degli arti presso il NileMansion Hotel, un elegante albergo della capitale, adottato come sala di torture e per le esecuzioni. John Acton, storico britannico dell’800, scriveva che “il potere assoluto corrompe più di tutti gli altri. Per questo i grandi uomini sono quasi sempre uomini malvagi”. Questi uomini, spesso partiti dal nulla e arrivati ad una posizione elevatissima di potere, sentono una sorta di autorizzazione ad adottare qualunque tipo di provvedimento, anche il più assurdo, proprio in virtù di questa “legittimazione popolare”. Certo questo sentimento di onnipotenza va di pari passo con la paranoia e la paura di essere pugnalato alle spalle. Proprio per questo motivo Amin e tanti altri come lui si circondarono di milizie speciali e di polizia segreta, terrorizzando la popolazione e finendo per temere anche le persone più vicine. Anche il suo sentirsi innocente per le vittime causate e, anzi, rimpiangere i tempi in cui era presidente sono solo una rappresentazione, ancora più farsesca, della sua crudeltà, del suo essere criminale. “Un killer ed un clown”, titolò nel ’77 la rivista Time parlando di Amin, e forse è proprio questa la definizione per un uomo del genere, per un dittatore che siamo sicuri gli abitanti dell’Uganda non rimpiangeranno mai.

Giovanni Trotta

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