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I beni confiscati agli Arena: la nascita della Cooperativa Terre Joniche

Nell’anno 2008 l’associazione «Libera – contro le mafie»  aderisce al cosiddetto protocollo «Restitutio», promosso dalla Prefettura di Crotone, in collaborazione con la Provincia e i Comuni interessati per il riutilizzo sociale dei beni confiscati alla ‘ndrangheta, beni posti al’interno dei comuni di Isola di Capo Rizzuto e Cirò. In quell’occasione Libera propone alle istituzioni un progetto attraverso bando pubblico. Tale progetto prevede la costituzione di una Cooperativa sociale alla quale assegnare i terreni confiscati.[1]. Dopo un’attenta selezione «Raffaella Conci, insieme ai soci fondatori, Domenico Zizza, Francesco Pittella, Vincenzo Mancuso, Giuseppe Mazza, Cesare Bruno, Damiano Nicoscia e Irena Romojtahi» donano una nuova speranza al futuro di quei luoghi dando vita ad una cooperativa, nata anche grazie al costante contributo e impegno degli ex sindaci di Isola, Carolina Girasole, e di Cirò, Mario Caruso.  La cooperativa «Terre Joniche – Libera Terra» aderisce al consorzio Libera Terra Mediterraneo, di cui  prodotti vengono diffusi e commercializzati attraverso l’inconfondibile   marchio di «Libera Terra»[2].

La Cooperativa nasce ufficialmente il 31 gennaio 2013 e gestisce da sette anni parte dei terreni che in passato sono stati terre di dominio della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. «Terre Joniche» accoglie  i volontari dei campi «E-state Liberi» che si svolgono sui beni confiscati ogni anno[3].

Giovani e meno giovani hanno la possibilità di vivere un’esperienza costruttiva, immersi nella cultura della legalità tra dibattiti, lavoro sociale e testimonianze. La legalità come valore morale e democratico in grado di stimolare le coscienze ad avere maggiore consapevolezza e responsabilità del fenomeno mafioso.

Oltre alla coltivazione di legumi e cereali, la Cooperativa ha competenze specializzate anche nella coltivazione e lavorazione dei finocchi, in un luogo in cui clima e territorio forniscono l’habitat naturale per una buona crescita delle piante. Inoltre i soci e i volontari si dilettano nella raccolta delle olive poste il località “San Giovannino” a Isola Capo Rizzuto.

Il 15 ottobre 2019, Raffaella Conci  illustra l’iter che ha portato alla costituzione fisica della Cooperativa e come essa ha intenzione di svolgere progetti no-profit e culturali per il miglioramento e lo sviluppo del territorio in cui opera.

  1. Raffaella Conci quando nasce la Cooperative Terre Joniche?

«La Cooperativa nasce nel 2013. Le sei persone che furono selezionate, di fatto non si conoscevano in quanto ognuno di noi aveva partecipato candidandosi in base alla figura professionale, secondo quello che era stato il proprio percorso di studio o di lavoro e le figure che vengono individuate dalla nascita della Cooperativa erano quelle di: responsabile di prodotto, agronomo, operai semplici e operai specializzati. Selezionati sul numero di domande che arrivò pari più o meno a ottanta domande, delle quali ne vennero selezionate dodici, poi in sei andando a costituire la Cooperativa[1]. Ciò che ci aveva unito, e che ci unisce tuttora, è sta la volontà di partecipare al progetto, infatti fummo scelte sulla base di due caratteristiche: sia sulla base delle competenze e dell’esperienze professionali appunto e sia sulla base della spinta motivazionale. Ciascuno di noi non era legato agli altri, ma ciascuno di noi era legato al progetto. Questo è importante per una Cooperativa che dovrà occuparsi di beni pubblici.»

  • Un territorio confiscato e riconducibile alla famiglia Arena, un pezzo di territorio riconsegnato alla comunità. Come ha reagito la ‘ndrangheta?

«Fa un po’ parte di ogni storia che riguarda i beni confiscati. Nel corso del primo anno, quando si è arrivati a confisca definitiva puntualmente tutto viene distrutto. Non sappiamo se possiamo condurre i fatti direttamente agli Arena, o qualcuno per conto loro, però tutto è accaduto in un paio di notti. Ripeto, capita un po’ su ogni bene confiscato alla ‘ndrangheta. Non ce l’avremo più noi[2] non ce lo avrà nessuno. Per cui oltre a portare via tutto quello che potevano dagli infissi ai sanitari, tutto veniva distrutto. Noi ci trovavamo un bene che di fatto non era più utilizzabile. Sui terreni potevano iniziare a far qualcosa ma sull’immobile era tutto da ricostruire. Sempre nello stesso anno ricevemmo delle minacce all’ingresso del capannone che veniva utilizzato come deposito per i mezzi agricoli, c’era una scritta in cui si intimava “state attenti allontanatevi morte” e ci lasciarono tre proiettili. Tutto questo lasciava intendere che c’era una ribellione da parte della famiglie, o comunque di chi ha una mentalità mafiosa contro lo Stato. Dopo l’accaduto c’è stato un ritorno subito il giorno dopo sui terreni, un sostegno della collettività di tutta la provincia, arrivavano persone o singoli o rappresentanti di associazioni a manifestare la loro vicinanza ai soci della Cooperativa Terre Joniche. L’immobile nel frattempo venne ristrutturato e riconsegnato alla Cooperativa nel 2015.»

  • Alcuni giornalisti l’hanno definita “l’imprenditrice anti-‘ndrangheta”. Che cosa vuol dire avere un ruolo di responsabilità all’interno di un bene confiscato?

«Sicuramente una grande soddisfazione anche perché quando uscì il bando trovai la possibilità di tornare da fuorisede, avendo la possibilità di devolvere le mie competenze nella mia regione. Questo per me fu una grande opportunità, già questo era fonte di soddisfazione, anche un po’ riappropriarsi della tua libertà di calabrese, di poter rimanere nella propria terra.»

«Poi fui nominata Presidente, dedicare le proprie competenze con un ruolo di questo tipo metteva da una parte entusiasmo e carica positiva e dall’altro lato un po’ di timore, di preoccupazione anche perché noi no eravamo ancora un gruppo e non ci conoscevamo soprattutto i primi anni quando dovevo sottoscrivere qualcosa avevo una grossa responsabilità. La cosa che mi ha fornito sostegno durante il mio operato è stata la vicinanza di Libera come associazione e la vicinanza del presidio territoriale che serviva proprio a conoscere la realtà sotto questo punto di vista. Tutto questo è stato di grande aiuto e supporto per l’incarico che mi era stato dato.»

  • Lei è anche un’economista. Come funziona l’economia sociale del no-profit?

«Il no-profit spesso viene confuso perché si ritiene che no-profit voglia dire che non c’è utile, è senza scopo di lucro, in verità c’è un lucro che viene definito come lucro oggettivo, che si differenzia dal lucro soggettivo.»

«Si parla di lucro soggettivo quando vi è un tornaconto personale e sono gli utili che vengono distribuiti tra gli imprenditori. Mentre il lucro oggettivo viene reinvertito sullo stesso progetto per cui la forma di organizzazione Cooperativa garantisce proprio questo perché non vi è una semplice divisione degli utili tra i soci ma invece si lavora e si ottengono chiaramente dei profitti che devono garantire il lavoro e giustamente deve essere  retribuito e tutto quello che è di più non viene distribuito tra i singoli ma viene reivertito affinché questa opportunità che è stata data a noi venga data anche ad altre persone del territorio. Per cui il no-profit ha un aspetto importante che deve basarsi su un’economia sana, su una sostenibilità economica perché è essenziale che progetti di questo tipo restino sul mercato, perché altrimenti non si potrebbe garantire il lavoro ai soci e ai dipendenti della Cooperativa, ma anche chiaramente una sostenibilità ambientale, una sostenibilità sociale che devono dare quel valore, che appunto viene definito valore aggiunto da cui il prodotto finale non si distinguerebbe se non da questi elementi. Tutto ciò caratterizza il progetto di Terre Joniche.»

  • In un bene confiscato qual è l’attività che da maggior fastidio alla cosca alla quale è stato confiscato il terreno?

«Mi verrebbe da dire l’attività sociale, anche se la parte che riguarda l’attività d’impresa da fastidio dal momento in cui si riesce appunto ad offrire lavoro regolare, perché non è più il mafioso che offre lavoro ma invece è la Cooperativa che lo fa in maniera assolutamente regolare, sostituendosi in maniera sana ad un sistema corrotto, l’attività sociale coinvolge oltre che i lavoratori anche tutta una serie di persone interessate che vengono a farci visita in particolare appunto nel periodo estivo con il progetto «E-state Liberi» che vengono a conoscere il territorio per fatti diversi e non solo per la criminalità organizzata, ma anche per molti altri aspetti positivi. Questo porta sul territorio punti di vista diversi, delle novità, crea dei modelli differenti e si rompe quella situazione su cui la ‘ndrangheta riesce ad avere la meglio.»

  • Secondo lei, qual è il compito della Cooperativa in futuro?

«Continuare la attività nel sociale e offrire lavoro sano e regolare. L’obbiettivo rimane quello della crescita, non all’arricchimento dei soci ma nel reinvestire altre opportunità per le persone del nostro territorio.»


[1]  Questo tipo di analisi si svolgono in maniera approfondita e accurata proprio per evitare che possa reinsediarsi un gruppo inquinato con la criminalità organizzata.

[2] Si fa riferimento alla cosca in cui precedentemente la confisca apparteneva il terreno, la cosca Arena. Alcune famiglie di ‘ndrangheta non vengono tante infastidite da ciò che andranno a perdere dopo la fine di una sentenza, ma come vengono riutilizzati quei beni andati perduti. Se il bene in questiono non viene riutilizzato, poco cambia, infatti può capitare che la ‘ndrina torna ad insediarsi illegalmente. Quando il bene viene riutilizzato, come in questo caso, soprattutto per scopi educativi, può essere fatto di disturbo per le cosche.


[1] Bruno Palermo, Gli ettari di speranza nelle Terre Joniche, da “Repubblica” del 4 marzo 2019.

[2]Ibidem.

[3] Silvia Bortoletto, Cooperativa «Terre Joniche», storia di un bene confiscato a Crotone, in “Cosa Vostra”, la legalità è di tutti, del 12 marzo 2016.

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