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Gaetano Scirea, l’uomo e il campione

Che senso ha, dopo 32 anni dalla morte di Scirea, un articolo su di lui? Chi ha bisogno ancora una volta di sentirsi raccontare la tragica storia di questo campione? Provo con una risposta provocatoria: tutti coloro che amano il calcio. Scirea è uno di quegli uomini che, malgrado abbia abbandonato questa terra, ha lasciato una traccia indelebile non solo da un punto di vista calcistico (e ce ne sarebbe di che parlare) ma soprattutto dal punto di vista umano. Non c’è avversario, compagno di squadra, allenatore, presidente e persino giornalista che non spenda parole al miele per ricordare il numero 6 della Juventus, semplicemente perché parlare male di Scirea è impossibile, e se qualcuno dovesse farlo evidentemente non capisce di calcio. Oggi proveremo a raccontare la vita e i trionfi di questo calciatore straordinario, che proprio con la sua semplicità è diventato un simbolo di stile ed educazione, una figura da riscoprire soprattutto per coloro che si approcciano ora al calcio giocato.

Nascita ed esordi  

Gaetano Scirea nacque il 25 maggio del 1953 a Cernusco sul Naviglio. La famiglia, modesta e dignitosa, era composta da Stefano, suo padre, emigrato dalla Sicilia, e da Giuditta, la madre, che invece era milanese, e da altri tre fratelli. Da piccolo cominciò a giocare nella squadra della Serenissima, a Cinisello Balsamo. Il presidente della Serenissima capì immediatamente le potenzialità del giovane Gaetano, lo indirizzò quindi alla Primavera dell’Atalanta, vera e propria fucina di talenti. Inizialmente venne schierato esterno alto il che gli diede la possibilità di segnare tanti gol, ma l’allenatore della Primavera orobica, l’esperto Ilario Castagner, intuì che Scirea avrebbe dovuto giocare al centro del campo, per sfruttare la sua grande intelligenza tattica ma soprattutto la sua capacità di leggere il gioco. Il suo esordio in prima squadra avvenne il 24 settembre del 1972 in Cagliari-Atalanta e quella fu l’ultima partita di Scirea come esterno, visto che venne schierato da allora al centro del campo. La prima stagione coincise con la retrocessione della Dea, ma Scirea rimase ancora a Bergamo, anche perché nuovo allenatore della squadra divenne il paraguayano Heriberto Herrera, vero e proprio maestro di calcio. Herrera decise di schierarlo come libero, che negli anni ’70 era il difensore esentato da compiti di marcatura, aveva bensì come mansione cucire il gioco e intervenire qualora fosse scappato qualche avversario ai compagni del comparto arretrato. Dopo 38 partite giocate tutte da titolare e un gol segnato, il giovane Scirea cominciò a solleticare la curiosità dell’Avvocato Agnelli, che per 700 milioni di lire e la comproprietà di tre giocatori portò il giovane difensore all’ombra della Mole. 

L’approdo alla Juventus

L’undici bianconero acquistò il giovane Scirea per “svecchiare” la linea arretrata, che avrebbe perso di lì a poco Sandro Salvadore e aveva bisogno di un talento assoluto, da affiancare ad una linea che già vedeva Cuccureddu, Morini, Gentile e Spinosi. La prima stagione si concluse con il successo in campionato, il suo primo trofeo di un certo livello. Scirea fu tra i protagonisti della splendida accoppiata Campionato-Coppa Uefa nella stagione 1976-1977. La Juventus dominò il Campionato dopo un feroce testa a testa con il Torino, arrivando a conquistare 51 punti, un’enormità se si considera che all’epoca chi vinceva ne guadagnava due. La Coppa Uefa, vinta contro l’Athletic di Bilbao, fu la prima competizione europea conquistata dalla squadra torinese. La stagione 1981-1982 segnò la conquista del ventesimo campionato e della seconda stella, un traguardo importantissimo che fece saltare di gioia Agnelli e tutti i tifosi bianconeri. Nel 1983 divenne anche capitano della Juventus, subentrando a Furino, che nel frattempo si era trasferito a Verona. Il 16 maggio del 1984 Scirea vinse la Coppa delle Coppe contro il Porto e il Campionato, realizzando un altro “Duoble” di trofei molto importante. Nel 1985 la Juventus vinse la sua prima Coppa dei Campioni nella sciagurata finale dell’Heysel e a fine dell’anno Scirea poté alzare al cielo anche la Coppa Intercontinentale, la classica ciliegina sulla torta per un giocatore che aveva vinto tutto quello che si poteva vincere. Alla fine della stagione 1987-1988 Scirea annunciò la sua volontà di appendere le scarpette al chiodo, dopo aver giocato 554 partite ufficiali con la maglia bianconera, impreziosite da ben 32 gol… davvero niente male per un libero.  

La carriera di Scirea in Nazionale

Gaetano Scirea esordì in Nazionale il 30 dicembre del 1975, all’età di 22 anni, sotto la direzione tecnica di Fulvio Bernardini e di Enzo Bearzot. Sotto la guida tecnica dell’allenatore friulano Scirea prese parte ai Mondiali in Argentina del 1978, arrivando quarto dietro al Brasile. Venne convocato agli Europei disputatisi in Italia nel 1980, concluso dagli azzurri con un deludente 4° posto. Nel 1982 Scirea prese parte alla vittoriosa impresa degli Azzurri al Mundial spagnolo. Il libero juventino andò a comporre una formidabile linea difensiva che vedeva, oltre a lui, il quarantenne Zoff a difendere i pali, Cabrini, Collovati, Bergomi e Gentile: un vero concentrato di forza fisica e cervello. La vittoria nel Mondiale spagnolo consacrò le virtù di Scirea, che alla soglia dei 30 anni aveva ormai convinto tutti, persino chi gli preferiva altri interpreti del ruolo di libero. Nel 1986 partecipò al Mondiale in Messico, questa volta da capitano. Il miracolo dell’82 non si ripeté per gli Azzurri, che abbandonarono mestamente la competizione agli ottavi di finale. A decretare la sconfitta dell’Italia fu il 2 a 0 maturato contro la Francia di Platini, il compagno di Scirea di tanti trionfi in Italia e in Europa. A 33 anni compiuti Scirea lasciò la nazionale dopo aver giocato con gli Azzurri per ben 78 partite, condite da due reti. Un ottimo bottino che aveva come fiore all’occhiello la vittoria al Mondiale, un evento che fece diventare Scirea e i suoi compagni idoli di un intero Paese.

I primi passi da allenatore e la tragedia       

Subito dopo il ritiro, Scirea si iscrisse al corso di allenatore a Coverciano, guadagnandosi il diritto di allenare a pieno titolo una squadra di calcio. Boniperti gli offrì la possibilità di affiancare Dino Zoff, compagno di tante partite, come allenatore in seconda malgrado la corte serrata di Lillo Foti che voleva portarlo a Reggio Calabria ad allenare la sua Reggina. Il 3 settembre del 1989 Scirea venne mandato in Polonia, a studiare gli avversari del Gornik, che avrebbero dovuto sfidare la Juve in Coppa Uefa. La scarsa caratura tecnica dei polacchi non fece desistere la dirigenza bianconera, che volle lo stesso il viaggio di Scirea, malgrado le perplessità di Zoff. Durante il viaggio di ritorno, dove avrebbe dovuto prendere il volo per Torino da Varsavia, la macchina su cui viaggiavano Scirea, un autista del posto, un interprete e un dirigente del Gornik, venne tamponata da un furgone nei pressi di Babsk. Il tamponamento in sé non sarebbe stato niente, se non fosse che nel bagagliaio della macchina erano stipati quattro galloni di benzina, da usare in caso di necessità vista la penuria di pompe di benzina sulle strade polacche. La macchina divenne una trappola di fuoco che inghiottì, oltre a Scirea, anche l’interprete e l’autista. Unico a salvarsi fu il dirigente polacco, che si trovava seduto al posto del passeggero e quindi riuscì ad aprire la portiera prima di essere avvolto dalle fiamme. Scirea morì in un ospedale lì vicino a causa delle gravissime ustioni e la notizia della sua scomparsa venne data in diretta televisiva nella popolarissima trasmissione “La Domenica Sportiva”, vero cult per i tifosi italiani. L’annuncio della morte di Scirea lasciò sbigottiti i presenti in studio, tra cui Marco Tardelli, il quale non riuscì a trattenere le lacrime pensando alla perdita del suo amico e compagno di tante battaglie su un campo da calcio. I funerali furono celebrati nella chiesa della Crocetta a Torino e presenziarono ben 20 mila persone. Vi presero parte anche tutte le rappresentanze delle squadre di Serie A, lì presenti a rendere omaggio ad un avversario leale ed a un grande campione. Ma più di tutto fece notizia la partecipazione di tantissimi tifosi della Juventus e non, che arrivarono fin lì a salutare un campione ed un uomo vero, che aveva regalato tante gioie a chi ama guardare un pallone di cuoio rotolare sull’erbetta.

Il mito di Scirea

Tanti anni sono passati da quell’infame giornata eppure la figura di Scirea si staglia luminosa, quale esempio di grandezza e signorilità. Gaetano Scirea è stato il giocatore infinito, definito dal suo allenatore Trapattoni:” Leader con il saio”, proprio ad indicare la sua bontà e la sua pazienza. Bearzot, il suo mister nel periodo di militanza in Nazionale, pianse la perdita del suo Gaetano come quella di un figlio, insistendo affinché Juventus e Nazionale ritirassero la numero 6, il suo numero. Fedelissimo della Vecchia Signora, con la maglia bianconera vinse tutto ciò che si poteva vincere sia in Italia che nel mondo. Diede inoltre a noi italiani la più grande gioia calcistica che si possa provare, la vittoria nei Mondiali, un traguardo che rese tutti un po’ più orgogliosi di essere italiani. Malgrado siano passati tanti anni dalla sua morte Scirea è ancora ricordato come il massimo esponente del ruolo di libero, ruolo che lo ha reso famoso e che lui riuscì anche a rinnovare, dando vita a quello che adesso è il playmaker davanti alla difesa, un ibrido tra trequartista e regista incaricato di toccare milioni di palloni e di far ripartire l’azione. Ma quel 3 settembre non morì solo il campione, il giocatore correttissimo e mai espulso nella sua ventennale carriera: smise di vivere un uomo, un grandissimo uomo che tutti avevano ammirato, applaudito e anche contrastato, sportivamente parlando ovviamente. La leggenda di Scirea è immortale perché i primi attributi di questo campione erano l’educazione, lo stile, la calma e la riservatezza. Come ebbe a dire il suo compagno Beppe Furino, Scirea non aveva bisogno di urlare perché quello che diceva lo diceva chiaramente, senza alzare i toni e senza cercare la lite. Oggi che siamo abituati a vedere atleti di 80 kg volare per delle carezze, protestare e mandare al diavolo gli arbitri, aggiustarsi i capelli e i parastinchi come se dovessero presenziare ad un matrimonio, quelle immagini di Scirea sporco di fango e bersagliato dai calcioni dei suoi avversari, presi e ricambiati senza proferire neanche una parola, ci restituiscono un’idea di un calcio che non c’è più, troppo preso com’è da questa triste mania di apparire e di vincere a tutti i costi, dimenticandosi delle buone maniere.

Giovanni Trotta

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