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Diego Armando Maradona, El Diez

Il compianto scrittore uruguaiano Eduardo Galean, nel suo libro intitolato Splendori e miserie del gioco del calcio, paragona il calcio ad una recita teatrale. Il calcio è l’arte dell’imprevisto, il luogo dei colpi di teatro, il gioco dove tutto può succedere, anzi è l’unico posto, secondo Galean, dove un nano può dare una lezione ad un gigante. Queste parole sembrano fatte apposta per definire il personaggio di cui parleremo oggi. Diego Armando Maradona, un ragazzino traccagnotto, è proprio quel “nanetto” che dai campi polverosi di Buenos Aires si trovò a calpestare il terreno degli stadi più importanti del mondo, portando a risultati straordinari sia il Napoli che l’Albiceleste. Il “Dieci” argentino ha avuto una carriera straordinaria che si è però conclusa in maniera disastrosa con squalifiche e accuse di complotto contro la FIFA. Malgrado tutto Maradona continua ad essere il migliore per milioni di appassionati di calcio, il dieci per eccellenza, mettendo anche in discussione il primato di Pelé come miglior giocatore di sempre.

I primi anni di vita e gli esordi

Diego Armando Maradona nacque il 30 ottobre del 1960 nel quartiere di Villa Fiorito, alla periferia di Buenos Aires, da Diego e Dalma. Come tutti i bambini nati in quel quartiere, l’unico gioco a disposizione fu sempre il calcio, che cominciò a praticare insieme ai suoi fratelli e agli amici in campetti disastrati oppure per strada. Il papà notò fin da subito il talento del piccolo Diego, che venne subito indirizzato verso le prime squadre giovanili. A soli sedici anni arrivò per lui la prima, vera occasione: il provino con l’Argentinos Juniors, storica squadra di Buenos Aires e famosotrampolino di lancio per giovani talenti. Il 20 ottobre del ’76 Maradona fece il suo esordio assoluto nel calcio professionistico e già in molti scommisero su di lui. Con l’Argentinos Juniors Diego giocò 166 partite segnando ben 116 reti, alcune delle vere e proprie opere d’arte. Il talento si accompagnò da subito ad un carattere non certo semplice: fece scalpore la lite tra Maradona e il portiere del Boca, il mitico Hugo “El Loco” Gatti nell’80. Il portiere cercò di intimorire il giovane Diego dicendogli queste parole:” Maradona è un ragazzino che tende ad ingrassare”. Maradona rispose sul campo facendo quattro gol al povero Gatti che non dimenticò mai l’umiliazione ricevuta. Nell’81 accettò la corte del Boca Juniors, squadra per cui era tifoso fin da bambino, dove conquistò il suo primo trofeo, il campionato metropolitano.

L’avventura in Europa

Il 5 giugno 1982 Maradona venne acquistato dal Barcellona del presidente Nuňez, ma l’avventura non cominciò nel migliore dei modi, infatti Diego venne fermato prima da un’epatite virale e poi da problemi muscolari. Si tolse comunque la soddisfazione di vincere la Coppa di Spagna e la Coppa de la Liga, decisa da un suo gol in finale. La stagione successiva, con il connazionale Menotti in panchina, sembrò essere iniziata sotto i migliori auspici, ma alla quarta giornata di Liga avvenne l’impensabile. Durante la partita con il Bilbao, il difensore Andoni Goikoetxea, con un’entrataccia da codice penale gli ruppe il malleolo e un legamento della caviglia. Grazie alle cure del suo medico, il dottor Oliva, Maradona ritornò in campo ad inizio ’84, ma la stagione non fu esaltante per i colori blaugrana che vinsero solo la Supercoppa di Spagna. A maggio dello stesso anno, in occasione della finale di Coppa del Re, il Barça affrontò il Bilbao, l’occasione per Diego di incontrare colui che lo aveva azzoppato. Come era facilmente prevedibile, la partita finì in rissa, davanti gli occhi atterriti del re di Spagna Juan Carlos. A fine anno Maradona lasciò Barcellona per andare al Napoli, la squadra della città che lo avrebbe adottato come suo figlio prediletto.

Maradona all’ombra del Vesuvio

Il 5 luglio del 1984 Maradona venne presentato davanti a 80 mila spettatori, che ancora non riuscivano a credere di avere Maradona a Napoli. I primi due anni furono piuttosto anonimi, con il Napoli che non arrivò vicino ai vertici della classifica. La stagione ‘87/’88 il Napoli si impose come protagonista del campionato, infatti vinse il primo scudetto della sua storia, battendo dopo decine di anni la Juventus al “Comunale” di Torino. Il Napoli grazie ai gol di Maradona vinse anche la Coppa Italia, prima della squadra partenopea solo la Juventus e il Grande Torino avevano fatto questa doppietta di trofei. Nell’89 la squadra di Napoli vinse la Coppa Uefa dopo una doppia finale al cardiopalma. La stagione successiva il Napoli vinse nuovamente il campionato, dopo un emozionante testa a testa con il Milan. Il clima del campionato però non fu dei migliori, infatti infuriarono le polemiche su alcune partite con arbitraggi non proprio esenti da errori, tanto che qualcuno da Napoli cominciò a parlare di “Vento del Nord”, cioè dell’influenza delle tre Grandi Sorelle (Inter, Milan e Juve) sui vertici arbitrali. La stagione successiva iniziò con il roboante successo in Supercoppa italiana contro la Juventus, battuta per 5 a 1. La stagione sembrò partire a spron battuto ma a marzo accadde l’impensabile: infatti in un controllo antidoping Maradona risultò positivo alla cocaina. Fu un colpo tremendo per Diego e per la squadra, che terminò al settimo posto. L’argentino venne invece squalificato per un anno e mezzo, il che sancì anche la definitiva rottura con la squadra partenopea.

La fine della carriera da calciatore 

Nel 1992 la carriera di Maradona ripartì dal Siviglia, che lo acquistò dal Napoli. Dopo una sola stagione, condita da cinque gol e dodici assist, Maradona lasciò il Siviglia per tornare in patria, nel Newell’s Old Boys, dove rimase per sole cinque partite. Si ritirò per il momento, allenandosi individualmente per riuscire ad arrivare in forma per il Mondiale di Usa ’94. Dopo la squalifica rimediata durante il Mondiale americano Maradona provò un’esperienza da allenatore che però non andò a buon fine. Nel 1995 ricevette il Pallone d’Oro alla carriera, infatti un giocatore sudamericano in attività non poteva concorrere al titolo, che all’epoca era solo per giocatori nati in Europa. Nello stesso anno, alla fine della squalifica, Maradona venne ingaggiato dal Boca, la squadra per cui aveva sempre tifato e che lo aveva fatto conoscere al mondo del calcio. Nella squadra del Barrio di Boca Maradona rimase per altri due anni, fino al 25 ottobre del 1997, quando giocò l’ultima partita della sua carriera, non a caso il Superclassico con il River Plate, la grande rivale del Boca. Fu un giorno di grande commozione per tutta l’Argentina, forse l’unico giorno in cui i tifosi del River applaudirono un giocatore del Boca, che per una volta misero da parte la loro “cattiveria” sportiva per rendere omaggio al campione.

I successi con la nazionale Argentina

Maradona esordì con l’Albiceleste nel 1977, ma il commissario tecnico non lo convocò per i Mondiali del ’78, che tra l’altro si svolsero in Argentina e furono vinti per la prima volta dalla nazionale sudamericana. Nel ’79 vinse i Mondiali giovanili, affermandosi come capocannoniere. Nel 1982 partecipò ai Mondiali in Spagna, ma l’Argentina venne eliminata agli ottavi e Maradona venne espulso nella partita persa contro il Brasile per un fallo di reazione. Nel ’86 Maradona vinse praticamente da solo il Mondiale in Messico, realizzando ben 5 reti. Le più importanti e significative furono realizzate nel quarto di finale contro l’Inghilterra, una partita molto sentita anche per le vicissitudini che avevano portato al conflitto del 1982 tra Regno Unito e Argentina per il possesso delle isole Falkland (o Malvinas, come le chiamano gli argentini). Maradona segnò due reti, una con la famosa “mano de Dios”, cioè scavalcando in uscita Shilton, il portiere inglese, con un malefico tocco di mano. La seconda rete venne realizzata scartando quasi tutta la nazionale inglese, portiere incluso. Questo gol venne votato dalla FIFA come il gol più bello del Mondiale e nel 2002 venne riconosciuto come il gol più bello di sempre. In finale l’Argentina batté tre a due i tedeschi, dopo una partita pazzesca per emozioni e colpi di scena. Nel ’90 l’Argentina partecipò ai Mondiali italiani esordendo a sorpresa con una sconfitta contro i Leoni Indomabili del Camerun. L’Argentina in semifinale affrontò l’Italia al San Paolo di Napoli e qui avvenne un fatto strano: i tifosi presenti allo stadio si divisero tra chi tifava per l’Italia e chi invece tifava per Maradona, l’idolo di un’intera città. Alla fine l’Argentina vinse ai rigori e trovò nuovamente i tedeschi sulla sua strada, ma questa volta andò diversamente. Tutto lo stadio San Siro di Milano fischiò l’inno argentino, Maradona rispose sibilando verso le tribune “hijos de putas”, non credo ci sia bisogno di tradurre l’espressione. La Germania divenne campione del Mondo con un rigore di Brehme e le lacrime del campione argentino fecero il giro del mondo. Nel ’94 Maradona venne convocato ai Mondiali statunitensi, tra l’altro segnando un gran gol all’esordio contro la Grecia. Purtroppo poco prima della terza partita Maradona venne trovato positivo all’efedrina, una sostanza che all’epoca era considerata dopante. Cercò di spiegare la sua buona fede, ma la FIFA decise di cacciare dal Mondiale il campione argentino. L’Albiceleste, priva del suo totem, venne sconfitta agli ottavi dalla Romania, guidata da un altro famosissimo mancino, il mitico George Hagi. Il gol contro la Grecia rimase l’ultima rete di Maradona con la maglia della sua nazionale.

La carriera da allenatore

Maradona cercò sempre di affermarsi come allenatore, ma alla luce dei risultati non si può dire che la sua carriera da CT sia stata al momento così esaltante. La prima esperienza da allenatore di un certo livello fu la chiamata ad allenare l’Albiceleste nel 2008. L’argentina con Maradona in panchina staccò il pass per il Mondiale sudafricano del 2010. L’Argentina fece un bel mondiale almeno fino ai quarti, dove fu eliminata dalla Germania con un sonoro 4 a 0. A seguito di quel risultato Maradona venne esonerato dalla Federcalcio argentina. Nel 2011 Maradona venne ingaggiato dall’Al-Wasl, una squadra degli Emirati Arabi Uniti. Dopo circa un anno venne esonerato a causa dei risultati non proprio esaltanti e dei rapporti ormai logori con la società. Nel 2017, dopo cinque anni di inattività, venne ingaggiato dall’Al-Fujairah, un’altra squadra degli Emirati ma militante nella seconda divisione. Maradona si dimise però dopo solo una stagione, avendo fallito l’obiettivo di portare la compagine araba nella prima divisione. Nello stesso anno Maradona si trasferì in Messico ad allenare il Dorados, una squadra di seconda divisione. Perse per ben due volte lo spareggio per la promozione in prima divisione, dopodiché decise di lasciare la panchina, a causa delle precarie condizioni di salute. Oggi Maradona è l’allenatore del Gimnasia de la Plata, ma è spesso sostituito dal suo secondo per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Maradona fuori dal campo

Maradona durante la sua vita ebbe la possibilità di stringere amicizie con i leader politici più importanti. Si possono ricordare le amicizie con Hugo Chavez, Fidel e Raul Castro, Cristina Kirchner, Evo Morales e Pepe Mujica. Espresse fin da giovane una grande ammirazione verso Che Guevara (che sfoggia tatuato sul suo corpo), mentre contestò in più occasioni l’operato dell’ex premier americano George W. Bush. Ebbe vari problemi con la giustizia e diverse controversie legali. Una che fece molto scalpore fu quella relativa al riconoscimento del figlio, Diego Sinagra, avuto da una donna italiana e riconosciuto solo recentemente dal campione argentino. L’altra vicenda che minò fortemente la popolarità (e il portafoglio) di Maradona fu quella con il fisco italiano, che lo accusò di avere evaso tasse per almeno 39 milioni di euro. La vicenda si concluse solo nel 2013 con la firma di Maradona sull’atto di recupero del credito. Maradona ebbe inoltre fin dai primi anni duemila svariati problemi di salute, dovuti quasi tutti alla vita dissoluta che ha condotto, fatta di abusi di alcool e cocaina. Maradona ammise nella sua biografia, Yo soy el Diego, di avere cominciato ad usare cocaina fin dall’82, quando militava nel Barcellona. Con il suo trasferimento a Napoli, il consumo saltuario divenne vera e propria dipendenza, che andò anche ad inficiare le sue prestazioni sportive. Dopo il ritiro, il continuo abuso di cocaina, cibo spazzatura e alcool lo portò a vari ricoveri d’urgenza, operazioni per ridurre il suo peso (venne infatti sottoposto al bypass gastrico per cercare di riportarlo al peso-forma) e tanti piani di riabilitazione, che spesso si risolsero in un nulla di fatto. Circolarono per alcuni giorni notizie poco chiare sulla sua salute, alcuni siti internet in cerca di likes parlarono addirittura della sua morte. In realtà è notizia di pochi giorni fa che Maradona è stato ricoverato in Argentina ed operato a causa di un ematoma intracranico, che lo aveva quasi costretto ad essere spostato in sedia a rotelle. Ora Maradona sta bene e tutti gli amanti dello sport si augurano che possa presto tornare a dirigere allenamenti o solamente a giocare a calcetto con i suoi amici.

Maradona nella cultura di massa

Maradona per i giovani delle periferie napoletane ed argentine non fu solo l’idolo calcistico, fu un vero e proprio eroe, un mito democratico capace di farsi rappresentante di un popolo, di una città intera, addirittura di un’intera schiera di tifosi, di gente comune appartenente come lui alle classi meno agiate. Maradona non perse mai il suo spirito da “ragazzo di strada”, i suoi guadagni straordinari non lo fecero mai deviare da quella che era la sua morale. Inoltre il suo schierarsi sempre contro i “poteri forti”, non solo riguardo al calcio ma anche facendosi portatore di istanze democratiche per i popoli più sfortunati ha accresciuto di tanto la sua notorietà, anche tra i non amanti del calcio. A Maradona sono stati intitolati stadi, monumenti, addirittura nel quartiere di Rosario in Argentina esiste la Iglesia Maradoniana, che calcola il tempo dal 30 ottobre 1960, cioè dal giorno di nascita di Diego. A Napoli esiste un altarino, che conserva come reliquia un capello di Maradona, dove i tifosi vanno a “raccogliersi” prima delle partite del Napoli. La sua già citata biografia è diventata un best seller, un libro irrinunciabile per chi vuole sapere come la pensa Maradona, non solo sul calcio ma sul mondo in generale. Nel 2008 il regista serbo-bosniaco Emir Kusturica dedicò a Maradona un pregevole documentario, che ben ritrae la vita del giocatore argentino, fatta di vette elevatissime ma anche di rovinose cadute. Va detto per concludere che Maradona venne citato anche in molte canzoni, due sono probabilmente le più conosciute: Una è Santa Maradona, dei Mano Negra, l’altra è La vida tombola, scritta da Manu Chao e cantata per la prima volta davanti casa di Maradona, che assisté commosso all’esibizione del suo amico cantante.

Tanti auguri Diego!

La celebrazione del compleanno di questo campione per i suoi 60 anni non può non passare dalla celebrazione del rapporto quasi fisico tra lui e la città di Napoli. La presentazione al San Paolo è rimasta nella storia come emblema dell’affetto che la città partenopea ha regalato al Pibe de oro. Quegli stessi napoletani presenti all’epoca allo stadio, e tanti altri milioni, negli anni successivi sarebbero diventati gli adepti di una sorta di religione pallonara, il Maradonismo. Il rapporto viscerale, quasi sensuale, che c’è stato e c’è ancora tra Maradona e Napoli è già stato vivisezionato negli ultimi trent’anni e c’è davvero poco da aggiungere. Si può soltanto dire che, almeno in Italia, non è mai successo nulla del genere. Nemmeno con Platini a Torino e Van Basten a Milano. Ma Platini e Van Basten erano geni freddi, timidi, quasi antipatici (soprattutto Platini). E Torino e Milano, beh, non sono certo Napoli. Ecco perché Maradona e Napoli si sono amati, odiati, lasciati e ripresi. Perché sono uguali, perché non sanno vivere se non senza freni, forse la più grande qualità ma anche la più grande condanna del Diez argentino. Calcisticamente, l’eredità di Maradona è incommensurabile. È persino noioso l’infinito dibattito su chi sia stato il più grande calciatore della storia tra lui e Pelé. Il confronto non si può e non si deve fare per più di un motivo: epoche diverse, calcio diverso, caratteristiche diverse. Ma in realtà uno come Maradona non c’è mai stato e neanche Messi, nella sua infinita classe, potrà mai scalfire l’aura di Maradona. Nel giorno del suo compleanno, sarebbe meglio evitare il solito rimando alla cocaina, ma non si può. Anche per rispettare il personaggio, che si può inquadrare e capire solo se si racconta a 360 gradi, senza timore di parlare di cocaina, di amicizie discutibili negli anni napoletani, di figli non riconosciuti, di pallini sparati contro i giornalisti, di un anticapitalismo molto sudamericano che però, negli anni, ha convissuto con uno stile di vita sontuoso da cafonearricchito.
E poi quel gol, quello che tutti conosciamo come “la mano de Dios”, segnato letteralmente di rapina ai Mondiali del 1986 agli odiati inglesi, che solo quattro prima avevano umiliato l’Argentina nella guerra delle Falkland (o Malvinas). Maradona non è certo un estremista di destra, come sappiamo bene, ma il patriottismo spinto, al limite dello sciovinismo, è roba che sotto l’istmo di Panama è di casa quasi ovunque.Oggi Maradona è l’ombra di sé stesso. Fisicamente, nonostante il suo ormai classico alternarsi a mo’ di fisarmonica. Ha anche ritoccato le labbra, che ora somigliano a due canotti, perché secondo i suoi detrattori la nuova compagna è giovane e lui vuole essere all’altezza. Anche il ritratto che Sorrentino ha reso di Maradona in Youth non è altro che il ritratto di un vecchio stanco, grasso e ormai senza forza, le cui decisioni sono subordinate ai capricci della moglie, che ha su per giù la stessa età della figlia. Per fortuna, nella mente degli appassionati di calcio è scolpito indelebilmente un altro Maradona, quello del gol del secolo, delle letali punizioni di sinistro, dei dribbling, del gioioso e implacabile Napoli di fine anni Ottanta, quello che persino i defunti del cimitero di Napoli avrebbero voluto vedere, quello non lo cancellerà mai nessuno. Maradona è come un vecchio zio, un parente a cui è andato tutto storto nella vita malgrado numerosi talenti, eppure è uno che non si riesce ad odiare, non si pensa a lui come un perdente, un disagiato da tenere lontano, perché nel bene e nel male Maradona è il calcio, e chi ama questo gioco non può non amarlo.

Giovanni Trotta

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