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A rota e Cutruani, dal racconto di nonna Letizia

Alla veneranda età di 100 anni nonna Letizia, con grande umiltà ed eleganza, si accinge a raccontarci situazioni vissute e fatti realmente accaduti. Tra i suoi ricordi riaffiorano alcune vicende inerenti alla “rota e cutruani”, la ruota di Crotone. Cosa è stata questa cosiddetta ruota? A cosa è servito il suo utilizzo?

Ce lo racconta nonna Letizia: «A rota era na società chi chine un volia li figli jia e le portava là. C’è portavanu piccirilli, appena nati»[1]. È stato per giunta un modo per non uccidere il nascituro, rifiutato dai propri familiari. Attraverso questa pratica che si crea una sorta di orfanotrofio a Crotone dove questi bambini venivano dati in affidamento ad altre famiglie.

Soprattutto: «un volianu viduti e chillu chi avianu fattu e cinde su state parrecchie»[2]. È stata una pratica esercitata di nascosto in maniera tale da non far riconoscere chi fosse la madre, che con assoluta segretezza, depone il bimbo al di sopra della ruota per poi dileguarsi.

A volte figli illegittimi, oppure forse troppe bocche da sfamare, di certo per questi bambini la “ruota della fortuna” non ha girato a loro favore, la speranza che potessero finire in braccia migliori in grado di potersene prendere cura è stata l’unica soluzione.


[1]  La ruota era una società che, chi non accettava i propri figli, li portava in quel posto. Li portavano molto piccoli, appena nati.

[2] Ce ne sono state parecchie (di donne che portavano i propri figli a Crotone), e non volevano esser viste (si era soggetti a vergogna).

Pietro Marchio

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